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Ferma l’aggressione a un ragazzo: «Preso a calci e pugni dal branco»


	Mino Spano dopo l'aggressione
Mino Spano dopo l'aggressione

Il sassolese Mino Spano racconta come a Cervia ha salvato un giovane: «Erano in otto su di lui e non potevo far finta di niente. Sono rimasto sorpreso dall'indifferenza degli altri, ora ho la mano rotta»

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SASSUOLO. «Fermatevi, lo state ammazzando! Non potevo voltarmi dall'altra parte mentre lo massacravano». Dieci giorni di silenzio, poi la decisione di parlare. Non per cercare un applauso, ma per scuotere le coscienze.
Mino Spano, figura conosciuta nel comprensorio della ceramica, collaboratore dell'Under 15 del Sassuolo, arbitro Csi e appartenente al V.O.S. (Volontari della sicurezza), ha scelto di raccontare la notte in cui ha deciso di non voltarsi dall'altra parte. Siamo a Cervia, sabato 4 aprile. Una passeggiata si trasforma in un incubo di violenza gratuita: un branco di una decina di ragazzi contro due giovani coppie. Spano interviene, sfida la furia degli aggressori per strappare un ragazzo a un pestaggio che poteva rivelarsi fatale. Il bilancio per lui è pesante - quattro dita rotte e diverse contusioni - ma il peso più grande è quello dell’indifferenza di chi, a pochi metri di distanza, ha preferito restare a guardare. Mino Spano racconta alla Gazzetta i dettagli di quella notte e lancia un grido d'allarme sulla perdita del senso civico nelle nostre città.

Mino Spano, dieci giorni di silenzio. Poi la decisione di parlare. Perché proprio ora?

«Perché non ne posso più di leggere notizie di cronaca nera e restare a guardare. Esco allo scoperto non per esibizionismo, ma per un dovere morale. Voltarsi dall’altra parte è la via più comoda, ma intervenire è l’unico modo per dirsi ancora umani. È una questione di responsabilità, punto e basta».

Sabato 4 aprile, ore 22:30, Cervia. Una passeggiata che si trasforma in un incubo. Cosa ha visto?

«Urla di ragazzi e ragazze. Ho attraversato la strada di corsa e mi sono trovato davanti a un massacro: due coppie di fidanzati contro un branco di maschi. Una sproporzione terrificante».

Cosa è successo in quegli istanti? E come ha reagito?

«In otto contro uno. Avevano scaraventato a terra uno dei due ragazzi. Calci, pugni, una pioggia di colpi senza sosta su un ragazzo inerme. Ho capito subito che la situazione era fuori controllo. Potevano ucciderlo sotto i miei occhi. Mi sono avvicinato e ho urlato con tutto il fiato che avevo in corpo: "Lasciatelo stare, lo state ammazzando!". Volevo rompere quel ritmo incalzante di violenza. Volevo che si fermassero».

La reazione del branco non si è fatta attendere.

«Mi sono preso la mia parte: due calci e diversi pugni e il giubbotto rovinato. Ma non importa. Ho chiamato i Carabinieri, sono arrivati immediatamente, ma le sirene spiegate hanno permesso ai vigliacchi di scappare».

Il bilancio per lei è pesante: quattro dita rotte e un ricovero al Bufalini di Cesena.

«Quattro dita della mano sinistra fratturate e un giubbotto da buttare. Il referto del pronto soccorso parla chiaro: ferite riportate per sedare una rissa. È il prezzo che ho pagato volentieri. Quel ragazzo aveva i denti frantumati, un orecchio lacerato, il volto tumefatto. Fortunatamente il pronto intervento dei soccorsi ha consentito di portarlo velocemente in ospedale in ambulanza. Mi sto chiedendo se non fossi intervenuto cosa sarebbe potuto succedere?».

Lei vive di sport, tra i giovani del Sassuolo e sui campi del CSI. Qual è il messaggio che vuole lanciare?

«È assurdo. Passo la vita a insegnare i valori del calcio a un pallone e mi ritrovo a vedere calci diretti alla testa di un giovane. Manca il senso civico. Manca il coraggio di agire.»

C’è un dettaglio che la tormenta di quella sera.

«Lì vicino c’era una piadineria. Era piena di gente. Eppure, nessuno ha mosso un dito. Sono rimasti tutti a guardare mentre un ragazzo rischiava la vita. Questo mi fa più male delle dita rotte: l'indifferenza di chi guarda e non fa nulla».

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