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L’intervista

«Fare il detective non è una fiction tanta tecnologia tra realtà e regole»

Di Ginevramaria Bianchi
«Fare il detective non è una fiction tanta tecnologia tra realtà e regole»

«Indagini più gettonate? I possibili tradimenti»

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MODENA Quando si parla di investigatori privati, l'immaginario collettivo continua a essere popolato da detective infallibili, inseguimenti, appostamenti rocamboleschi e misteri da risolvere. Un racconto alimentato per decenni da cinema, televisione e letteratura, ma che solo in parte coincide con la realtà. Dietro questa professione, infatti, c'è soprattutto un lavoro fatto di osservazione, raccolta di elementi, studio dei contesti e rispetto di norme molto rigide. A raccontare cosa significa oggi svolgere questo mestiere è il modenese Ismail Maroufi, 24 anni, responsabile operativo di Fima Investigazione e Sicurezza, agenzia fondata dal padre e oggi guidata insieme al fratello. Attraverso i social network, dove negli ultimi mesi ha iniziato a condividere contenuti dedicati al settore, Maroufi prova infatti a restituire un'immagine più aderente alla realtà della professione, chiarendo competenze, limiti e responsabilità. E oggi ne parla alla Gazzetta.

Maroufi, cos'è Fima?

«Fima nasce dalle iniziali dei componenti della nostra famiglia. Ci occupiamo di servizi di sicurezza non armata e di investigazioni private e aziendali. Si va dai casi legati alle relazioni personali fino alle indagini per le imprese».

Com'è cambiato il lavoro dell'investigatore negli ultimi anni?

«Oggi la tecnologia ha trasformato profondamente il settore. I pedinamenti esistono ancora, ma sono molto diversi rispetto a vent'anni fa. Abbiamo strumenti e metodologie che permettono di lavorare in maniera più efficace e precisa».

Quali sono i casi che vi arrivano più spesso?

«Molte richieste riguardano problemi di fiducia nelle relazioni private. Negli ultimi anni, però, è cresciuta molto anche l'attività legata alle aziende».

Quanto conta l'analisi rispetto al lavoro sul campo?

«Il lavoro operativo resta fondamentale, ma oggi c'è una parte enorme di studio e preparazione. Si analizzano abitudini, routine e informazioni utili per costruire un'indagine efficace».

Come nasce un'indagine?

«Si parte sempre da un colloquio conoscitivo, senza impegno economico. Se ci sono i presupposti si firma il mandato, obbligatorio per legge, e si definisce l'intervento. Alla fine viene consegnata una relazione completa con tutta la documentazione raccolta».

Vi capita di rifiutare degli incarichi?

«Assolutamente sì. Ci sono richieste che non sono corrette o non sono legali. In quei casi la risposta deve essere un no».

Quanto è distante la realtà dai film?

«Molto. Non siamo poliziotti e non viviamo avventure spettacolari ogni giorno. A volte significa restare ore in appostamento sotto il sole, la pioggia o il freddo senza che accada nulla».

Perché hai scelto di raccontare questo mondo sui social?

«Perché in Italia sono ancora pochi gli investigatori che spiegano davvero il proprio lavoro. Credo sia importante mostrare chi siamo, cosa facciamo e come lo facciamo. Sono anni che siamo stabilizzati sul territorio modenese, da quando mio padre ha fondato l’azienda. È arrivato in Italia dal Marocco, ha costruito questa realtà con sacrificio, e ci ha trasmesso la passione per questo mestiere. Continuare il suo lavoro è per me motivo di orgoglio».l
 

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