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L’intervista

Garlasco, Marco Poggi rompe il silenzio dopo 19 anni: «Si è detto di tutto, ma la verità c’è già»


	Marco Poggi, la sorella Chiara, Sempio e Stasi
Marco Poggi, la sorella Chiara, Sempio e Stasi

L’intervista del fratello di Chiara a Quarto Grado: «All’inizio non credevamo nella colpevolezza di Alberto Stasi. L’abbiamo difeso veramente tanto, anche quando era stato incarcerato ero convinto che fosse innocente. Seguire tutti i processi ci ha tolto ogni dubbio e per questo ritengo Andrea Sempio estraneo»

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Ecco l’intervista di Martina Maltagliati a Marco Poggi, fratello di Chiara Poggi, andata in onda ieri sera a “Quarto Grado”, la trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi con Alessandra Viero su Retequattro.

Perché rompi il silenzio dopo 19 anni?

«Non ho mai sopportato tutta questa esposizione mediatica di quello che purtroppo è successo a Chiara. In quest’ultimo anno la mia figura è stata molto più coinvolta. Era da diverso tempo che pensavo di parlare, anche per fare finire tutte le allusioni e questo alone di mistero che c’è sulla mia figura».

Per alcuni sei diventato il bersaglio numero uno nel giallo di tua sorella.

«Non è quello che pensavo ovviamente di dover affrontare diciotto anni dopo».

Qual è l’accusa che ti ha ferito di più?

«Ovviamente essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, essere accusato addirittura di essere un autore».

Quando hai letto “in fondo potrebbe essere tornato dalla montagna a uccidere sua sorella”, come ha impattato dentro di te questa ipotesi?

«Non è stato facile».

Hai provato rabbia?

«Sì, certo. I sentimenti che ho provato di più in quest’ultimo anno sono rabbia e stanchezza».

C’è chi ti ha voluto chiuso in una clinica psichiatrica.

«È stato detto di tutto, forse il fatto di non aver mai rilasciato interviste può avere alimentato queste voci. C’è un minimo di colpa da parte mia».

Perché “colpa”?

«Forse se avessi fatto interviste prima, queste voci e teorie non sarebbero nate».

C’è qualcosa di vero sull’ultima versione emersa da alcuni audio che vorrebbero te, Andrea Sempio e Stefania Cappa coinvolti in un giro di droga che Chiara avrebbe scoperto?

«Ho sentito anche questa cosa, ma si è detto di tutto in quest’anno».

Hai mai avuto problemi di droga?

«No, siamo nella fantasia che più fantasia non può essere. Se nessuno mette un freno, se nessuno toglie alle persone l’illusione che una determinata pista o ricostruzione non esiste, ci sarà sempre qualcuno che si inventerà la qualunque».

Da chi ti aspettavi che venisse tolta questa illusione?

«Ho sempre pensato che chi indagava potesse benissimo smorzare alcune piste, non solo la mia, anche tutte le altre su cui si è giocato per un anno sulla morte e sulla vita di Chiara».

Secondo te cosa avrebbe ferito di più Chiara in questo anno e mezzo?

«Direi anche in tutti questi 18 anni. Non credo che avrebbe mai voluto tutta questa esposizione mediatica, tutte queste insinuazioni sulla sua doppia vita o sulla sua vita privata».

Chi ti accusa ti sta guardando. Vuoi dire qualcosa?

«Arrivare a una fine un po’ di tutto. Adesso le indagini sono finite, penso che tutto il fango che abbiamo subito non ci scivolerà mai addosso. Però credo che ora si possa interrompere».

Cosa intendi per “basta”? Stoppare un’eventuale inchiesta?

«No, assolutamente no. Questo deve andare avanti, è giusto che vada avanti, è giusto che ci siano i processi e che la stampa faccia cronaca e riporti come andranno le indagini. Non è giusto tutto il resto».

Avete scoperto di essere stati intercettati alla chiusura delle indagini. Come avete reagito?

