Suicida Pietro Gugliotta, il gregario della banda della Uno Bianca
Il vignolese, 65 anni, si è tolto la vita nella casa in Friuli. Il suo avvocato: «Temeva il riaccendersi dei riflettori sulla vicenda»
MODENA. Si è tolto la vita Pietro Gugliotta, e con lui se n’è andata la sua verità sulla Uno Bianca, le rapine e gli omicidi che hanno insanguinato l’Emilia Romagna e le Marche dal 1987 al 1994.
L’ex assistente della polizia di Stato che abitava a Vignola, in servizio alla centrale operativa della questura di Bologna fino all’arresto il 25 novembre 1994, si è impiccato l’8 gennaio scorso nella sua casa di Colle d’Arba, provincia di Pordenone, in Friuli, dove si era rifatto una vita. Si è saputo solo adesso: non era trapelato nulla finora sulla circostanza. Sul posto la polizia Scientifica, ma non sembrano esserci dubbi sulla dinamica suicidaria.
Aveva 65 anni. Era considerato il “gregario” della banda guidata dai fratelli Savi. Condannato a vent’anni solo per le rapine, non per gli omicidi, e per il supporto logistico dato alla banda. Era stato scarcerato dal Dozza di Bologna nel 2008, dopo 14 anni. Dopo l’arresto, la moglie e le due figlie con cui viveva a Vignola hanno rotto i rapporti con lui. Aveva trovato in Friuli una nuova moglie con cui viveva, assieme ai due figli di lei, in un paesino di 240 persone. Aveva lavorato per una cooperativa friulana che si occupa di reinserimento sociale, facendo giardinaggio. Da un anno era in pensione e adesso si stava occupando della ristrutturazione della casa. Sembrava aver raggiunto una certa serenità, alla vigilia dei 40 anni dall’inizio dell’incubo della Uno Bianca. Il suo gesto è stato uno choc per tutti. Per i famigliari, ma anche per Stefania Mannino, l’avvocato di Bologna che è stata la figura a lui più vicina negli ultimi trent’anni.
Avvocato, non si aspettava un gesto del genere?
«Assolutamente no. Lo avevo sentito pochi giorni prima per gli auguri di Natale, e non avevo colto nulla di anomalo nelle sue parole. Sono rimasta molto stupita, oltre che dispiaciuta: era una persona che conoscevo da trent’anni, e che continuavo a seguire nel suo proficuo percorso di reinserimento sociale, soddisfatta per i risultati che aveva raggiunto».
Stava procedendo bene?
«Sì, era contento di essersi rifatto una vita, di aver avuto questa seconda possibilità dopo l’uscita dal carcere. Non è facile ricostruirsi dopo un passato di questo genere e tanti anni passati in carcere, in regime di isolamento in un carcere ordinario come quello della Dozza. Aveva trovato questa casa in campagna che stava ristrutturando, sembrava sereno. Credo che non se l’aspettasse nessuno un gesto del genere».
È stato uno choc anche per la sua famiglia di Vignola?
«Sì, dopo il divorzio aveva interrotto i rapporti con la moglie, e anche quelli con le figlie erano stati compromessi. Poi negli ultimi anni qualcosa era cambiato, le figlie andavano a trovarlo in Friuli e mi parlava di un riavvicinamento, in particolare con la minore. È stato un brutto colpo anche per loro».
Non ha lasciato nessun biglietto?
«No, nulla, nessuna spiegazione sul suo gesto».
Poteva essere preoccupato per le nuove indagini sui crimini della Uno Bianca aperte dalla Procura di Bologna? Gliene aveva parlato?
«Non era assolutamente preoccupato per le indagini in sé. Mi diceva che secondo lui non avevano nessun fondamento e che se ne sarebbe accorta anche la Procura. Non temeva gli sviluppi delle indagini o la possibilità di essere sentito dai magistrati, era tranquillo su questo. Era un altro il suo timore».
Quale?
«Il fatto che si sarebbero tornati ad accendere i riflettori sulla Uno Bianca e tutto quello che era successo. Questa era la cosa che lo preoccupava: la riapertura del caso sul fronte mediatico, piuttosto che su quello giudiziario. Quando sono uscite le notizie su queste nuove indagini mi aveva chiamato preoccupato dicendomi: “Oh no, adesso ricominceranno a parlare di questa vicenda, parleranno anche di me... Io invece voglio essere dimenticato, voglio l’oblio, voglio che non si parli più della Uno Bianca”. Temeva i riflettori, il riaffacciarsi del suo passato nella tranquillità della vita di campagna che si era faticosamente ricostruito in Friuli. Temeva l’irruzione delle telecamere, e del passato di 40 anni fa, nella sua vita di oggi. Poi è chiaro, non possiamo sapere se è stato questo il vero motivo che l’ha spinto a un gesto del genere. Se questi timori l’hanno scavato dentro, stravolgendo l’equilibrio di un uomo che era appena arrivato alla pensione, da un anno, e che pensava solo a vivere tranquillo ristrutturando la sua casa nel verde».
Era pentito di quello che aveva fatto?
«Sì, diceva di essere rimasto intrappolato in una vicenda cui non riusciva a uscire. Non si spiegava come si fosse lasciato coinvolgere dai Savi. Voleva solo metterci una pietra sopra».
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