Gazzetta di Modena

Modena

La Giornata internazionale della donna

8 marzo, non solo mimose: nei centri antiviolenza è boom di accessi

8 marzo, non solo mimose: nei centri antiviolenza è boom di accessi

Nel 2025 sono state 578 le donne accolte dall’associazione Casa delle donne contro la violenza di Modena che gestisce i centri antiviolenza di Modena e Vignola e gli sportelli di Castelfranco, Pavullo, Sorbara e Nonantola

5 MINUTI DI LETTURA





MODENA. Oggi, 8 marzo, ricorre la Giornata internazionale della donna. Nel 2025 sono state 578 le donne accolte dall’associazione Casa delle donne contro la violenza di Modena che gestisce i centri antiviolenza di Modena e Vignola e gli sportelli di Castelfranco, Pavullo, Sorbara e Nonantola. L’associazione che fa parte della rete regionale dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna se da una parte sta osservando alcuni segnali positivi rispetto alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile sulle donne e alla violenza di genere, dall’altra non nasconde la sua preoccupazione sul fatto che c’è sempre una maggiore difficoltà del nostro sistema giuridico a riconoscere le violenze economiche, psicologiche e sessuali. Ma proviamo a fare un po' di chiarezza.

L’associazione

«In primo luogo, assistiamo ad un aumento costante, di anno in anno, del numero di donne che ci contatta per chiedere aiuto – puntualizzano dall’associazione- sempre più donne si affidano e si fidano della rete antiviolenza, centri antiviolenza in primis, per provare ad uscire dalla relazione violenta in cui si trovano. Non solo le donne chiedono aiuto, ma lo fanno prima. E’ sempre più frequente che le donne ci chiamino già dai primi segnali di escalation della violenza». Il coordinamento dei centri dell’Emilia-Romagna ha analizzato i dati e ha calcolato che: dal 2000 a oggi, le violenze della durata di sei anni o più sono diminuite del 10%, passando dal 51% al 40% dei casi. Nello stesso tempo però, sono aumentate le richieste di aiuto delle donne che riportano di subire violenza da meno di un anno. Dal 2000 al 2024 l’aumento è dal 20% al 36%.«In secondo luogo – continuano- stanno aumentando quelle misure di prevenzione e protezione delle donne quali l’allontanamento del coniuge dalla casa familiare, i divieti di avvicinamento e l’applicazione del braccialetto elettronico che sono vitali e spesso necessarie nel momento in cui la donna decide di sporgere denuncia oppure decide di avviare la separazione del coniuge violento. Vediamo quindi alcune “luci” – affermano- ma qui si evidenziano anche altrettante grosse e preoccupanti “ombre”».

Vicinanza e competenza

Nello specifico chi opera nei centri antiviolenza afferma che le donne che decidono di avviare un percorso presso di loro vengono poi seguite per anni. «Durante tutto questo tempo si creano alleanze e relazioni in cui la donna condivide con noi tutti i minimi dettagli delle sofferenze e dei soprusi che ha subito, senza ricevere in cambio altro che la nostra vicinanza, competenza, e l’essere credute». Ma è qui che arrivano le preoccupazioni. «Nell’ultimo anno abbiamo con grande stupore rilevato, rispetto alle centinaia di percorsi con le donne che seguiamo, un aumento delle sentenze di assoluzione, e delle richieste di archiviazione delle denunce. Ciò che ci stupisce, conoscendo da anni e nei minimi dettagli i racconti delle sopravvissute, è la distanza tra la gravità degli episodi che ci sono stati riferiti e le sentenze, che spesso derubricano e confondono la violenza con il conflitto. Nonostante la giurisprudenza della Cassazione e la Convenzione di Istanbul descrivano ciò che va investigato rispetto alle situazioni di maltrattamento, siamo testimoni insieme alle donne della difficoltà del nostro sistema giuridico a riconoscere le violenze economiche, psicologiche e sessuali. Di fatto, in assenza di referti medici rilevanti, e di episodi avvenuti in presenza di testimoni (cosa rarissima per questii reati) è molto difficile per le donne ottenere giustizia a quanto patito da loro e dai figli».

I numeri

Dall’associazione affermano che «circa il 40% delle donne che seguiamo subiscono violenza economica (a volte anche in costanza di processo), ma dobbiamo ancora vedere un caso di sentenza di condanna per questo tipo di violenza. Infine, nell’ultimo anno abbiamo assistito a procedimenti penali di assoluzione in cui sono presenti molti preconcetti sulla violenza e sulle vittime di violenza. Se una donna è istruita e ha un buon lavoro – denunciano-i tribunali faticano a leggerla come “vittima”, perché valutano che una donna colta e con capacità economica abbia gli strumenti per contrastare e reagire alle violenze, e che quindi non sussista l’elemento “psicologico” del reato di maltrattamento, la donna non sia veramente “vittima” se si difende, se risponde alle offese del maltrattante».

«Si tratta di uno stereotipo – spiegano del centro - la violenza e le relazioni di maltrattamento, il ciclo della violenza può colpire qualsiasi donna, lo dimostrano anche gli ultimi casi di femminicidio avvenuti nella nostra provincia e regione. Non dimentichiamo inoltre che molte donne grazie ai percorsi presso i centri antiviolenza acquisiscono forza e coraggio, ma ciò non significa che non siano state vittime di soprusi tremendi prima di tale reazione». Le operatrici dell’associazione segnalano un ulteriore paradosso: «Più le donne chiedono aiuto prima che vi sia una escalation di violenza fisica, meno riescono a dimostrare nei tribunali ciò da cui si sono salvate e sono fuggite. - spiegano - Ci stupisce inoltre vedere come anche nei casi in cui sono state adottate misure di protezione quali il braccialetto elettronico e il divieto di avvicinamento, il fatto che siano state applicate queste misure non sembra avere un peso nei procedimenti e nelle sentenze finali. In altri casi abbiamo verificato che l’innocenza del maltrattante è stata dimostrata tenendo in considerazione gli esiti delle consulenze tecniche delle cause di affido, anche se queste sono state svolte anni dopo i fatti e avevano l’obiettivo di valutare le competenze genitoriali e nonostante tali consulenze avessero esplicito obiettivo di non affrontare il tema delle violenze domestiche».