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Ai confini del mondo/3

La rivoluzione silenziosa: Sandra, mamma cholita a La Paz

di Andrea Iacomini *
La rivoluzione silenziosa: Sandra, mamma cholita a La Paz

Una donna indigena e le quattro generazioni che attraversano la sua vita: ha cresciuto la figlia da sola ma il progetto Unicef Nurturing Care dà energia

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Sandra studia legge al mattino. Nel pomeriggio disegna scialli e abiti. La sera è madre. A La Paz, in Bolivia, al confine settentrionale della città, queste tre vite si sovrappongono ogni giorno senza pause, senza margini di errore, senza rete di protezione. Sua figlia Nathaly ha sette anni e non sa ancora quanto coraggio ci voglia per tenerla in piedi. Sandra è una cholita. Il termine indica le donne indigene della comunità aymara, riconoscibili per il loro abbigliamento tradizionale: le lunghe trecce, il cappello a bombetta, le gonne ampie, la manta multicolore che avvolge le spalle. Con lei ci sono sua madre Margarita e sua nonna Rosa. Quattro generazioni di donne che si tengono per mano in una catena di resistenza silenziosa. Quando Nathaly è nata, e Sandra si è ritrovata sola a crescerla, quella catena ha retto. Ma il peso è rimasto tutto sulle sue spalle. «Come donna, è fondamentale imparare a reggersi sulle proprie gambe, senza contare su nessuno». Lo dice con la semplicità di chi ha già attraversato il momento in cui quella frase smette di essere un’aspirazione e diventa una necessità. Penso spesso a quante Sandra esistano nel mondo. Madri che hanno scelto, o si sono trovate, a fare tutto da sole, in contesti dove i ruoli tradizionali sono ancora rigidi e dove l’indipendenza femminile si conquista centimetro per centimetro, spesso in silenzio. In Bolivia, come in molti altri paesi, i modelli familiari stanno cambiando: le donne cercano autonomia, costruiscono percorsi propri, rifiutano di restare sullo sfondo. Ma il cambiamento costa fatica, e quella fatica raramente viene riconosciuta.Quando qualcosa la sopraffà, Sandra ascolta musica. Tesse. Crea disegni di macramè con le mani che di giorno cuciono abiti e di sera girano le pagine dei libri di diritto. «Qualche volta, come tutte le mamme, mi chiudo in me stessa per un po’. Magari verso qualche lacrima, ma poi dico a me stessa che devo ricominciare da capo. E lo faccio». Non c’è retorica in queste parole. C’è solo la descrizione precisa di come funziona la resilienza vera, quella che non ha niente di eroico e tutto di quotidiano. Giugno è il mese che l’Unicef dedica alla genitorialità (il Parenting Month) e la storia di Sandra ne racconta il senso meglio di qualsiasi statistica. Essere genitori non è un fatto privato. È una funzione sociale che richiede condizioni: sicurezza economica, supporto emotivo, tempo. Quando questi elementi mancano, a pagarne il prezzo non sono solo i genitori, sono i bambini. L’Unicef promuove a livello globale il modello delle Nurturing Care, le Cure che nutrono: cinque componenti essenziali per la crescita di ogni bambino (salute, alimentazione adeguata, genitorialità responsiva, protezione, opportunità di apprendimento precoce). Sono diritti. E perché si realizzino, i genitori devono avere il tempo e il supporto necessari. Per questo l’Unicef incoraggia governi e aziende ad adottare politiche a misura di famiglia: congedi parentali retribuiti, servizi per l’infanzia, sostegno all’allattamento. Sandra non ha avuto niente di tutto questo. Ha avuto sua madre, sua nonna, e se stessa. «La sfida più grande, per me, è dimostrare a mia figlia e a me stessa che le donne possono farcela da sole, non devono stare dietro a nessuno».Ma Sandra non vuole che Nathaly cresca come ha cresciuto lei, stringendo i denti nell’assenza. Vuole che cresca radicata nella sua cultura, fiera del cappello a bombetta e della manta, e al tempo stesso libera di costruirsi un futuro che non dipenda dalla fortuna di trovare qualcuno disposto a sostenerla. Nel frattempo dipingono insieme. Ballano. Condividono ogni piccola cosa del quotidiano come se ogni momento potesse diventare un ricordo che conta. «Mi godo ogni momento con mia figlia, che si tratti di dipingere o ballare. Voglio assicurarmi che si senta sempre supportata e felice». C’è qualcosa di preciso in questa immagine, una madre e una figlia che ballano in una stanza di La Paz, con tre generazioni di donne che guardano che dice tutto su ciò che la genitorialità dovrebbe essere e su quanto spesso, nel mondo, non riesce ad esserlo per mancanza di condizioni minime. I bambini crescono bene quando i loro genitori riescono a stare bene. Quando lo stress economico non entra in casa insieme alla sera. Quando una madre non deve scegliere tra studiare, lavorare e stare con sua figlia, ma può fare tutte e tre le cose senza che nessuna delle tre venga sacrificata. Sandra non ha ancora finito di studiare. Non sa ancora cosa farà da grande, come avvocata o come sarta o come entrambe le cose. Sa però quello che vuole per Nathaly. «È essenziale riuscire a lavorare ed essere autosufficienti. La cosa più importante è assicurare che mia figlia abbia un futuro luminoso». Un futuro luminoso. È la cosa più semplice del mondo. Ed è ancora, per troppe madri, la più difficile da garantire.

*portavoce nazionale Unicef

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