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Stefano Di Sandro, da aule universitarie e corsie ospedaliere di Modena ai trapianti record al Niguarda

di Ginevramaria Bianchi
Stefano Di Sandro, da aule universitarie e corsie ospedaliere di Modena ai trapianti record al Niguarda

Originario di Colli al Volturno, laureato Unimore, a 43 anni è alla guida della Chirurgia epatica e dei trapianti di fegato e rene dell’ospedale di Milano: in poco più di un mese ha partecipato a 31 interventi. «Senza l’esperienza modenese la mia strada non sarebbe stata la stessa», racconta

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MODENA. Arrivare lontano, lontanissimo, riuscendo sempre a voltare la testa, guardarsi indietro, e ricordare le proprie radici. Le nostre. È quello che fa Stefano Di Sandro da tre mesi a questa parte dal suo arrivo alla guida della Chirurgia epatica e dei trapianti di fegato e rene dell’ospedale Niguarda di Milano, dove si è fatto notare per aver già messo la firma su numeri e risultati che raccontano molto. Trentuno trapianti in poco più di un mese (praticamente uno al giorno); uno in particolare da record: per la prima volta nella storia del Paese un rene e un pancreas sono stati trapiantati utilizzando una sola tecnica totalmente robotica. Contemporaneamente. Il paziente, un uomo di circa cinquant’anni affetto da una grave forma di diabete e da insufficienza renale cronica, viveva da anni tra terapia insulinica e dialisi. Con un solo intervento è stato liberato da entrambe le condizioni. Quarantatré anni, originario di Colli al Volturno, Di Sandro è oggi tra i chirurghi dei trapianti più giovani ai vertici della sanità italiana. Laurea con lode a Unimore, specializzazione a Pavia, esperienze internazionali tra Philadelphia e New York, oltre mille interventi eseguiti in équipe e circa 140 pubblicazioni scientifiche. Nel suo percorso professionale, però, c’è un passaggio che lui stesso considera decisivo: la lunga esperienza modenese, tra università e Policlinico, al fianco della scuola dei trapianti guidata dal professor Fabrizio Di Benedetto. «Un modello di lavoro e di ricerca che oggi porta con me anche a Milano».

Di Sandro, lei ha realizzato un trapianto combinato di rene e pancreas con tecnica robotica. Cosa significa per la vita di un paziente e perché l’uso del robot è la svolta?

«Le malattie che colpiscono questo tipo di pazienti, l’insufficienza renale cronica ed il diabete nella maggior parte dei casi di tipo 1, sono delle patologie che compromettono la prospettiva di vita di un paziente, oltre alla qualità della vita stessa. L’eseguire questi trapianti con una tecnologia robotica significa offrire al paziente l’evoluzione tecnologica più avanzata e disponibile nel mondo. Questa è una tecnica chirurgica che amplifica i risultati di precisione e quindi di efficacia del trapianto, e di conseguenza si associa ad una ridotta incidenza di complicanze ed un decorso per il paziente più leggero, più rapido ed un più veloce reinserimento del paziente nel suo contesto socio professionale e familiare».

Da quando è arrivato a Milano il numero dei trapianti è cresciuto rapidamente. Che cosa è cambiato nell’organizzazione del lavoro?

«L’aumento dei trapianti è dipeso da un impegno di tutti. L’ospedale Niguarda è un grande ospedale metropolitano e fa fronte contemporaneamente a tutte le emergenze di media, alta e altissima complessità. Basti dire che mentre il centro trapianti eseguiva praticamente un trapianto al giorno, includendo anche tutti i giorni festivi del mese di dicembre, contestualmente l’ospedale faceva fronte a tante altre emergenze e carichi assistenziali e alla organizzazione del service sanitario per le Olimpiadi Milano-Cortina. Nessuna di queste attività ha risentito dell’impegno dei gruppi di lavoro su ognuna delle rispettive attività di competenza e questo può accadere solo in una grande struttura. Indubbiamente una nuova organizzazione del centro trapianti e uno slancio verso l’approccio tecnologico e tecnico più avanzato nell’eseguire questo tipo di interventi ha rappresentato un volano per quantità e r qualità dei risultati dei trapianti di organi addominali».

Prima di arrivare ai vertici del Niguarda, il suo percorso ha fatto tappa a lungo in Emilia. Che ricordi conserva degli anni a Modena?

«Io ho trascorso a Modena 12 anni in totale, i primi 6 per la laurea in Medicina (2001-2007) i secondi come docente e chirurgo (2019-2025) . Senza l’esperienza di Modena, sia nei primi anni della mia formazione universitaria, sia nella seconda esperienza da docente universitario, la mia strada non sarebbe stata la stessa. Modena è la provincia italiana a mio avviso con la più ampia visione metropolitana e globale che ci possa essere: si respira un’aria di grandi ambizioni culturali, professionali, sociali. Mi ha messo nelle condizioni di formarmi al punto da potermi spostare subito dopo la laurea per continuare a formarmi e lavorare nella città di Milano, intersecando molte esperienze all’estero di cui la principale alla Columbia University di New York. Successivamente ho avuto la possibilità di tornare e unirmi alla scuola del professor Fabrizio di Benedetto e alla formazione del Policlinico di Modena e della sua università».

Quanto ha influito questo ecosistema nel modellarla come professionista?

«Modena mi ha insegnato a dare valore alle piccole cose; a concentrarsi sul lavoro puntando all’espressione di una professionalità di eccellenza; mi ha insegnato a valorizzare le relazioni umane e a convincere, con la propria determinazione, il proprio impegno, la propria professionalità il contesto in cui si lavora e grazie al quale si possono esprimere grandi eccellenze. Lo stesso approccio avrò a Milano».

Si può pensare che il chirurgo faccia tutto da solo, ma dietro 31 trapianti in un mese c’è una macchina organizzativa complessa.

«Il chirurgo ovviamente non può fare tutto da solo, anzi, da solo non può fare nulla. La lezione più importante che ho imparato è proprio quella di non peccare di autoreferenzialità, che è una delle più grandi malattie professionali del chirurgo. Un intervento combinato come quello riportato in questa esperienza vede coinvolte almeno 50 persone».

Ha un consiglio ai giovani studenti di medicina che oggi frequentano le aule di Modena?

«Ai giovani studenti dico che io, un attimo fa, ero uno di loro. Quindi mi sento vicinissimo al loro mondo e alle loro prospettive. Quello che mi ha premiato maggiormente è stata l’intraprendenza che ho aggiunto alla determinazione, alla preparazione, ed al forte desiderio di essere un chirurgo».

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