Il tumore, la guerra e un rifugio: Alisa sogna di ricostruire Kharkiv
Le lezioni in uno dei pochi posti sicuri, e l’aiuto da una psicologa. La madre Anna: «Lei si disegna come un cactus con i boccioli in fiore»
Quando la psicologa le ha chiesto di disegnare un fiore, Alisa ha disegnato un cactus. Verde, spinoso, con tanti piccoli boccioli in fiore. Ha tredici anni, vive a Kharkiv, ha un tumore alla colonna vertebrale e una guerra fuori dalla finestra. Sua madre Anna ha guardato quel disegno e non si è stupita. «Rappresenta ciò che è lei», dice. «Bella, forte e allegra. Attraversa tutte le difficoltà e il dolore con un sorriso, e sostiene anche me».
Alisa ha ricevuto la diagnosi poco prima che iniziasse l’invasione su vasta scala in Ucraina. Da allora le due cose, la malattia e la guerra, si sono intrecciate in un modo che rende difficile capire quale delle due pesi di più. Ha già subito sei operazioni. La settima è in programma per quest’estate a Ivano-Frankivsk, perché a Kharkiv i medici se ne sono andati. Ha cambiato scuola cinque volte, si è spostata in diverse città inseguendo i chirurghi che potevano operarla.
«Da una parte la guerra ha significato bombardamenti e distruzione», racconta, «ma dall’altra non avrei visto tutte queste zone dell’Ucraina in così poco tempo, non avrei incontrato così tante persone, non avrei trovato nuovi amici». Questa frase, pronunciata da una tredicenne con un tumore alla schiena in una città bombardata, è una delle cose più difficili da commentare che abbia incontrato in anni di lavoro con l’Unicef. Non perché sia straordinaria. È straordinaria. Ma perché dietro quell’ottimismo c’è anche tutto quello che la guerra le ha tolto e che Alisa non dice, o dice solo di sfuggita.
Crescere troppo in fretta
Le ha tolto suo zio. Il fratello di sua madre, morto in guerra. «Se lo ricorda bene», racconta Anna. «Ha anche scritto un tema su di lui, di recente. Dopo quell’evento è cresciuta molto in fretta. È stato difficile per lei realizzare che un momento era qui e il momento dopo non c’era più». Anche lui era una persona positiva. Forse è da lì che Alisa ha preso quella capacità di tenere in piedi i boccioli anche tra le spine.
Oggi l’Ucraina è al quarto anno di guerra su vasta scala. Sono 2, 4 milioni i bambini intrappolati o sfollati nel paese, in fuga o rifugiati all’estero. Un bambino su tre è sfollato. Un adolescente su tre sta perdendo la speranza nel futuro. Uno su cinque ha perso un familiare o una persona cara. Quattro bambini su dieci vivono in povertà, aumentata del 70% rispetto al 2021. Sono numeri enormi, che rischiano di far perdere di vista le persone. Alisa è una di quelle persone.
La scuola come rifugio
Come tutti i bambini in età scolare a Kharkiv, Alisa non può seguire le lezioni in presenza per ragioni di sicurezza. Ma nel settembre del 2023, quando sono iniziati i corsi di recupero al Liceo “Obdarovanist”, un centro educativo inaugurato con il supporto dell’unicef, dotato di un rifugio ben attrezzato, sua madre Anna è stata tra le prime a iscriverla. Due volte a settimana, bambini dagli otto ai sedici anni seguono lezioni di matematica e ucraino in uno dei pochi luoghi del distretto dove è possibile sentirsi al sicuro. Alisa è migliorata in matematica e nelle materie scientifiche. Ha parlato di elettricità, scattato foto, imparato a fare le candele. “Era tutto interessante”, racconta con entusiasmo.
Ma forse la cosa più importante che ha trovato lì non è una materia scolastica. È la psicologa. «Sono davvero grata per questi programmi», dice Anna. «Alisa ha lavorato molto con gli psicologi. Perché a causa dell’amore e delle emozioni noi genitori a volte non riusciamo a spiegare le cose come farebbe un professionista. E sono felice che abbia non solo il mio supporto ma anche quello di altri».
Il sogno di ricostruire
Alisa vuole diventare architetta. Vuole ricostruire Kharkiv quando la guerra sarà finita. «Kharkiv è una città eroica, una città da amare», dice. «Certo, ogni giorno vola qualcosa, ma ci nascondiamo sempre. Possiamo andare nel rifugio del liceo in ogni momento. Ma qui sono a casa. E l’architettura è davvero bella. Purtroppo ci sono tanti edifici danneggiati. Ma quando diventerò architetta, li ricostruirò tutti».
La forza di resistere
In Ucraina dal 1997, l’Unicef risponde all’emergenza dal 2014 e, dall’invasione del febbraio 2022, opera in tutto il paese. Porta medicinali, ambulanze, kit chirurgici, concentratori di ossigeno, acqua potabile, coperte e forniture essenziali. Sostiene l’accesso all’istruzione con kit scolastici e spazi a misura di bambino, collabora con il governo per recuperare l’apprendimento perduto e costruire le competenze necessarie per il futuro del paese. Ho attraversato questo paese ferito ma vivo, ho incontrato persone che mescolano la normalità al rumore delle esplosioni, ho visto luoghi che custodiscono semi di resistenza in ogni angolo. Ne ho scritto in “La forza sia con te. Cronaca di una missione in Ucraina”, il titolo viene da una frase che un’app per gli allarmi aerei pronuncia a ogni scampato pericolo, e che in Ucraina è diventata quasi un saluto. È nei gesti dei bambini come Alisa che quella frase trova il suo senso più profondo.
Alisa si prepara alla settima operazione. Tutte con anestesia totale, tutte seguite da periodi di riabilitazione. «Sogno davvero che questa sia l’ultima», dice. Sua madre la guarda e trova le parole giuste, quelle che nessun comunicato stampa potrebbe contenere. «Guardandola, ti viene voglia di vivere. E pensi che non ci sia niente di troppo spaventoso, anche quando sei in guerra». Un cactus verde e spinoso, con tanti piccoli boccioli in fiore. È il ritratto più preciso che abbia visto di cosa significa resistere.
*portavoce nazionale dell’Unicef
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