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Ai confini del mondo/2

Energia solare per salvare le vite: la luce che dà futuro ai bambini

di Andrea Iacomini *
Energia solare per salvare le vite: la luce che dà futuro ai bambini

Due gemelli di Timbuctù vivi grazie al progetto dell’Unicef negli ospedali: un impianto fotovoltaico che riesce a garantire continuità nelle cure

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Guardando il cielo, in certe notti, riaffiora un paradosso difficile da accettare. Le stesse stelle che noi osserviamo distrattamente dal balcone di casa, in alcune aree fragili del Mali illuminano ospedali senza corrente elettrica, dove i medici operano con le torce e le macchine salvavita si spengono nel silenzio della notte. Timbuctù. Solo il nome evoca distanza, confine del mondo conosciuto, soglia oltre la quale l’immaginazione si ferma. Eppure è lì, in quella città che sembra appartenere a un altro tempo, che vivono Abdoulaye e Oumou.Sono gemelli. Nati fragili, come spesso accade ai gemelli, sono stati ricoverati d’urgenza nel reparto di neonatologia dell’ospedale di Timbuctù quando avevano appena due giorni di vita. Due giorni. In quel momento, la differenza tra la vita e la morte si chiamava elettricità. Mi fermo su questo dettaglio perché so che può sembrare assurdo, da qui. Noi l’elettricità la diamo per scontata, come l’acqua che esce dal rubinetto o l’asfalto sotto le ruote dell’auto. Non ci pensiamo. Non dobbiamo pensarci. Ma in una struttura ospedaliera nel cuore del Mali, un’interruzione di corrente significa macchine che si spengono, monitoraggi che si interrompono, cure che si fermano. Significa bambini che rischiano di non farcela per una ragione che nulla ha a che fare con la medicina.Poi è arrivata la luce. Quella vera, quella del sole. L’Unicef ha installato nell’ospedale di Timbuctù un impianto fotovoltaico che ora garantisce energia continua alle unità di pediatria, maternità e neonatologia, ventiquattro ore su ventiquattro. «Grazie all’installazione dei pannelli solari, il nostro ospedale dispone ora di un approvvigionamento continuo di elettricità - spiega il dottor Djibril Kassogué, direttore generale dell’ospedale - Senza energia, anche le cure più semplici diventano impossibili». È una frase che vorrei far leggere a chi decide i bilanci della cooperazione internazionale. Stamparla sui muri dei ministeri. Perché dice tutto, senza fronzoli.Abdoulaye e Oumou hanno potuto restare in cura fin quando non sono diventati abbastanza forti da essere dimessi. Sono vivi. Non per miracolo, ma per un impianto solare e per la scelta di qualcuno di installarlo. Quello di Timbuctù non è un caso isolato. Fa parte di un programma più ampio che l’Unicef ha chiamato "Costruire Resilienza nel Sahel", un’iniziativa che dal 2019 lavora per rafforzare i sistemi sanitari e i servizi essenziali in Mali, Mauritania, Niger e, nella seconda fase avviata nel 2023, anche in Ciad e Burkina Faso. Una regione che non finisce mai di fare i conti con crisi ricorrenti (siccità, conflitti, instabilità) e che spesso scompare dai radar dell’informazione proprio quando avrebbe più bisogno di attenzione. Nella prima fase, oltre 3,5 milioni di persone vulnerabili (di cui 2,7 milioni di bambini) hanno ricevuto supporto diretto. Nella seconda, l’obiettivo è raggiungere altre 14 milioni di persone, 8 milioni delle quali sono bambini.In questo progetto l’energia solare è tutto: senza di essa non funzionano le incubatrici, non si conservano i vaccini, non si pompano le riserve idriche profonde quando la siccità prosciuga i pozzi. È una soluzione che l’Unicef applica in oltre 80 paesi nel mondo, e che funziona in contesti tra loro lontanissimi. Nei villaggi del Sahel dove i pozzi poco profondi si prosciugano durante la siccità, i sistemi idrici alimentati dal solare permettono di pompare acqua dagli strati più profondi del sottosuolo: i bambini possono bere, le scuole restano aperte. In Ucraina, dove il conflitto ha devastato le infrastrutture energetiche, l’Unicef ha incoraggiato l’impiego del solare per mantenere attivi i servizi essenziali anche sotto i bombardamenti. Storie diverse, stesso principio: dove manca l’energia, manca tutto il resto. E dove arriva il sole, qualcosa ricomincia a funzionare.Chi lavora sul campo conosce bene cosa significa per una comunità avere o non avere accesso all’energia. È la linea che separa chi ha una possibilità da chi non ce l’ha. Dietro ogni pannello installato in un ospedale del Sahel c’è una scelta concreta, una priorità, una decisione su dove indirizzare le risorse. Il potenziale di questa tecnologia, la sua capacità di portare servizi essenziali dove nessun cavo arriverà mai, è ancora lontano dall’essere pienamente realizzato. Per mancanza di investimenti.Abdoulaye e Oumou sono stati dimessi. Stanno bene. Da qualche parte nel Mali, una madre li tiene in braccio e probabilmente non sa nulla di pannelli fotovoltaici, di programmi internazionali, di fondi tedeschi per la cooperazione. Sa solo che i suoi figli respirano. E questo, per lei, è tutto.Per noi, invece, resta la cronaca di un’idea che ha funzionato. Sapere che quei due neonati sono tornati a casa dimostra che la soluzione è già lì, pronta, scritta nell’ingegneria di un pannello che cattura il sole del deserto. Non servono altre teorie, serve solo replicare questo modello ovunque il buio rischi ancora di decidere al posto dei medici. * portavoce nazionale dell’Unicef

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