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L’evento

Il Victoria veste... Prada: in 3mila a Modena travestiti per il film

Ginevramaria Bianchi
Il Victoria veste... Prada: in 3mila a Modena travestiti per il film

Boom nel cinema per il ritorno del cult, tra fan in costume e non. E una sala intera è stata riservata dal negozio Modè per le clienti

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MODENA. Il diavolo veste ancora Prada e, a quanto pare, parla anche con accento emiliano. Perché mentre mezzo mondo si accapigliava online su outfit e nostalgie, a Modena è successo molto, ma molto, di più: tremila persone per la premiére hanno invaso il cinema Victoria travestite da… Miranda Priestly, evocando una sorta di adunata fashion dove il dresscode non era elegante. Ma spietato. Tacchi, trench, occhiali scuri anche al buio. Più che spettatori, figuranti inconsapevoli di un sequel parallelo, quello girato tra le file della sala.

Cinema gremito

Siamo a un giorno dall’uscita de «Il Diavolo veste Prada 2», vent’anni esatti dopo il primo film, dopo un tour promozionale che ha colonizzato i feed tra red carpet e maglioncini cerulei. L’attesa era enorme e – va detto – il film non ha deluso. Era il 13 ottobre 2006 quando nelle sale italiane partiva “Suddenly I See” e noi ancora non sapevamo quel che sarebbero diventati Andy, Emily, Miranda e Nigel.

Nel frattempo, al Victoria, il team del multisala prova a tenere insieme l’entusiasmo con la realtà: «Sì, c’è stata davvero tantissima gente. Più di tremila persone, ovviamente in più sale. A posteriori siamo stanchi, ma felicissimi».

La sala riservata

E all’interno di una delle sale riservate al film, quella che a Milano chiamerebbero “attivazione di brand” e che a Modena, più onestamente, definiamo “idea geniale”. Flaviana e Nadia Zarcone, titolari del negozio Modè, hanno prenotato un’intera sala del Victoria da 108 posti per passare la serata della premiére insieme alle loro clienti.

«L’idea è partita da una commessa, che voleva che andassimo tutte a vederlo – raccontano –. Poi abbiamo pensato: perché non portiamo qualche cliente? Ma come facevamo a selezionarle... E allora le abbiamo portate tutte. Ci dicevano che eravamo matte all’inizio…». Risultato? Sala piena e clienti felici. Felici perché anche questo sequel è un successo. Ma perché? Perché “Il diavolo veste Prada” non è solo un film sulla moda, ma l’enciclopedia delle riunioni alle otto di mattina, delle scadenze che ti mangiano vivo, di quelle gerarchie piramidali dove se sbagli il colore di una cinta sei fuori dal mondo. Il glamour? Solo la glassa. Sotto, c’è una torta fatta di fegato amaro e ambizione feroce. Ed è esattamente questo il motivo per cui, a distanza di anni, siamo ancora tutti lì a guardarlo: perché demistifica e mitizza nello stesso istante. Ti sbatte in faccia la fatica disumana e, un secondo dopo, ti convince magicamente che ne valga la pena.

La lezione

«Tutti vogliono essere noi», diceva Miranda Priestly nel primo capitolo con quel tono che non ammetteva repliche. Ma la verità, che emerge prepotente in questo secondo atto, è che non è tutto oro quello che luccica. E forse, è proprio per queste pillole di sfacciata realtà che ci piace così tanto.