«Siamo rimasti un po’ dispiaciuti. Posso capire le intercettazioni nel mio caso, ma dispiace che fossero coinvolti i miei, a loro si potevano evitare. In generale, di questa indagine, ci ha amareggiato essere tenuti sempre da parte, quasi come se non esistessimo. Anche il prelievo del Dna di nascosto, dalla spazzatura o con modalità strane come nel mio caso, non è una cosa che ti fa piacere, perché la morte di Chiara è qualcosa di nostro. Mi aspettavo anche che all’apertura delle indagini, prima ancora che uscisse sui media, ci convocassero per dirci banalmente “So che siete convinti di altro. È stato condannato in via definitiva, però noi siamo convinti di un’altra cosa e abbiamo deciso di aprire questa indagine”. Non sarà scritto in nessun libro di diritto, però come segno di rispetto e umanità me lo aspettavo. Non c’è mai stato un colloquio di questo tipo».

Siete stati fortemente criticati. Da che cosa nasce questo convincimento che sia Alberto Stasi il colpevole? Come se non voleste cambiare idea.

«No, non è non voler cambiare idea. Il convincimento nasce dall’aver seguito un po’ tutti i processi e le discussioni in aula».

Eri a tutte le udienze?

«Sì, credo di averne forse saltata solo una. Tutte le prove, anche quelle nuove, che sono state discusse nei vari procedimenti, le perizie in contraddittorio e le sentenze che sono state emesse, ci hanno convinto in maniera definitiva. All’inizio del 2007 non credevamo nella colpevolezza di Alberto Stasi. L’abbiamo difeso veramente tanto, anche quando era stato incarcerato, ero convinto che fosse innocente. Era proprio l’ultima persona che volevamo potesse essere stato, perché Chiara, in quel periodo lì, aveva lui come persona più vicina e che le dava più affetto. Leggendo le motivazioni della scarcerazione ho iniziato a chiedermi il perché di così tante bugie, di così tante cose che non tornano. C’erano dei passaggi sulla spiegazione del Dna di Chiara che fu trovato sui pedali che mi avevano lasciato un po’ stranito».

Gli elementi che ti sono stati esposti, anche l’ultima volta che sei stato sentito, non ti hanno convinto?

«Non mi hanno convinto. Ho letto un po’ anche le varie memorie e le informative, non ho cambiato la mia idea. Ovviamente, vedremo. Non ci siamo mai nascosti, siamo convinti che Alberto Stasi è colpevole. Non pretendiamo che la nostra convinzione diventi verità per tutti, quello che ci dispiace è che non ci sia rispetto».

Sei stato definito anche da una parte degli inquirenti “oppositivo”, ostile.

«Credo che si potevano, si dovevano usare parole diverse per esprimere il mio convincimento per cui la verità è stata già accertata e per cui credo veramente che Andrea Sempio sia estraneo. Non credo servissero parole provocatorie. Hanno deciso di definirmi così, lo accetto. Non è il messaggio che volevo far passare».

Se ti fossi ricordato nell’ultimo anno di qualcosa che può incastrare Sempio e scagionare Stasi, l'avresti messo a disposizione degli inquirenti?

«Sì, assolutamente sì. La cosa che forse non è chiara e che viene mal interpretata è che, se potessimo mettere un punto a tutta la vicenda, saremmo veramente i primi a volerlo. Non si può immaginare quanto siamo stanchi di rivivere tutto, di rimettere in discussione tutto, di fare sempre e ciclicamente gli stessi pensieri».

Vi opponete a una eventuale revisione di Stasi per non restituire il risarcimento di 750.000 euro?

«Quella somma, come hanno già detto i miei genitori, è depositata a parte. Una parte è stata utilizzata per pagare le spese legali e i consulenti. La nostra vita va avanti con i nostri stipendi. Mi sono fatto una vita a parte, sono in affitto e lo pago con il mio stipendio».

Perché pensi che l'opinione pubblica in gran parte abbia assolto Alberto Stasi a furor di popolo?

«C’è stata una forte campagna mediatica di notizie false che hanno indirizzato l’opinione pubblica».

Avete mai ricevuto una lettera o una richiesta di aiuto privata da Alberto Stasi, che sta facendo la sua battaglia assolutamente legittima per dimostrare l’innocenza?

«No, mai avuto alcun contatto con lui».

E questo come te lo sei spiegato? Ti sei fatto delle domande?

«Sì ma tengo per me quello che posso pensare. Perché in questo momento i toni sono talmente alti, le tifoserie talmente schierate che non voglio alimentarle».

Quando conosci Andrea Sempio?

«Ci siamo conosciuti a Garlasco, alle scuole medie».

Quando viene uccisa tua sorella, siete ancora in ottimi rapporti.

