L’altro 2 giugno a Modena: «Contro guerra, riarmo e genocidio» – Video
La depuata Stefania Ascari, l’artista Moni Ovadia, il giornalista di Al Jazeera a Gaza Wael Al Dahdouh e l’avvocato Fausto Gianelli presenti alla manifestazione in Piazza Grande
MODENA. Il dibattito è partito da una contrapposizione: i valori fondanti della Repubblica italiana da un lato, i conflitti in corso che tradiscono i principi della democrazia e le basi del diritto internazionale dall’altro. Pedine bianche contro nere, come in una partita a dama, schieramenti di cui la mobilitazione popolare “Modena ripudia la guerra, il riarmo e il genocidio” ha voluto ricordare l’esistenza, il 2 giugno, in Piazza Grande.
La deputata Ascari
«Mi chiedo cosa ci sia da festeggiare quando a pochi chilometri dalle nostre coste si sta consumando un genocidio, si sta annientando un intero popolo». In occasione del 2 giugno la deputata Stefania Ascari è intervenuta a sostegno della causa palestinese, chiedendo l’interruzione di ogni rapporto e collaborazione con “uno stato terrorista”. «Pochi mesi fa sono stata in Cisgiordania, tutti i territori palestinesi sono occupati. Ci sono bandiere israeliane piantate ovunque, coloni armati fino ai denti che camminano per le strade». Ascari, reduce da diverse missioni, ha raccontato le proprie esperienze: «Questo governo si riempie la bocca di valori e poi finanzia il riarmo, le guerre, il genocidio e ha trasformato la solidarietà in un reato, in un pericolo pubblico».
Il giornalista di Al Jazeera
Alcune centinaia di modenesi si sono fermati per ascoltare le testimonianze di chi i conflitti li ha visti con i propri occhi, come Wael Al Dahdouh, giornalista di Al Jazeera a Gaza. Gli israeliani hanno colpito la sua famiglia più volte, causando la perdita di 12 componenti, tra cui la moglie e tre figli. «Perché prendono di mira i giornalisti, colpiscono i loro cari, perché attaccano le loro vite e i luoghi in cui lavorano? L’obiettivo sembra essere quello di escluderli dal teatro dei fatti, dove si consumano violazioni contro gli esseri umani», ha affermato Al Dahdouh, gesticolando con il tutore al braccio, colpito a dicembre 2023 dalle schegge di un missile, nel corso di un attacco a Khan Yunis che è costato la vita al cameraman. Dalle sue parole è emersa la fotografia di un paese in cui nulla è cambiato nonostante il cessate il fuoco. «Il genocidio a Gaza non si è fermato»: al popolo palestinese, che sta subendo “lo spettro della carestia”, viene lasciato «l’indispensabile per sopravvivere. Israele continua a tagliare elettricità e approvvigionamento idrico, mantiene chiusi i valichi. Anche l'ingresso delle merci è ridotto a un livello minimo, quasi simbolico».
Moni Ovadia
Ha la stessa età della Repubblica e da oltre quarant’anni figura tra le voci più critiche nei confronti della nascita dello Stato di Israele. Moni Ovadia, attore, cantante, musicista e scrittore nato in Bulgaria, lo ha ricordato a tutti i partecipanti alla mobilitazione popolare in Piazza Grande. Ovadia, che ha richiesto in modo simbolico e ottenuto la cittadinanza onoraria palestinese, ha espresso il suo sostegno nel contrastare ogni forma di oppressione e discriminazione, oltre a supportare la causa di quello «straordinario popolo di cui tutti noi dobbiamo sentirci parte. È un esempio di come si resiste e non si cede neanche alla più cinica delle violenze. Non c’è mai stato un sionismo buono, è un’emanazione del colonialismo europeo. È stato creato dagli inglesi, perché l’occidente è ancora razzista». Lo stesso occidente che, secondo Ovadia, ha messo al primo posto il profitto e non considera più l’essere umano, “non è più una civiltà” e “cammina sul solco di un crimine”. «Solo uomini che hanno ricchezze immense possono decidere l’orientamento dell’intelligenza artificiale, cioè se usarla per i conflitti, perché oramai le vittime sono sempre più quasi solo civili. Chi propone il riarmo non lo fa di certo pensando a noi cittadini. Quale uomo senziente può volere le guerre di oggi?». In questo scenario di tensioni geopolitiche ci si interroga sulle prospettive. «Il mondo sta andando verso la catastrofe, c’è una voglia di guerra e tocca a noi cittadini fermarla», ha sottolineato. «La speranza esiste se è un processo. Bisogna mettersi in cammino per conquistarla. Non piove dal cielo».
L’avvocato Gianelli
La mobilitazione, promossa dalla Consulta popolare di Modena contro guerra, riarmo e genocidio, ha riscosso l’adesione di associazioni, forze politiche e sindacali tra cui Cgil, Arci e Modena per la Palestina. Tra gli interventi in programma c’era anche quello dell’avvocato Fausto Gianelli, difensore di Salim El Koudri, che il 16 maggio ha travolto con la sua auto a tutta velocità alcuni passanti in via Emilia. «Era previsto che ci fossi anche io sul palco, perché sono solidale con la manifestazione. Poi il dramma che ha vissuto la città ha fatto sì che scegliessi di essere in prima fila», ma rimanendo in mezzo al pubblico. Il suo ruolo professionale, che nei giorni passati lo ha reso bersaglio di odio e minacce, ha influito sulla scelta di non prendere pubblicamente il microfono, «per evitare polemiche e che domani si parlasse dell'avvocato del processo, mentre si deve discutere del messaggio» dell’iniziativa.
Striscioni e polemiche
Bandiere e cartelloni sono stati portati in piazza per ribadire anche con una macchia di colore quel “Free Palestina” che i partecipanti urlavano a gran voce. Gli striscioni appesi sulle colonne del palazzo comunale non sono sfuggiti all'attenzione di Luca Negrini, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale, che li ha definiti una mancanza di rispetto verso uno dei luoghi simbolo della nostra città: «Al di là delle posizioni che ciascuno può legittimamente avere sulla situazione in Medio Oriente, il Municipio non è uno stadio».
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