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L’iniziativa

Morti per suicidio, a Modena un gruppo dedicato ai famigliari: «Così ci aiutiamo»

di Elena Tassoni

	Il gruppo dei famigliari
Il gruppo dei famigliari

Nato a Formigine da un’idea di Cristina, mamma di Riccardo, ha trovato l’appoggio di Comune, parrocchia e Telefono Amico. Ad accompagnare i partecipanti del primo percorso organizzato è stato lo psicoterapeuta Filippo Sentimenti: «L’intento comprende un’opera culturale di sensibilizzazione al tema»

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FORMIGINE. Un tema delicato, su cui si parla poco, ma estremamente importante. A Modena esiste una realtà composta dai famigliari di vittime di suicidio, che costituendo un gruppo Auto mutuo aiuto (Ama) a cadenza settimanale, gratuito e aconfessionale, hanno concluso un percorso accompagnati dallo psicoterapeuta Filippo Sentimenti.

L’iniziativa

Il gruppo – il primo che si è costituito e ha svolto il percorso l’anno scorso, ma l’obiettivo è raccogliere altre eventuali adesioni nel caso in cui ce ne fosse bisogno, ndr – nasce dall’iniziativa di Cristina, madre di Riccardo, che riesce, nell’inferno del dolore per il suicidio del figlio, a trovare la forza di bussare alle istituzioni del Comune di Formigine e, quasi in modo inaspettato, a riunire parroco, sindaco e presidente locale di Telefono Amico. Come racconta lo psicoterapeuta Filippo Sentimenti: «Da settembre 2024 a giugno 2025 il gruppo è stato composto da 12 partecipanti, con una sola rinuncia. Questo gruppo rappresenta una novità in Emilia Romagna: esistono nel territorio gruppi di sostegno al lutto, ma non appositamente per famigliari di vittime per suicidio». Le persone morte suicide legate ai famigliari partecipanti sono tutte di sesso maschile: due padri, un compagno, e sei figli. E questo dato è in linea con il quadro generale in Italia, paese nel quale il numero di suicidi per anno è in leggero calo e tra le ultime posizioni rispetto ad altri paesi europei, ma dove si sta verificando un aumento tra i giovani.

I suicidi

Guardando i numeri, nel mondo si valuta che i suicidi siano circa 800mila ogni anno, in Italia circa 4mila di cui circa 3mila maschi, soprattutto over 50, e per i più giovani sta diventando la seconda causa di morte. «Il suicidio lo definirei come “il tabù dei tabù”, per definizione il lutto più traumatico e il più doloroso. Il nostro intento comprende un’opera culturale di sensibilizzazione al tema. Una persona suicida non è una persona con psicopatologia, e la sua è una “scelta” tra virgolette, poiché non regge il dolore che sta vivendo». Ci sarebbero diversi luoghi comuni da demolire che costituiscono un forte stigma, stigma che si riversa anche sui familgiari. Il gruppo di auto mutuo aiuto è ora un gruppo di vita, che prosegue ad incontrarsi. Il desiderio del gruppo è di ricordare i propri cari con vitalità: e nel farlo ci si ritrova anche al bar o al ristorante. «Non era un gruppo psicoterapeutico, ma un gruppo di persone sofferenti – sottolinea Sentimenti –. Per quanto mi riguarda, le ragioni per cui ho accettato questo compito sono state l’interesse per una sfida umana e professionale e il desiderio di aiutare persone con un dolore che, difficilmente, trova accoglienza e sostegno». Per chiedere aiuto è possibile contattare il gruppo all’indirizzo mail filipposentimenti@libero.it o al numero 3474506660. Per un supporto, si può contattare anche Telefono Amico (modena@telefonoamico.it, 059-210818).

Le testimonianze

Due tra le testimonianze del gruppo Ama sono quelle di Chiara e Cristina. Chiara racconta: «Inizialmente ero scettica all’idea di partecipare al gruppo: cosa porto a fare il mio dolore che nessuno può capire? Perché partecipare per sentire il forte dolore degli altri? Confermo che si prova una grande solitudine nel vivere questo profondo dolore, e non è detto che i sentimenti degli altri partecipanti si capiscano a pieno. Ma nello stare insieme si acquisiscono risorse personali e risorse collettive, e si può tornare a ridere, la vita prende una nuova intenzione. Bisogna volerlo, ma è uno spunto per crescere». Cristina, che è partita per prima con l’idea di fondare questo gruppo, sottolinea come in questo gesto estremo non si debba cercare un segno di coraggio, né di egoismo e tanto meno di vigliaccheria. «Vorrei pensare che i nostri cari volessero uccidere il loro dolore, porre fine alla sofferenza e non davvero morire. È corretto a mio parere pensare a loro come delle vittime, le quali hanno anche dei diritti. Vittime che non sono solo il loro ultimo gesto, e non vanno ricordate solo per questo». In una società così individualista e piatta di fronte ai sentimenti, Cristina vede nella perdita di un figlio un giovane che non trovava il proprio spazio, mentre Chiara, che ha perso il suo papà, riflette sulla solitudine di un uomo adulto nella sua terza età: «Nella società, un anziano non si sente più utile, non è più necessario, e spesso pensa di voler liberare i propri cari del peso che pensa di costituire». E i famigliari in queste circostanze, spesso, sentono un’etichetta apposta su di loro. Cristina spiega: «Sembra paradossale, ma è più facile restare nel dolore. Ti fa sentire più vicino al tuo caro, ed è fonte di consolazione continua. È invece più faticoso tornare alla vita e mettersi in discussione. Il giudizio c’è in varie forme: tra i pettegolezzi, tra forme di compassione che mi hanno inconsapevolmente ferita, e sono stata giudice di me stessa per quando ero serena, come se non ne sentissi più il diritto». Chiara sottolinea l’importanza di stare vicino ai famigliari delle vittime, mettendosi all’ascolto. «Grazie Cosimo, Cristina, Davide, Elena, Diana, Giancarlo, Giovanna, Massimo, Morena, Patrizia, Roberta, Silvia, perché di settimana in settimana, di mese in mese, mi avete aiutata a rialzare lo sguardo da terra: le stelle ci sono per tutti e per tutte, se solo riusciamo a ricordarcelo a vicenda».

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