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Un posto dove tornare bambini dopo il tremendo terremoto in Venezuela

di Andrea Iacomino *
Un posto dove tornare bambini dopo il tremendo terremoto in Venezuela

Il 13enne Jeremias, alle prese con le difficoltà dell’autismo, vive in un complesso sportivo con la famiglia dopo che il sisma ha reso inagibile la sua casa. Ogni giorno frequenta il Child-Friendly Space, uno spazio a misura di bambino allestito con il supporto dell’Unicef all’interno del rifugio

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Jeremias ha tredici anni e tifa Real Madrid. Gli piace Messi. Gioca a basket, a pallavolo, disegna, dipinge. Se lo incontri nel complesso sportivo José María Vargas, a La Guaira, potresti quasi non accorgerti che sta vivendo in un rifugio d’emergenza da quando due terremoti, il 24 giugno scorso, hanno reso inagibile la casa in cui viveva con la sua famiglia. Quasi. Perché poi ti dice una cosa che non riesci a toglierti dalla testa: «Siamo grati di essere tra i sopravvissuti e non tra quelli che non ci sono più». Ha tredici anni e conosce già questa distinzione. Quel pomeriggio, Jeremias era a casa con sua madre, suo padre e sua sorella quando è arrivato l’allerta terremoto sul suo tablet. Sono riusciti a scappare in tempo. Pochi minuti dopo, la prima scossa di magnitudo 7.2 ha colpito la parte settentrionale del Venezuela. Meno di un minuto dopo, una seconda scossa, ancora più forte: magnitudo 7.5. Le comunità di Caracas e degli stati di Aragua, Carabobo, Falcón, La Guaira e Miranda sono state le più colpite. La famiglia di Jeremias è intera, ma la loro casa ha subito danni enormi. Ora vivono nel complesso sportivo insieme a tante altre famiglie che hanno perso tutto o quasi. Ogni giorno Jeremias frequenta il Child-Friendly Space: uno spazio a misura di bambino allestito con il supporto dell’UNICEF all’interno del rifugio. Gioca, disegna, sta con i suoi compagni di classe, che per lo più si trovano nello stesso posto. «La cosa più importante è che hanno un posto dove poter giocare e riprendersi gradualmente dallo shock che hanno subito», dice sua madre Dionicys. «A volte riaffiorano i ricordi di quanto è accaduto e scoppiano a piangere. Nel centro possono giocare, colorare ed esprimere le loro emozioni. Il supporto psicologico è molto importante». Questi spazi non sono un accessorio dell’emergenza. Sono parte della risposta. Quando un bambino perde la casa, perde anche la struttura della sua giornata, il senso di normalità, la sensazione che il mondo sia un posto prevedibile. Il gioco, le attività con i coetanei, la presenza di adulti formati per sostenerli emotivamente. Tutto questo è ciò che permette a un bambino di elaborare quello che ha vissuto senza portarselo dentro per anni. Per Jeremias c’è però un’ulteriore complessità. «Mio figlio ha l’autismo», racconta Dionicys. «Seguiva regolarmente un percorso terapeutico, ma l’ospedale dove veniva seguito è stato danneggiato. Ora stiamo cercando di capire come proseguire le cure». Il terremoto ha interrotto non solo le case, ma anche i percorsi terapeutici, le terapie, le routine che per un bambino con autismo hanno un valore ancora più essenziale. Tra le conseguenze del sisma che raramente finiscono nei titoli dei giornali, questa è tra le più silenziose e tra le più pesanti. Il Venezuela del 24 giugno non era un paese che partiva da una posizione di solidità. Già prima delle scosse, 7,9 milioni di persone, tra cui 3,9 milioni di bambini, necessitavano di assistenza umanitaria. Un prolungato declino economico, l’inflazione cronica, la fragilità dei servizi essenziali avevano già portato il paese al limite. L’11% dei bambini sotto i cinque anni soffriva di malnutrizione acuta. La copertura vaccinale era inferiore al 72%. Quasi tre milioni di bambini e giovani erano fuori dal sistema scolastico. Il terremoto si è abbattuto su tutto questo, aggravando una crisi che era già profonda. Oggi si stima che 1, 8 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria immediata. Sono 680mila i bambini da raggiungere con aiuti di emergenza. Solo nel Distretto della capitale, 432 scuole hanno subito danni, più di un terzo del totale. Quelle rimaste agibili sono state convertite in rifugi, il che significa che i bambini che le frequentavano non hanno più né una casa né una scuola. Le scosse di assestamento continuano, molti edifici restano pericolanti, e l’accesso ad acqua sicura, cure mediche e servizi essenziali rimane difficile per migliaia di famiglie. L’Unicef è presente in Venezuela dal 1967. In risposta ai terremoti ha inviato personale aggiuntivo e consegnato aiuti umanitari: kit sanitari di emergenza, forniture per la depurazione dell’acqua, kit igienico-sanitari, sedie a rotelle, kit socio-ricreativi per il supporto psicosociale, materiali per lo sviluppo della prima infanzia. Le prime forniture sono dirette ad assistere più di 100.000 persone. Per sostenere la risposta complessiva, l’Unicef stima necessari 52 milioni di dollari aggiuntivi rispetto all’appello umanitario già in corso, che prima del sisma era finanziato solo al 35%. Jeremias, nel frattempo, gioca a pallavolo e disegna. Non sa ancora quando potrà tornare a casa, né se la casa che conosceva esiste ancora nella forma in cui la ricordava. Sa che i suoi compagni di classe sono vicini, che c’è un campo da basket e qualcuno che lo ascolta quando ne ha bisogno. «Dove vivevamo, c’era una scuola», dice sua madre. «Ma ora non c’è più». Quella frase contiene tutto quello che un terremoto porta via oltre alle mura: la routine, la normalità, il futuro che si dava per scontato. Ricostruire le case è necessario. Ricostruire tutto il resto richiede tempo, risorse e la consapevolezza che un bambino che ha vissuto un trauma ha bisogno di molto più di un tetto. Jeremias lo sa già, anche se ha tredici anni. Lo sa da quando ha imparato a essere grato di essere tra i sopravvissuti.

*portavoce Unicef Italia

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