Picchio Rosso, il genero Griffi: «Mario Boni fu davvero geniale quando inventò la notte italiana»
Domenica 24 maggio al parco Campani di Formigine la festa per i 50 anni dalla nascita del Picchio Rosso: sul palco salirà Marco Baroni con la canzone dedicata al Picchio Rosso. Nei locali del “21”, dove tutto ebbe inizio, sarà allestita una mostra fotografica capace di attraversare cinquant’anni di storia. E poi i dj storici del locale, guidati da Luca Zanarini.
MODENA. C’erano notti, a Modena, che sembravano non finire mai. Notti in cui la pianura si illuminava di fari, di musica, di ragazzi arrivati da ogni parte per inseguire qualcosa che allora aveva il sapore semplice della libertà. È in mezzo a quelle luci che cinquant’anni fa, nel 1976, nacque il mito del Picchio Rosso. E dietro quel nome destinato a diventare leggenda c’era soprattutto un uomo: Mario Boni, che insieme al suo braccio destro Luciano Riccò trasformò un semplice locale in un pezzo d’Italia che, ancora oggi, vive nei racconti di chi c’era.
A raccontarlo adesso è Marco Griffi, genero di Mario Boni e per anni al suo fianco nel lavoro, che lo descrive come «un vulcano, uno che non si fermava mai». «Aveva continuamente idee, intuizioni, progetti. E teneva enormemente a questo compleanno del Picchio: mezzo secolo è una data storica. Per questo stiamo cercando di fare l’impossibile perché venga fuori qualcosa di notevole, qualcosa che rispecchi davvero il suo desiderio». Il desiderio, come spiega Griffi, di riportare in vita quell’atmosfera. «Stiamo cercando di ricreare il più possibile il clima di allora. Il Picchio non era solo una discoteca. Era convivialità, confidenza, famiglia. C’era divertimento sano, senza eccessi. Era questo che Mario voleva difendere».
E così il 24 maggio il parco Campani di Formigine proverà davvero a riaccendere quel clima. Dalle tre del pomeriggio fino a mezzanotte la musica tornerà a essere il centro di tutto. Sul palco salirà Marco Baroni con la canzone dedicata al Picchio Rosso. Nei locali del “21”, dove tutto ebbe inizio, sarà allestita una mostra fotografica capace di attraversare cinquant’anni di storia. E poi i dj storici del locale, guidati da Luca Zanarini. Perché il Picchio Rosso non fu soltanto una discoteca. Mario Boni aveva capito prima di molti altri che quei luoghi potevano diventare molto più di una pista da ballo...
«Mio suocero aveva fatto esperienza in altri locali — racconta Griffi — ma col Picchio allargò completamente la prospettiva. Portò dentro anche la cultura, gli spettacoli, i concerti. Arrivavano artisti che magari non erano ancora famosi in Italia, ma che lui intuiva prima degli altri». La storia gli diede ragione. Sul palco del Picchio passarono Lucio Dalla, Renato Zero, Francesco De Gregori, Gino Paoli, Mia Martini. Vasco, davanti a quattromila persone, tenne lì uno dei suoi primi grandi concerti. Il locale diventò una rampa di lancio per artisti destinati a segnare la musica italiana. Perfino il cinema si accorse di quel fenomeno: tra quelle mura girò anche Orietta Berti.
«Se li avessimo contattati tutti per il 24 maggio — sorride Griffi — quelli che sono ancora in vita sarebbero tornati volentieri». Forse perché il Picchio Rosso appartiene a una stagione irripetibile. A un tempo in cui le discoteche erano cattedrali popolari, punti di riferimento sociali prima ancora che luoghi di divertimento. E Mario Boni, in questo, fu davvero un visionario. «Mio suocero riusciva a intercettare i tempi e ad anticiparli. Era nato con quella caratteristica. Oggi personaggi così mancano. Locali di quelle dimensioni praticamente non esistono più. E il Picchio è stato... una bella storia».
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