Gazzetta di Modena

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L’intervista

Dal giornalino del liceo Muratori alla candidatura al premio Emmy

Ginevramaria Bianchi
Dal giornalino del liceo Muratori alla candidatura al premio Emmy

Francesca Trianni oggi lavora per The New York Times con inchieste sull’immigrazione e l’America «sotto pressione» per le politiche di Trump

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MODENA. Ci si può arrivare in mille modi a una candidatura agli Emmy. Con una grande inchiesta internazionale, con mesi passati sul campo, con fonti difficili e storie che fanno rumore. Ma ci sono emozioni che non stanno nei premi, né nei corti, né nei titoli. E restano in quell’emozione che si prova dopo mesi di tentativi nel trovare un editore che stampi in forma cartacea il proprio giornalino scolastico. È lì che la modenese Francesca Trianni torna sempre con la mente, anche oggi che vive a New York, lavora per The New York Times ed è tra i nomi candidati ai 47 esimi News & Documentary Emmy Awards. Non dalle grandi firme, non dalle redazioni americane, ma da una sera qualsiasi passata nelle vesti di studentessa del liceo Muratori San Carlo. Un giornalino scolastico, qualche copia stampata grazie a un editore trovato con ostinazione, e poi lei e suo padre a chiudere una copia alla volta a mano, fino a mezzanotte. «Come si faceva con i quotidiani veri», racconta con affetto. Non è nostalgia, è una specie di misura. Perché tutto quello che è venuto dopo — Columbia University, il lavoro per Time, il riconoscimento al World Press Photo, fino alle inchieste pubblicate sul Times — si è stratificato sopra quel ricordo, senza cancellarlo. E oggi, mentre il suo nome entra nella corsa agli Emmy, se chiediamo a Trianni qual è il servizio che più le ha dato soddisfazione, risponde: «Quel sondaggio sulla salute mentale degli studenti che scrissi per il giornalino scolastico del Muratori, “Fahrenheit 451” si chiamava all'epoca».

Trianni, un giornalino scolastico, davvero?

«Sì. Puoi fare le inchieste più importanti, ricevere riconoscimenti, lavorare nelle redazioni più grandi… Ma quella sensazione di quando ho stampato il giornalino per la prima volta in forma cartacea, chiudendo pagina dopo pagina a mano con mio padre, fino a notte fonda, non è replicabile. Perché lì c’era il senso della scoperta».

Che tipo di scoperta?

«Che quello che scrivi può avere un effetto reale. Non era un esercizio di scrittura da ragazzina del liceo. Quel sondaggio sulla salute mentale ha fatto parlare la scuola, ha aperto discussioni… È stata la prima volta che ho visto il giornalismo funzionare. E mi auguro che, anche ora che sono nel settore di opinioni del New York Times, l’effetto sia lo stesso».

E oggi è candidata agli Emmy. Fa un certo effetto pensare a quel punto di partenza.

«Fa sorridere, più che altro. Ma in realtà non lo vivo come un salto. Per me è sempre lo stesso lavoro, solo su scala diversa».

Perché l’hanno candidata?

«In particolare per due casi che ho seguito quest’anno. Volendoli riassumere, entrambi parlavano di un’America sotto pressione».

Ce li racconti.

«Nel primo abbiamo seguito tre storie di persone detenute nonostante fossero entrate legalmente negli Stati Uniti. In ordine: una ragazza canadese trattenuta dodici giorni alla frontiera senza alcun precedente. Una madre peruviana con green card, sposata con un americano, fermata al rientro da una vacanza e tenuta in condizioni molto dure. E un imam dell’Ohio, in regola, detenuto per oltre due mesi».

Casi isolati?

«No. È proprio questo il punto. Era qualcosa di sistemico e di crudele, a tratti. L’obiettivo era infatti far aprire gli occhi agli americani e fargli vedere che l’Ice non si occupava solo di gestire situazioni irregolari, come da premesse. Ma che esercitava il suo potere anche su regolari cittadini che mettevano piede sul territorio americano».

La seconda inchiesta?

«Riguardava il licenziamento degli ispettori generali di diverse importanti agenzie governative dopo l’inizio del governo di Trump. Una decisione politica molto forte, secondo me. Da lì abbiamo cercato di spiegare cosa significasse quel gesto, nel concreto, per una democrazia».

In questo senso, che clima c’è in America? Si sente libera di scrivere quello che vuole senza imposizioni?

«Il nostro lavoro è mostrare cosa succede davvero, costi quel che costi. Il clima è teso in generale in America, ma nessuno mi ha mai proibito di scrivere quello che volevo, per quanto mi riguarda».

Gli Emmy di quest’anno sembrano premiare proprio questo tipo di giornalismo.

«Sì, tutti i servizi che si sono candidati quest’anno hanno puntato su inchieste che richiedono mesi di lavoro sul campo».

Come ha raccolto tutte le informazioni necessarie?

«Il metodo è sempre lo stesso: verificare, capire, empatizzare, spiegare».

Vincere quel premio cambierebbe qualcosa per lei?

«Per me no, come ho già detto io mi sento soddisfatta a prescindere dall’audience e dei riconoscimenti. Ma per questa gente che ho raccontato, e soprattutto quella che non ho potuto raccontare, magari sì. E allora, se vincere servirà a portare più attenzione su queste storie di sofferenza che ho raccolto, allora sì, avrà un valore in più».

Non sarebbe il primo premio.

«Nel 2018 ho vinto il World Press Photo per l’innovazione dopo essere stata per un anno con Taimaa, mamma siriana che ha girato i campi d’accoglienza di mezza Europa».

Prossimi progetti?

«Continuare sull’immigrazione. E sto lavorando anche su una storia in Iran, con testimonianze molto forti di medici che lavorano lì».

E l’Italia?

“Mi piacerebbe anche tornare a raccontare l’Italia, sempre portando alla luce storie poco visibili».

Modena resta centrale?

«Modena resta casa».

E se dovesse scegliere tra una sera agli Emmy e una passata a piegare le copie di un giornalino scolastico?

«Non è una scelta che si può fare. Ma quella sera lì, col mio papà, piegata per terra con mille fogli sul tavolo della cucina, e mia mamma arrabbiata perché il giorno dopo avrei avuto scuola e si stava facendo tardi (ride, ndr)... È impagabile».