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Speculum, un’indagine in sala parto: il racconto di donne vittime di violenza ostetrica


	L'indagine raccolta nel libro "Speculum"
L'indagine raccolta nel libro "Speculum"

Elena Bellei ha raccolto la testimonianza delle donne che hanno vissuto traumi di questo tipo. Il progetto è promosso dall’associazione femminista Blu Bramante

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MODENA. È stato pubblicato in questi giorni dalla Casa editrice Dondolo di Modena “Speculum”, una conversazione sulla violenza ostetrica, come precisa il sottotitolo. Il testo è della giornalista e autrice modenese Elena Bellei mentre l’immagine di copertina di Andrea Capucci.

Il progetto

Speculum, promosso dall’associazione femminista Blu Bramante, fa parte del più ampio progetto “Mater”, nato con il collettivo di ostetriche e ginecologhe PartiAmo e sostenuto dall’assessorato alla Cultura del Comune, Fondazione di Modena e Azienda ospedaliera universitaria Policlinico. Il progetto Mater aveva preso il via nel febbraio del 2024 con l’invito a Modena della filosofa Adriana Cavarero, proseguito poi con un convegno e diverse iniziative pubbliche sul tema del materno reale e simbolico. Sempre per il Dondolo nel maggio del 2025 è uscito “Di cosa parliamo quando parliamo di madri”, una premessa al più recente Speculum. «Lo Speculum lo ricordiamo – specifica l’autrice Bellei- è il dispositivo medico utilizzato per osservare il canale vaginale, in questo caso un titolo metaforico, un’urgenza a guardare di più e meglio il corpo e il suo linguaggio». La pubblicazione, disponibile gratuitamente sul sito della casa editrice www.ildondolo.it è una raccolta di testimonianze a donne che hanno vissuto delle difficoltà, o dei veri e proprio traumi, al momento del parto e che la sensibilità di Elena Bellei ha voluto mettere nero su bianco come atto di conoscenza, consapevolezza e denuncia di una violenza che tantissime donne hanno vissuto e che raramente viene portata alla luce.

Bellei per chiarirci cosa è la violenza ostetrica?

«È l’abuso fisico o verbale, è l’umiliazione, o l’insulto, il commento sessista, le informazioni carenti che possono verificarsi nei confronti delle donne in travaglio e al momento del parto, da parte del personale medico. L’organizzazione Mondiale della Sanità dal 2014 condanna le pratiche abusive che si verificano durante il parto definendole appunto violenza ostetrica».

Da cosa nasce questo libro?

«È da tempo che ragioniamo sulla maternità con le donne dell’associazione Blu Bramante. La maternità non è solo accudimento sacrificio e dedizione, è spesso solitudine, paura, a volte rifiuto. È un argomento di cui non si parla. Cosa succede nel corpo e nella mente delle donne, quali trasformazioni fisiche, psichiche, esistenziali? E poi il cosiddetto lieto evento è sempre così lieto? Per rispondere a questa domanda abbiamo dato la parola alle protagoniste. Ci sembrava giusto che fossero loro a raccontare».

Sono davvero tante le donne che hanno subito o che continuano a subire questa forma di violenza?

«Il fatto che l’Oms abbia, dal 2014, condannato le pratiche abusive che possono verificarsi durante il parto definen-dole violenza ostetrica la dice lunga. Si sono molte. Sempre l’Oms ne dà una definizione chiara: insulti, commenti sessisti, trattamenti umilianti, informazioni insufficienti, restrizioni o legature, inutili controlli ripetitivi, procedure non giustificate sono violenza. Violenza è anche lasciare da sola la madre esausta o non fornire il supporto necessario quando è in stanza con il figlio. Se una puerpera trova qualcuno che la sta a sentire queste cose le racconta. La ve-rità è che spesso invece se le porta dentro in solitudine, quasi fossero la normalità di quello che accade. Non deve essere così».

C’è una reale consapevolezza da parte del personale sanitario di questo fenomeno nei reparti?

«La consapevolezza nasce dall’ascolto delle donne. Se una ti dice che essere costretta a stare coricata, con le gambe divaricate sulle staffe è una posizione contro natura, è un segnale da stare a sentire. È solo un esempio. Abbiamo con noi come partner di progetto il collettivo di ostetriche e ginecologhe PartiAmo. Questo significa che le donne che curano le donne hanno visto prima di altri i problemi. Possono essere problemi legati all’organizzazione della struttura, mancanza di una adeguata formazione alla relazione, protocolli rigidi, una eccessiva medicalizzazione. Ma molto fa disgraziatamente l’idea che il parto deve essere necessariamente dolore e sofferenza e va sopportato come una colpa. L’antica condanna biblica: Tu donna partorirai con dolore. La speranza è che si vada, almeno si spera, verso un ascolto più rispettoso della partoriente, un rispetto del suo corpo sapiente».

Cosa rimane dentro a quelle donne che l’hanno subita?

«Si dice che i dolori del parto si dimenticano ma quando i danni sono gravi e irreversibili, come danni causati dall’uso del forcipe, o sofferenze prolungate del feto, resta un male inconsolabile. E poi c’è la rabbia, che non trova riparazione anche perché, come dice un’intervistata che ha partorito in una delle cliniche più rinomate di Milano, è molto difficile averla vinta se denunci un ospedale. Si parla tanto di denatalità, le cause sono tante, ma possono essere anche legate ad una esperienza di parto che non si vuole più ripetere. Il parto è un fatto politico, la società deve occuparsene, determina la cosiddetta “salute primale”, quella che influenzerà la salute futura di uomini e donne».