«Ora ridateci 200mila euro». Ma la sala slot perde la causa
Ha portato il Comune in tribunale per un’ordinanza del 2020
CARPI In ballo c'erano 200mila euro, ma il Tar ha dato ragione al Comune, nel contenzioso legale che va avanti ormai da sei anni contro la società di scommesse Allstar, che all'epoca dei fatti aveva una sala slot in via Niccolò Biondo. Al centro della disputa c'era un'ordinanza comunale emessa nel 2020 per contrastare il gioco d'azzardo ei fenomeni connessi alla ludopatia: i centri scommesse potevano rimanere aperti solo otto ore al giorno, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 22, con tanto di sanzioni amministrative in caso non fosse rispettata la direttiva. Nei comunicati ufficiali il Comune spiegava che la misura era stata adottata per limitare l'accesso al gioco e ridurre i fenomeni di dipendenza, in linea con analoghe ordinanze adottate nei comuni dell'Unione Terre d'Argine.
Il ricorso
La società in questione, tuttavia, si è opposto al provvedimento e ha fatto ricorso, portando il Comune davanti ai giudici del Tribunale amministrativo regionale (Tar). Sono proprio i magistrati di Bologna, nel 2021, a riconoscere che l'ordinanza è illegittima e ad annullarla. L'amministrazione, infatti, nonostante avesse tutto il diritto di disporre un simile provvedimento, l'ha fatto in quel caso senza eseguire un'adeguata istruttoria: potrebbero essere mancati, ad esempio, la raccolta e la diffusione dei dati sufficienti per giustificare che il provvedimento tutelasse equamente sia gli interessi privati che quelli pubblici, le statistiche sulla ludopatia, gli studi sanitari, l'analisi del territorio e la motivazione sulle fasce orarie. Insomma, il Comune poteva emetterla, ma non ha giustificato adeguatamente l'ordinanza.
La battaglia economica
Alla luce della decisione del tribunale, quindi, la società Allstar ha chiesto i danni relativi alla perdita di guadagni, ai costi del personale inutilmente sostenuti e alla perdita di clientela. Una perdita quantificata in “soli”… 200mila euro. Ed è a quel punto che parte una seconda battaglia legale, quella legata appunto all'aspetto economico. I giudici si pronunciano nel 2025: la società è stata danneggiata, è vero, ma sostengono che non ha fatto tutto il possibile per evitarlo, perché non ha chiesto la sospensione cautelare dell'ordinanza.
La sospensione cautelare è un provvedimento urgente che il privato avrebbe dovuto chiedere subito al giudice e che avrebbe potuto sospendere l'ordinanza. Di fatto, la società avrebbe dovuto attivarsi tempestivamente per evitare o ridurre il danno, e dato che non lo ha fatto, non ha potuto chiedere il risarcimento.
La decisione finale
Una sentenza che “boccia” quindi il ricorso presentato dalla società, confermata anche in secondo e ultimo grado, dal Consiglio di Stato, che ha ribadito il concetto alla base del provvedimento: l'annullamento di un provvedimento illegittimo non comporta automaticamente il diritto al risarcimento, se il privato non ha utilizzato tutti gli strumenti disponibili per limitare il danno. l
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