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L’auto sulla folla, la vita che cambia: «Così il dramma di Modena mi riporta a New York»

di Ginevramaria Bianchi

	Giulia Gardani fu travolta a New York nel 2023
Giulia Gardani fu travolta a New York nel 2023

Giulia Gardani, cremonese di 37 anni, nel 2023 fu investita da un’auto pirata durante il viaggio di nozze: dopo la tragedia di via Emilia centro, ripensa a quell’orrore

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MODENA. Il rumore del motore arriva prima delle urla. Poi una macchina che devia, punta il marciapiede, accelera verso le persone. E, da lì in avanti, solo il suono incessante delle sirene. Basta la descrizione di queste immagini a riportarvi alla mente la tragedia accaduta in via Emilia centro sabato, lo sappiamo. Ma sappiamo anche che c’è chi, davanti alla descrizione di questi fatti, davanti ai video visti sui social, davanti ai bollettini medici diffusi sui giornali, non ha potuto fare altro che pensare a qualcosa di diverso dalla strage modenese. Qualcosa di più privato. Quella persona è Giulia Gardani, cremonese di 37 anni, che quella stessa follia l’ha incontrata nella notte tra il 20 e il 21 agosto 2023, a New York, durante il viaggio di nozze, quando lei, il marito, ed altri cinque sconosciuti sono stati travolti senza motivo da un’auto mentre aspettavano il verde sulle strisce pedonali. L'impatto le ha causato una tetraplegia con lesione incompleta, lasciandola paralizzata e incapace di muovere gambe e braccia. Per questo, davanti alla tragedia di Modena, per lei è stato inevitabile rivivere la stessa scena: l’assurdità di un’auto che sceglie la folla, la sensazione che la vita possa spezzarsi in pochi secondi senza un motivo comprensibile. E la domanda che continua a inseguirla, oggi come allora: «Perché proprio a me?».

Gardani, quando ha visto le immagini di Modena, qual è stato il primo pensiero?

«Che quella scena, io, l’avevo già vissuta. Stessa dinamica: una macchina che punta dritto verso le persone. Nel nostro caso andava meno veloce, ci ha preso e poi ha continuato andando a danneggiare altre macchine. Quando è successo a noi sembrava una cosa assurda, perchè era capitata in America. Vederlo qui in Italia fa un effetto diverso, forse ancora più forte».

Guardando quello che è successo a Modena, ha rivissuto la sensazione dell’imprevedibilità?

«Sì, e anche la stessa follia. Anche nel mio caso, infatti, non c’era un perché. E oggi continua a tormentarmi».

Come si può definire una tragedia del genere?

«Come un attentato, ma non nel senso terroristico che molti vogliono intendere. Nulla di tutto ciò. Piuttosto, come un attentato alla libertà delle persone. Non si può neanche fare una passeggiata in centro senza che la vita possa cambiare completamente in un istante».

Cosa avrebbe voluto sentirsi dire quando era lei dall’altra parte della notizia?

«Che sarebbe tornato tutto come prima. Anche se purtroppo non è così. Oggi mi manca la facilità delle cose, il poterle fare senza l’aiuto di qualcuno. Mi manca la libertà di decidere senza dover pensare».

C’è stato un momento in cui ha pensato di non farcela?

«Più che altro ho pensato di non volercela fare. Appena mi sono svegliata nel letto d’ospedale a New York, mi avevano prospettato una vita a letto. Subito mi è venuto da pensare all’eutanasia in Svizzera. Le mie soddisfazioni erano lo sport, il lavoro, il movimento, il poter riempire le giornate. E tutto un tratto, mi sembrava che ogni cosa mi venisse negata».

Cosa manca, secondo lei, nella narrazione di queste storie?

«Che dopo la notizia le persone vengono un po’ abbandonate. Si racconta il fatto, ma non il dopo, perché non fa più audience. E invece il dopo è la parte più lunga e difficile, quella in cui le persone cercano di reinventarsi ma sentono le difficoltà e la solitudine. Io ho avuto una famiglia che mi è stata molto accanto. Mi auguro che anche le vittime della tragedia di Modena potranno avere da parte dei propri cari lo stesso supporto».

Se potesse parlare oggi alle persone coinvolte nella tragedia modenese, cosa direbbe loro?

«Di non pensare solo a quello che hanno perso, ma a quello che possono ancora fare. E di non identificarsi con la loro condizione: le persone che ti vogliono bene, lo fanno a prescindere dalla sedia a rotelle ».

E se potesse parlare alla Giulia di quella sera a New York?

«Le direi che ha fatto bene a vivere tutto quello che ha vissuto e che non ha colpa di nulla. Non ho rimpianti».

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