«Lo siamo tutt’ora, anche se ci si vede meno le amicizie del passato rimangono».

Il 3 agosto 2007 eri in procinto di partire per la montagna con i tuoi genitori ma uscite insieme la sera per Garlasco?

«Non posso dire di ricordare. È stata ricostruita dal fatto che quella sera chiamiamo casa mia col suo cellulare per avvisare mia mamma che facevo tardi».

Ti ricordi se, quella sera, vi siete salutati con Andrea Sempio parlando della tua partenza?

«No, no, questo non mi ricordo».

Mentre eri in montagna, il 7 e l’8 agosto 2007, arrivano tre chiamate a casa tua, particolarmente sospette per gli inquirenti. In quei giorni ricevi chiamate da Sempio sul tuo cellulare?

«No, non ricordo onestamente di averle ricevute, ma non posso neanche escluderlo. Ho anche chiesto se volessero analizzare il mio cellulare dell’epoca, ma non l’hanno ritenuto utile».

Per la Procura di Pavia, Chiara è stata molestata telefonicamente da Andrea Sempio. Pensi che lei ti avrebbe mai cercato per parlartene?

«Penso proprio di sì, nel momento in cui è coinvolto un mio amico non vedo perché non abbia dovuto chiamarmi per dirmi: “Guarda, questo mi sta veramente dando fastidio”. Come mi sarei aspettato che l’avesse detto a qualcuno delle persone che vedeva in quei giorni lì, come Alberto Stasi o mia cugina».

Ti ricordi se in casa tua ci sono mai stati contemporaneamente Andrea Sempio e Chiara?

«No, non ho questo ricordo che si siano incrociati».

Si conoscevano?

«Si saranno incrociati, si saranno salutati, in tutti gli anni dell’adolescenza».

Perché c’è chi parla di un movente a sfondo sessuale di Andrea Sempio nei confronti di Chiara e un odio maturato nel tempo. Cosa ne pensi?

«Sì, ho letto di questa ricostruzione. Faccio fatica a trovarci una logica perché non c’era nessun contatto, non ho nessun ricordo di Chiara con i miei amici. Non la incrociavamo neanche quando uscivamo, non li ricordo parlare con lei le volte in cui ci siamo incrociati in casa».

Andrea Sempio può essere stato da solo nella stanza di Chiara?

«Non posso escludere che io alcune volte sia andato in bagno, sia andato a prendere da bere o a far uscire il gatto e quindi lo abbia lasciato lì pochi minuti».

Perché frequentavate la stanza di Chiara?

«Per giocare ai videogiochi sul computer. Era un computer di famiglia, tutti usavamo quello».

Hai mai visto i presunti video intimi di tua sorella?

«No, non li ho mai visti. Sapevo solo della loro presunta esistenza da una chat su Msn che avevo letto anni prima, ma non li ho mai visti e non ho mai detto questa cosa né ai miei amici né ad altre persone».

Ne hai mai parlato con qualcuno?

«No, davvero non ho ricordo di aver mai detto niente, anche perché sono cose private di mia sorella».

Ricordi Andrea Sempio arrivare a casa tua in bici quell’estate?

«Non ho questo ricordo».

Hai mai visto Andrea Sempio con scarpe “Frau”?

«No, non ho ricordo che avesse delle Frau. Me lo ricordo sempre con gli stessi stivaletti».

Ricordi Alberto Stasi indossare scarpe “Frau”?

«No, l’ho visto così poche volte che non mi ricordo».

Il 6 maggio, in procura a Pavia, ti viene mostrato il brogliaccio di alcune intercettazioni. Come hai reagito?

«La mia reazione a caldo è stata quella di incredulità e di non riuscire a trovare un nesso. Quel giorno sono uscito abbastanza confuso e anche con il pensiero di ascoltare questi audio e di capire qual è la spiegazione. Li ho sentiti in queste settimane e onestamente rimango dell’idea che mi sono fatto. Non ci vedo quell'interpretazione e non riesco proprio a sentire ed essere sicuro che vengano dette determinate parole. Aspettiamo di sentire quale sarà il giudizio finale».

Argomenti di interesse per gli investigatori sono stati i soliloqui di Sempio ma anche la famosa impronta 33, trovata sul muro della scala che porta alla cantina dove è stata trovata Chiara.

