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Dove viveva il 31enne

Ravarino sconvolta: «Salim? Tipo schivo e solitario». I genitori lasciano casa

di Stefania Piscitello
Ravarino sconvolta: «Salim? Tipo schivo e solitario». I genitori lasciano casa

Le voci dei concittadini del 31enne che ha travolto otto persone in via Emilia Centro a Modena. La sindaca: «Famiglia come tante, nessuna segnalazione. Il nostro paese è sgomento e addolorato»

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RAVARINO. In via Muzzioli i genitori di Salim El Koudri sono andati via sabato sera, dopo le perquisizioni. «Hanno caricato un furgone e sono partiti, non so dove siano andati», racconta un vicino, indicando il cortile privato dove si trova l’abitazione della famiglia. A Ravarino, dove il 31enne viveva con la famiglia almeno dal 2000, come ha riferito la sindaca Maurizia Rebecchi, in ogni angolo si parla di quello che è successo a pochi chilometri di distanza, sabato pomeriggio, in pieno centro a Modena. Se ne parla nei bar, davanti alle case, sottovoce sui marciapiedi. Eppure in pochi sembrano conoscere davvero il giovane. C’è chi lo vedeva passare, chi ricorda l’auto, chi dice di averlo incrociato qualche volta. Ma quasi nessuno racconta un rapporto, una confidenza, una frequentazione.

I racconti dei cittadini di Ravarino

In via Muzzioli l’atmosfera è sospesa. C’è chi suona alla porta del vicino e, restando sulla soglia, bisbiglia per provare a capire che cosa sia successo sabato sera, quando nella strada sono arrivate polizia e carabinieri. «Ho visto tanta polizia, anche in borghese – racconta Lauro Tagliati, che abita qualche civico più indietro –. Hanno messo il nastro rosso. Sapevamo già cosa era successo». Un altro vicino, Hay Heidi, dice di non conoscere nemmeno il nome del 31enne. «Io l’ho sempre visto passare da solo. Qui, in questa parte del quartiere, non l’ho mai visto con altra gente. Non abbiamo mai parlato». Lo descrive come una presenza isolata: «Si vedeva che era strano, non salutava nessuno. Però non posso valutare nessuno: se stava bene o non stava bene, se voleva essere riservato. Viveva così. Non dava fastidio agli altri. Lo vedevamo sempre da solo: entrava da solo, usciva da solo, parlava da solo al telefono». La notizia, per alcuni residenti, è arrivata solo con le sirene. «Quando abbiamo visto le macchine della polizia – continua il vicino – ho aperto il telefono e ho guardato le ultime notizie. Ho visto quello che era successo, ho capito la macchina, ho capito la persona». L’auto, spiega, era conosciuta nella strada: «Una Citroen grigia che entrava qui. Non ho visto chi guidava, ma quando ho visto la polizia qui ho pensato che fosse lui». Accanto allo sconcerto, c’è anche un timore che riguarda il peso di quanto accaduto sulla comunità straniera del paese. «È una cosa molto grave, una cosa che tocca anche noi – dice ancora il vicino – perché noi siamo stranieri, è una cosa che non fa bene a noi». Non parla di paura, ma di fastidio. «Se lui ha fatto una strage, non significa che tutti gli stranieri facciano stragi. Però a noi dà fastidio, non ci fa piacere. Ci dispiace per il nostro futuro, per il nostro rapporto con gli italiani. Non abbiamo la stessa nazionalità, ma abbiamo la stessa cultura, la stessa religione». Anche Marco D’Alessio, che abita nella zona, dice di non averlo mai visto. «Non sapevo neanche che abitasse qua. Lo abbiamo scoperto ieri perché abbiamo visto carabinieri e polizia. Io l’ho saputo dai social, quando è avvenuto questo incidente. All’inizio non credevamo fosse così grave». Nei bar del paese qualcuno guarda la foto e prova a ricordare. «Mi sembra di riconoscerlo», dice una persona. «Veniva qui ogni tanto a cambiare i soldi». Ma anche in questo caso il ricordo si ferma a pochi dettagli: «A momenti neanche salutava, molto schivo. Però non gli abbiamo mai parlato davvero». Il profilo che emerge tra via Muzzioli e il centro di Ravarino è quello di una figura conosciuta più di vista che per relazioni reali. Una presenza che molti hanno incrociato senza frequentare, mentre dei genitori viene restituita un’immagine diversa: quella di persone integrate nella comunità islamica locale, conosciute e senza problemi segnalati. Nel paese restano tante domande e, soprattutto, restano tante le cautele. I residenti ripetono quello che hanno visto: le pattuglie, il nastro, il furgone caricato, la casa rimasta chiusa. Il resto è affidato alle indagini.

