Fondi pensione, nuove regole per la previdenza: cosa c’è da sapere
Arriva il momento delle scelte, soprattutto per i neo assunti: ecco la nostra guida completa con tutte le novità
MODENA. Quale pensione? Per i lavoratori, soprattutto trentenni e quarantenni – i nati dopo il 1990 – la situazione non è rosea e occorrerà via via trovare rimedi perché, per loro, l’assegno pensionistico rischia di essere davvero troppo basso e percepibile non prima dei 70 anni di età. Le motivazioni sono note: l’arrivo oltre trent’anni fa del sistema contributivo puro – tanto versi di contributi tanto prenderai di pensione – unito all’aumento dell’aspettativa di vita e a un tasso di denatalità ormai elevatissimo (quindi lo sbilancio tra assegni erogati e contributi dei lavoratori attivi) . Ecco allora che con l’ultima legge di bilancio il governo tenta “aggiustamenti”. Come? Agendo sulla previdenza complementare, attraverso meccanismi tutt’altro che semplici.
Cosa cambia
Le novità riguardano tutti, ma è da segnalare che la situazione cambia soprattutto dal 1° luglio, per i neo assunti, tramite il meccanismo del silenzio/assenso mentre per tutti gli altri la “liberalizzazione” sarà dal 31 ottobre. Per i primi l’adesione al fondo complementare sarà automatico salvo espressa rinuncia: si avranno solo 60 giorni per decidere se si vuole lasciare la propria buon’uscita in azienda (che poi significa Tesoreria dell’INPS) perché scaduti i termini il versamento del TFR al fondo pensione diviene irrevocabile. «La normativa – scrive Acli nel suo sito web – prevede che in occasione di una nuova assunzione il datore di lavoro abbia l’obbligo di verificare se il dipendente che sta per assumere abbia già avuto precedenti esperienze e se abbia in passato aderito o meno ad un fondo di previdenza complementare». Ciò per evitare che chi aderisce alla previdenza complementare in un rapporto di lavoro opti per la scelta contraria nel rapporto successivo, generando così confusione (nonché illeggittimità) . Prosegue il patronato: «Dal primo luglio quindi il datore di lavoro è tenuto a verificare queste circostanze e consegnare un’informativa al singolo lavoratore riguardo gli accordi collettivi applicabili in tema di previdenza complementare e a verificare quale sia stata la scelta in precedenza compiuta dal lavoratore in merito alla previdenza complementare. Se in passato il lavoratore ha aderito a una forma pensionistica complementare, avrà a disposizione 60 giorni dalla data di assunzione per esprimersi ed indicare a chi conferire il TFR maturando da tale data: potrà scegliere se mantenere lo stesso fondo oppure un altro». Si differenzia chi accede al primo lavoro: «Nel caso di lavoratori di prima iscrizione alla previdenza obbligatoria in data antecedente al 29 aprile 1993 (i cosiddetti “vecchi iscritti”) per i quali gli accordi non prevedano la destinazione del trattamento di fine rapporto (TFR) a previdenza complementare, qualora non vogliano devolvere l’intero proprio TFR maturando, potranno comunicare nello stesso termine di 60 giorni la volontà di conferimento del TFR stesso in misura non inferiore al 50 per cento».
Qualche numero
I numeri li fornisce la Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP) che nel suo ultimo report spiega che «a marzo 2026, le posizioni in essere presso le forme pensionistiche complementari sono 11, 9 milioni, l’1, 7 per cento in più rispetto a dicembre del 2025. A tali posizioni, che includono anche quelle di coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme, corrisponde un totale degli iscritti di 10, 6 milioni. Nel corso del primo trimestre del 2026, fondi negoziali, fondi aperti e PIP (previdenza complementare delle assicurazioni) hanno raccolto nel complesso 4, 7 miliardi di euro, in crescita del 12, 2 per cento sul 2025 e il totale delle risorse destinate alle prestazioni è di 262, 6 miliardi di euro, lo 0, 2 per cento in più rispetto alla fine del’25. Il saldo positivo della gestione previdenziale ha compensato le perdite in conto capitale determinate dall’andamento dei mercati finanziari».
I rendimenti
Già, perché la situazione odierna del mondo ha pesato sui rendimenti dei fondi: «Nel primo trimestre del 2026, i rendimenti delle forme di previdenza complementare hanno risentito dell’aumento dell’incertezza sui mercati finanziari dovuta allo scoppio del conflitto in Medio Oriente. Per i comparti azionari i rendimenti medi sono stati pari al -1, 3 per cento nei fondi negoziali e al -2, 8 per cento in quelli aperti; nei PIP il rendimento è stato -3, 4 per cento e rendimenti medi marginalmente negativi si registrano anche per i comparti obbligazionari e garantiti». Insomma la preoccupazione c’è e aumenta. Anche se va detto che su un orizzonte di tempo almeno decennale i fondi continuano a premiare chi li sceglie anche se con rendimenti molto meno esaltanti rispetto alla normale rivalutazione del TFR che sempre in dieci anni mediamente è pari al 2, 6%.
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