«In quest’ultimo interrogatorio mi hanno chiesto di descrivere quali erano le altre stanze che i miei amici potessero aver visto o in cui potessero essere passati. E tra queste, mi hanno chiesto anche della cantina. E sì, ho un po’ il ricordo che con gli amici siamo scesi alcune volte».

Perché scendevate? Quale poteva essere il motivo?

«La cantina era una sorta di magazzino e lì c’erano consolle vecchie, riviste di videogiochi e altre cose. Ho questo ricordo che è capitato che siamo scesi. Non so dire chi c’era o chi no».

Quando hai parlato dei luoghi, ti era già stata mostrata l’impronta?

«No, mi è stata mostrata dopo».

Quindi tu spontaneamente parli per la prima volta, nel 2025, del fatto che frequentavi anche la scala e la cantina.

«Sì, è la prima volta che mi chiedono di descrivere anche tutte le altre stanze in cui, magari, i miei amici possono essere stati anche solo di passaggio».

Dell’esistenza dell’impronta 33 sapevi già qualcosa?

«No, non avevo onestamente collegato».

Quando l’hai vista, cosa hai pensato? Cosa ti hanno mostrato? Una foto, un video?

«Una foto. Quella famosa foto che poi è uscita anche sui media lo stesso giorno. Mi hanno detto che era di Andrea Sempio. Me l’hanno fatta vedere che era rossa e ricordo di essere uscito da quell’interrogatorio che pensavo fosse sangue. Ovviamente è stato un po' uno shock».

Hai capito dopo che il rosso era il reagente della ninidrina. Un’impronta insanguinata sulla scala cambierebbe lo scenario?

«Sì».

Sei aperto all’ipotesi che degli elementi ti possano anche convincere o escludi a priori?

«A caldo, la risposta che avevo dato è che mi sembra impossibile che sia stato lui. Ovvio che un’impronta insanguinata diventa difficile da spiegare».

Se ti chiedessi di raccontare il tuo dramma partiresti dal 13 agosto 2007 o dalla rabbia che hai provato nell’ultimo anno e mezzo?

«Per quanto possa esser stato difficile e devastante quest’ultimo anno e mezzo, niente può essere paragonato ai primi anni, dopo quel 13 agosto».

Ricordi la mattina della partenza per le vacanze?

«No, purtroppo è un ricordo che è sfumato e mi spiace. Non ricordo l’ultimo saluto».

Il 13 agosto dove eravate quando hanno cercato di darvi la notizia?

«Eravamo in montagna, ci eravamo divisi: io, mio papà e alcuni amici eravamo andati a fare una passeggiata un po’ lunga, mentre mia mamma e una nostra amica, la mamma di Alessandro Biasibetti, erano invece andate a fare un giro a San Vigilio, credo».

Ci sono le foto di voi in montagna.

«L’abbiamo saputo a un rifugio. Ci cercavano».

Perché non hanno chiamato sui vostri cellulari?

«Eravamo irraggiungibili. Lì, il padre di Biasibetti aveva parlato al telefono credo con i soccorritori, che gli avevano dato la notizia. Lui ci aveva detto che non si era sentita bene mia mamma. Da lì è arrivata una jeep del soccorso alpino e siamo scesi a valle, in quel momento ho saputo quello che era successo. Poi siamo tornati a Garlasco».

Lo ricordi quel viaggio?

«Abbastanza, è stato un viaggio interminabile».

Come siete riusciti a vivere in quella casa che è diventata la scena del crimine?

«È una domanda che mi hanno fatto in tanti. I ricordi di Chiara erano lì, volevamo tornare dove potevamo riviverli».

Pensi che sia stata lasciata in secondo piano la figura di tua sorella rispetto al giallo sulla sua morte?

«Quest’anno sicuramente sì. Spero veramente che possa finalmente essere lasciato un po' in pace il suo ricordo, finire questo gioco che c'è nei confronti della sua morte e della sua vita».

Solo chi l’ha uccisa sa con certezza di essere l’assassino. Cosa le ha tolto e vi ha tolto?

«Ha tolto principalmente a lei, le ha tolto tutto. Ho rimpianti personali per non aver potuto vivere Chiara quando la differenza di età diventava meno evidente».

In questi 19 anni ci sono dei “grazie” che hai nel cuore?

«Sì, sicuramente il grazie più banale va ai miei genitori, perché ci sono sempre stati. Poi gli avvocati, consulenti e le loro famiglie. Loro stessi hanno subito attacchi personali».

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