La sindaca Maurizia Rebecchi

Non era noto ai servizi del Comune il nucleo familiare di Salim El Koudri, il 31enne residente a Ravarino fermato dopo l’incidente di ieri in via Emilia centro a Modena. A chiarirlo è la sindaca di Ravarino Maurizia Rebecchi, mentre gli inquirenti stanno ricostruendo il profilo del giovane.«Il nucleo non era noto ai servizi del nostro Comune - spiega la sindaca -. Era una famiglia probabilmente come tante, che non aveva rappresentato bisogni particolari e quindi, non accedendo ai servizi, non era da noi conosciuta». Nessuna segnalazione sarebbe arrivata agli uffici comunali. «Assolutamente no - conferma Rebecchi -. Davvero non era noto per nessun motivo né il nucleo familiare né questo ragazzo».Sul fatto che il 31enne fosse stato preso in carico dai servizi sanitari, la sindaca precisa che si tratta di un percorso diverso da quello comunale. «Sarà stato un percorso di carattere sanitario - dice - quindi evidentemente, a un bisogno segnalato dal giovane, si sono attivati i servizi competenti. In questo momento l’Azienda sanitaria locale sta ricostruendo il percorso di questo giovane uomo per avere gli elementi necessari agli inquirenti, anche per capire il profilo e le eventuali motivazioni».A Ravarino la notizia ha provocato sgomento. «La comunità di Ravarino in questo momento, come sempre fa questa comunità, molto matura, è in attesa, ovviamente sgomenta, è addolorata - continua Rebecchi -. Il pensiero di tutti è rivolto alle vittime, a chi sta lottando tra la vita e la morte. Rimaniamo a disposizione nei prossimi giorni, capendo come evolveranno le indagini».Il 31enne, secondo i servizi demografici, è residente a Ravarino dal giugno del 2000. «Credo che abbiano avuto un trasferimento da un’abitazione, da una via a un’altra - aggiunge la sindaca - però sono sempre rimasti all’interno del tessuto del Comune di Ravarino». La famiglia, riferisce ancora Rebecchi, era conosciuta dalla comunità islamica locale: «La comunità islamica ha confermato la conoscenza dei genitori, figure assolutamente integrate anche in quella comunità, senza nessun tipo di problema manifestato o rilevato».Quanto all’ipotesi che il giovane possa essere stato vittima di bullismo, la sindaca frena: «È un’informazione che sta girando, ma non la posso confermare, perché il quadro lo stanno ricostruendo in queste ore». Rebecchi fa sapere di non avere ancora sentito i familiari. «Siamo nel pieno di un’indagine in costante evoluzione e quindi in questo momento siamo prudenti e in attesa». Prudenza anche su eventuali collegamenti con la vicenda dei candelotti di finta dinamite posizionati mesi fa davanti al centro islamico di Ravarino. «Al momento quella è una storia che probabilmente è indipendente da questo percorso. Non abbiamo motivo di pensare che ci siano dei legami. Mi devo rimettere alle indagini degli inquirenti: solo da lì capiremo se ci siano stati legami o meno. Al momento non ne risulta nessuno».

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