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L’intervista

Cancellato, direttore di Fanpage, a Castelfranco: «Vi racconto la vicenda Paragon e cosa si prova a essere spiati»

di Ginevramaria Bianchi

	Francesco Cancellato, direttore di Fanpage
Francesco Cancellato, direttore di Fanpage

Nella sala Degli Esposti della biblioteca comunale la presentazione del libro “Il nemico dentro”: «Ho scoperto che nel mio telefono c’era lo spyware militare israeliano Graphite con un messaggio su WhatsApp. Noi dobbiamo accendere luci, sapendo che qualcuno potrebbe guardarti»

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CASTELFRANCO. Un giornalista ha il dovere e la responsabilità di raccontare. E di farlo bene. Questo ha sempre cercato di fare Francesco Cancellato, direttore della testata online Fanpage da quasi tre milioni di seguaci solo su Instagram. Almeno fino a quando non è finito dentro una storia che di solito… racconta. Non da osservatore, ma da bersaglio. Torniamo a un anno e mezzo fa, quando uno spyware militareGraphite, prodotto da Paragon – è stato installato nel suo telefono. Lui se ne accorge a posteriori, da una notifica arrivata da Meta. Poi, la storia che tutti conosciamo. Se fosse solo una questione personale, resterebbe una vicenda giudiziaria. «Ma probabilmente non lo è», ci spiega lui stesso durante l’intervista. Perché dentro al caso ci stanno altri nomi, una finestra temporale precisa e, soprattutto, la consapevolezza che questi strumenti non sono accessibili a chiunque. Questa sera, alle 20.30, nella sala Degli Esposti della biblioteca comunale di Castelfranco, Cancellato presenta il suo libro “Il nemico dentro”, che tratta il caso. Un racconto che non aggiunge colpevoli, ma che prova a mettere in fila quello che è successo dopo, e che cerca di rispondere, a distanza di tempo, a una semplicissima domanda: perché?

Cancellato, lo chiediamo a lei. Perché?

«Non lo so. Posso solo fare ipotesi: cercavano informazioni su di me, o sulle nostre prossime inchieste».

È di questo che parla nel libro?

«Il libro racconta la vicenda Paragon che mi tocca e ci tocca come giornalisti di Fanpage. Non spiega chi ci ha spiato, ma cosa è successo dopo che ce ne siamo accorti. E racconta anche come la politica, nel suo complesso, non ci abbia aiutati a capire perché ci siamo ritrovati esposti e spiati».

Ecco: ricapitoli quanto successo.

«Un anno e mezzo fa, Meta mi avvisa con un messaggio su WhatsApp: ero stato spiato. Da lì ho scoperto che nel telefono c’era Graphite, uno spyware militare israeliano progettato per entrare senza lasciare tracce. Non sapevo nemmeno esistessero strumenti del genere, se non per uso legittimo. In Italia, nel nostro caso, non lo era».

Il Governo ha negato ogni coinvolgimento. Eppure Paragon vende solo a governi. Chi è il “terzo attore”?

«Le smentite del Governo sono state tante e contraddittorie. Anche per via della finestra temporale in cui siamo stati spiati io e i miei colleghi, è difficile pensare a coincidenze. E la sensazione che resta è pesante».

Quale sensazione?

«Non avevo mai percepito il pericolo di fare quello che faccio. All’inizio non ci dormi: pensi a cosa può succedere sopra la tua testa, a chi ti odia e vorrebbe vederti rovinato. È una vulnerabilità profonda, soprattutto quando conduci una vita normalissima, e non capisci cosa vorrebbero trovare di compromettente su di te. Ti senti esposto, nudo».

Si sente ancora spiato a un anno e mezzo di distanza?

«La sensazione resta. Oggi controllo i log, segnalo ogni anomalia ai ricercatori che mi hanno aiutato, sono molto più attento. Anzi, la parola giusta è paranoico. Ma dopo quello che è successo…».

È ancora possibile fare giornalismo d’inchiesta senza accettare di essere intercettati?

«È sempre più difficile. Ma il nostro lavoro resta accendere luci, anche sapendo che qualcuno potrebbe guardarti mentre lo fai».

Eppure é sempre stato il “metodo Fanpage”, fatto di infiltrati e telecamere nascoste, ad essere additato come “spionaggio”.

«Esilarante che alla fine quelli spiati siamo stati noi, vero? Preciso che non spiamo, raccontiamo. L’infiltrato è uno strumento lecito, usato in tutto il mondo, se rispettoso della deontologia».

All’accusa di essere politicizzati come risponde?

«Rispondo che Fanpage è un giornale indipendente. E che bisognerebbe dubitare dei giornalisti che non fanno le pulci al Governo, non di quelli che lo fanno».

E il vostro modello di business?

«Fare inchieste espone a ritorsioni, anche economiche. Per questo abbiamo scelto un modello sostenuto dai lettori, nell’ultimo periodo. Il punto non è carta o digitale: ma gratis o no».

Gli algoritmi influenzano le scelte editoriali?

«Il rischio è reale. Se un tema non “performa”, tende a sparire. Per questo chiediamo sostegno diretto: l’indipendenza passa anche da lì».

L’inchiesta di cui va più fiero?

«Quando siamo entrati in una comunità di recupero dove i ragazzi venivano “curati” in modo discutibile da quelle che un tempo la Meloni aveva definito come “devianze”: abbiamo dato voce a chi non l’aveva».

È questo il compito di chi fa questo mestiere?

«Sì. Accendere la luce in una stanza buia è il nostro compito».

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