Ninnifarm, anima agricola di Carpi: quando i giovani scelgono i campi
Il progetto di due fratelli under 25, Leonardo e Lorenzo Martinelli, tra grani selezionati e filiera controllata: «Così riusciamo a raccontare una delle eccellenze del territorio modenese»
CARPI. C’è una storia di famiglia dietro Ninnifarm, un progetto agricolo giovane che affonda le proprie radici in un sogno nato oltre cinquant’anni fa. Questa azienda ha sede a Santa Croce di Carpi in via della Rosa Est 39, ed è guidata dai fratelli Leonardo e Lorenzo Martinelli, rispettivamente di 25 e 23 anni, affiancati dal padre Angelo Martinelli, che porta l’esperienza maturata in una vita dedicata all’agricoltura, insieme a due collaboratori. Il nome Ninnifarm rende omaggio al nonno, conosciuto da tutti come “Ninni”. Fu lui il primo a desiderare di acquistare il terreno che oggi ospita l’azienda, un obiettivo che non riuscì a realizzare. A coronare quel sogno è stato, circa un anno e mezzo fa, il figlio Angelo, dando così vita a un progetto che unisce tradizione familiare, innovazione e una nuova generazione di imprenditori agricoli. A raccontare la storia e la visione di Ninnifarm è Leonardo Martinelli, uno dei due titolari, che si occupa delle attività commerciali, del marketing e della gestione amministrativa e contabile.
Il vostro motto è “Coltiviamo il passato per nutrire il futuro”. Cosa significa concretamente?
«La nostra famiglia lavora in agricoltura da cinque generazioni, nel mondo sementiero. Questo ci ha trasmesso una grande conoscenza. Con Ninnifarm abbiamo scelto di partire da questa tradizione e portarla in una dimensione più vicina anche ai gusti delle nuove generazioni. Per noi significa non lasciare che la cultura agricola del passato si perda, ma trasformarla in prodotti concreti: farine macinate a pietra, pasta, prodotti da forno, gallette, sughi, passate, confetture e altri prodotti agricoli legati alla nostra filiera».
Siete la quinta generazione della famiglia a lavorare la terra. Cosa avete ereditato dai vostri nonni e dai vostri genitori e cosa avete deciso di cambiare?
«Abbiamo ereditato prima di tutto la cura della materia prima. Ci hanno trasmesso la capacità di osservare il terreno, seguirlo e lavorarlo nella maniera più naturale possibile. Quello che io e mio fratello abbiamo deciso di cambiare è stato il modo di valorizzare tutto questo creando un brand, Ninnifarm, per portare direttamente al cliente i nostri prodotti, ma anche i nostri valori».
Molti giovani lasciano l’agricoltura. Voi avete fatto la scelta opposta.
«Abbiamo deciso di investire in agricoltura perché, dopo generazioni di agricoltori, questo lavoro è diventato parte del nostro modo di vivere. Allo stesso tempo volevamo rompere un circuito che per troppo tempo ha legato molti agricoltori a produzioni intensive, poco valorizzate e spesso sottopagate. Con Ninnifarm non ci limitiamo a coltivare la terra, ma trasformiamo i nostri prodotti, li raccontiamo e li portiamo direttamente alle persone».
Le difficoltà principali?
«È un lavoro fisicamente impegnativo. Inoltre oggi un’azienda agricola come la nostra deve seguire moltissime fasi diverse, serve una grande varietà di competenze. A questo si aggiunge il momento storico: costi di carburanti, concimi e attrezzature molto alti, una competizione estera non sempre equilibrata e un mercato in cui far comprendere il valore di un prodotto agricolo artigianale richiede tempo e costanza».
La sostenibilità oggi è una parola molto usata. Per voi come si traduce nella pratica?
«Per noi significa prima di tutto fare scelte verificabili. Tutti i nostri prodotti vengono analizzati e dalle analisi chimiche il glifosate risulta non rilevabile. In campo cerchiamo di ridurre al minimo gli interventi non necessari e non utilizziamo pesticidi nocivi. Inoltre ci facciamo affiancare da un dottore in agraria, che ci permette di avere uno sguardo tecnico, scientifico e specializzato sulle nostre colture».
Un altro aspetto importante è il controllo della filiera.
«Ninnifarm lavora sia con una visione organizzata e strutturata, sia con un’attenzione artigianale al prodotto. Questo ci permette di seguire ogni fase. Per noi la sostenibilità passa anche da qui: conoscere ciò che produciamo, controllarlo e valorizzarlo senza snaturarlo».
Avete puntato sui grani antichi e sulla filiera corta. È una scelta romantica o anche un modello economico capace di creare valore per il territorio e per l’azienda?
«Abbiamo puntato sulla filiera corta e sulla selezione di alcune varietà di grani perché riteniamo che rappresentino una delle espressioni più interessanti del lavoro agricolo e artigianale italiano. Dietro c’è anche un’osservazione del mercato e una richiesta crescente di prodotti più autentici, tracciabili e legati al territorio. In più, vediamo un interesse crescente anche da parte di nutrizionisti e professionisti dell’alimentazione. Noi non vogliamo sostituirci alla parte scientifica o medica, ma crediamo che scegliere materie prime più controllate, filiere più corte e lavorazioni più attente sia una direzione concreta e di valore».
La vostra è un’azienda agricola, ma anche un progetto di innovazione. In che modo tecnologia, vendita diretta e comunicazione digitale stanno cambiando il modo di fare agricoltura?
«È cambiato tutto. Oggi l’agricoltore non deve essere solo bravo a produrre: deve anche saper comunicare, creare fiducia e catturare l’interesse. I social, l’e-commerce e la vendita diretta ci permettono di parlare senza filtri con i nostri clienti. Possiamo mostrare i campi, il mulino, la trasformazione, i prodotti finiti e spiegare perché facciamo determinate scelte».
Se ci fosse una sesta generazione pronta a raccogliere il testimone, quale vorreste fosse l’eredità più importante che lasciate?
«Vorremmo lasciarle soprattutto una consapevolezza: l’agricoltura non è solo produzione, ma anche comunicazione dei propri valori. Vorremmo lasciare l’idea che lavorare bene non basta, se poi non si riesce a comunicare correttamente ciò che c’è dietro a quel lavoro».
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