Gazzetta di Modena

Modena

Lo studio

Tutta la sanità guarda a Baggiovara: «Qui la rivoluzione sull’epilessia»

Ginevramaria Bianchi
Tutta la sanità guarda a Baggiovara: «Qui la rivoluzione sull’epilessia»

Il team di Unimore capofila nella ricerca con le università di Usa e Francia. Obiettivo curare una forma particolarmente aggressiva

3 MINUTI DI LETTURA





MODENA. Oggi, tutto il mondo della medicina ha gli occhi su Modena. E Modena sul mondo della medicina.

Lo studio pubblicato

Questo perché l’Azienda ospedaliero-universitaria di Modena, con il Centro Epilessie dell'ospedale civile di Baggiovara, di cui è responsabile il professore di UniMore Stefano Meletti, è protagonista di uno studio rivoluzionario internazionale su alcune forme rare e aggressive di crisi epilettiche, note come Norse (New-Onset Refractory Status Epilepticus), associate a un danno cerebrale acuto molto esteso rispetto ad altre forme di stato epilettico. Lo studio, dal titolo “Acute Brain Injury in New-Onset Refractory Status Epilecticus and Etiology-Defined Status Epilepticus” è stato pubblicato martedì su Jama Neurology, una tra le più importanti riviste scientifiche in ambito neurologico al mondo. Non solo: il centro modenese ha coordinato lo studio insieme al Norse Institute dell’università di Yale degli Stati Uniti e all’università Salpêtrière di Parigi.

La malattia

Ma di cosa si tratta? A differenza dell'epilessia generale, che conta oltre 50 milioni di persone nel mondo, il Norse è considerato una condizione rara, e la sua incidenza precisa a livello globale non è ben definita. Colpisce spesso bambini e giovani adulti sani, e nel 50% dei casi non viene trovata una causa specifica. Il Norse è una delle emergenze neurologiche più difficili da trattare, perché finora è stato difficile misurare in tempo reale quanto danno il cervello stia subendo.

«Lo stato epilettico – spiega il prof. Stefano Meletti – è una condizione neurologica grave in cui le crisi epilettiche sono prolungate o si susseguono senza recupero. In questi casi, il cervello rimane in una condizione di iperattività elettrica continua, che può danneggiare le cellule nervose. Il Norse rappresenta una forma particolarmente drammatica di questa condizione: compare improvvisamente in persone senza una storia di epilessia e spesso non risponde ai trattamenti standard. In molti casi, la causa rimane sconosciuta. Con questo studio – prosegue – siamo stati i primi ad aver attestato che di fronte a questi pazienti, la velocità nell’intervenire è fondamentale: perché spesso ci si ritrova a dare i farmaci dopo settimane dall’esordio della crisi. Bisogna cercare di intervenire prima».

Nuove cure

Ora, lo studio apre la strada a nuovi approcci nella gestione della patologia, con l’obiettivo di migliorare il monitoraggio dei pazienti, guidare le decisioni terapeutiche, sviluppare strategie neuroprotettive per limitare il danno cerebrale. Oltre a Meletti per l’ospedale civile, tra i firmatari dello studio c’è Giada Giovannini che ha vinto due progetti di ricerca che hanno consentito di finanziare lo studio.

«Per la nostra azienda è certo motivo di orgoglio coordinare uno studio al quale partecipano realtà come Yale e Parigi che conferma la nostra vocazione nella ricerca scientifica che è decisiva per l’evoluzione della scienza medico-chirurgica», ha esordito Silvio Di Tella, direttore sanitario di Aou di Modena».

«L’eccellenza della produzione scientifica associata alla qualità assistenziale della Neurologia UniMore-Aou è nota da tempo – dichiara il Prof. Marco Vinceti –. Tra i tanti meriti di questo studio, siamo riusciti a dimostrarlo a livello internazional».

«Il nostro studio – aggiunge la dottoressa Giada Giovannini, neurologa del centro epilessie di Aou di Modena – mostra che nel Norse il danno cerebrale può svilupparsi molto rapidamente, già nelle prime settimane dall’esordio».

La neurobiobanca

«La neurobiobanca – ha ricordato la prof.ssa Jessica Mandrioli, direttore della neurologia e responsabile della neurobiobanca – è una banca per la raccolta ed archiviazione di materiale biologico dei pazienti con malattie neurologiche». «La presenza di una neurobiobanca è fondamentale, perché permette di fare studi che hanno un maggior peso scientifico rendendo possibile confrontare la presenza di determinati biomarcatori, nelle varie matrici biologiche di pazienti appartenenti a diversi gruppi di patologia, identificando quelle molecole che possono caratterizzare meglio una determinata patologia, come abbiamo fatto nel nostro studio», ha concluso la dottoressa Roberta Bedin, biologa della Biobanca.