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Il caso

“No stupratori in campo”: striscione contro Portanova nel derby, è polemica: «L’hanno strappato»

“No stupratori in campo”: striscione contro Portanova nel derby, è polemica: «L’hanno strappato»

A esporlo all’ingresso della curva Montagnani l’associazione femminista “Non Una Di Meno” la sera prima della partita tra Modena e Reggiana. Le referenti: «Abbiamo chiesto di restituircelo e loro hanno risposto con insulti sessisti, minacce e mostrando i genitali»

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MODENA. Scoppia la polemica a margine del derby tra Modena e Reggiana disputato ieri, 1° maggio. La sera prima della partita, l’associazione femminista e transfemminista “Non Una Di Meno” aveva esposto all’esterno dello stadio uno striscione contro Manolo Portanova, centrocampista della Reggiana condannato a 6 anni di carcere in secondo grado dalla Corte d’appello di Firenze lo scorso 17 aprile. L’accusa è di violenza sessuale di gruppo. Stando al racconto delle referenti dell’associazione, poche ore dopo aver affisso lo striscione, alcune persone l’avrebbero strappato.

Il Comunicato dell’associazione

«Abbiamo trovato delle persone che portavano via lo striscione – scrivono i referenti di “Non Una Di Meno” - che avevamo affisso nei pressi della curva Montagnani; abbiamo chiesto di restituircelo e loro hanno risposto con insulti sessisti, minacce e mostrando i genitali. “Non allo stadio”, questo è quello che ci è stato detto mentre ci riprendevamo lo striscione. Una condanna a sei anni per violenza sessuale di gruppo e lesioni, confermata in appello. Due gradi di giudizio che riconoscono la gravità dei fatti e la credibilità di chi ha denunciato. Eppure, chi è stato condannato continua a giocare, sostenuto e celebrato. Questo non è neutrale: è una scelta politica. È il segnale che tutto può essere ignorato, se c’è di mezzo lo spettacolo. Non lo accettiamo. Non accettiamo che lo sport diventi uno spazio di impunità. Non accettiamo che chi denuncia venga esposta, delegittimata, colpita ancora. Non accettiamo che la violenza venga minimizzata o rimossa. Il ricorso in Cassazione è un diritto. Ma usare lo spazio pubblico per ribaltare i fatti accertati e colpire chi ha denunciato è inaccettabile. Chiediamo – continua il comunicato dell’associazione - che le società sportive smettano di voltarsi dall’altra parte. Chiediamo che le istituzioni prendano posizione. Chiediamo che chi è stato condannato per questi reati non venga trattato come un modello. Questo caso è simbolo di un problema più ampio. Mentre si tenta di ridefinire per legge la violenza sessuale, noi ribadiamo un punto semplice e non negoziabile: senza consenso, è sempre stupro».