Tra mimetica, Vangelo e scarponi da montagna: don Pierino, l’Alpino di Dio
Nato a Bergamo con il sogno di diventare missionario, don Pierino Sacella si è ritrovato prima tra gli Alpini, poi cappellano dell’Accademia Militare di Modena e infine parroco di Torre Maina
MARANELLO. «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va». In queste parole del Vangelo di Giovanni si può leggere, come in controluce, l’intera esistenza di don Pierino Sacella. Questo versetto, infatti, sembra raccontare la sua vita meglio di qualsiasi biografia. Nato a Bergamo con il sogno di diventare missionario, si è ritrovato prima tra gli Alpini, poi cappellano militare dell’Accademia di Modena e infine parroco di Torre Maina, frazione di Maranello. Ogni tappa è arrivata senza essere cercata, ma in ognuna ha trovato la stessa missione: stare accanto alle persone, costruire comunità, annunciare il Vangelo. È così che una piccola parrocchia alle falde dell’Appennino modenese ha vissuto una vera e propria rinascita e da quasi trent’anni è diventata il luogo dove quella vocazione ha preso forma, trasformando una piccola realtà in un punto di riferimento per tante famiglie.
Don Pierino, come ha trovato la parrocchia di Torre Maina quando è arrivato nel 1997 e come è riuscito a farla risorgere?
«Ci sono arrivato quasi per caso. Ero appena rientrato da sei mesi a Sarajevo e il mio vescovo militare mi aveva mandato, contro le mie previsioni, a prestare servizio all’Accademia Militare di Modena. Avevo un problema pratico: non c’era un alloggio per me in Accademia e vivevo con mia mamma, rimasta vedova. Chiesi ospitalità alla Curia di Modena, che mi propose la parrocchia di Torre Maina, rimasta da poco tempo senza parroco. Era tutto vuoto, c’era solo polvere. Ho visto che c’erano un po’ di cose da mettere a posto e così mi sono rimboccato le maniche. Ho iniziato a investire qui tutto il mio tempo libero: per sistemare i locali ho chiamato all’appello gli alpini in congedo del mio paese, a Bergamo. Venivano giù nei fine settimana, venerdì, sabato e domenica, e mi aiutavano a rimettere a posto la parrocchia. I primi tempi i locali mi dicevano: “Ma da dove arrivano questi qua?” Non capivano se fossero tedeschi, bergamaschi, parlavano tutti in dialetto a voce alta. Ma successe una cosa molto bella, la comunità ci ha accolto a braccia aperte: il ristorante Zanichelli, di fronte alla parrocchia, li ospitava per il pranzo e le famiglie della comunità li invitavano nelle loro case alla cena, e poi la notte dormivano da me. Così è iniziata la rinascita strutturale, ma soprattutto quella umana».
Come è finito in seminario e poi nell’esercito?
«Ero in quinta elementare quando ho comunicato ai miei genitori che il mio sogno era partire e diventare missionario. Avevo una zia in Bangladesh, mi affascinavano le sue lettere, le fotografie che inviava. Poi in parrocchia c’era la giornata missionaria, arrivava un missionario che portava la sua esperienza di vita e quelle storie mi attraevano. I miei genitori, essendo io figlio unico, volevano tenermi vicino. In prima media ho scoperto che si erano organizzati col parroco locale per farmi studiare lì, e io allora escogitai la maniera di farmi bocciare, mi rimandarono in matematica e inglese! Una volta cresciuto accettai il compromesso di andare nel vicino seminario diocesano, a 50 chilometri da casa, e non in un ordine religioso con vocazione missionaria. I miei genitori accettarono pensando: “lasciamolo andare, tanto conoscendolo starà via una settimana poi chiamerà per chiedere di andarlo a prendere”. Quella telefonata però non è mai partita, sono andato per la mia strada».
Come mai un uomo di Chiesa è entrato negli Alpini?
«Al quarto anno di Teologia sono andato un po’nel pensatoio, mi sono chiesto: sono sempre stato formato in una struttura religiosa – oratorio, chiesa, seminario –, ma com’è la realtà fuori? Io non la conoscevo. Così decisi di fare un anno di esperienza dove volevo fare il militare. Scelsi quella strada per due motivi. Primo, perché pensai che, se un domani avessi fatto il cappellano militare, avrei già saputo cosa mi aspettava. Secondo, perché il mondo militare non è certo frequentato da catechisti o animatori: lì o muori o sopravvivi, e volevo vedere davvero di che pasta ero fatto nel mondo reale. Però ho visto che mi barcamenavo bene e riuscivo a stare vicino alle persone anche in quell’ambiente. Allora dopo quattro anni nella diocesi di Bergamo, il vescovo mi ha lasciato entrare nell’Ordinariato Militare. Prima destinazione: Silandro, Alto Adige, corpo degli Alpini. Per me era il paradiso, sia per l’attività operativa che per l’ambiente, ci sono stato dieci anni. Poi Pinerolo, la missione a Sarajevo, e infine la chiamata inaspettata all’Accademia di Modena. Inizialmente mi sentivo chiuso in una gabbia dorata. Io ero un prete di montagna, giravo con scarponi, la mimetica e il mio berretto norvegese con cui avevo affrontato bufere e intemperie e che era stato colpito perfino da una piccozza! Oggi se mi guardo indietro sono contento, però per me all’inizio mettere un cappellano alpino in Accademia significava farlo morire. Mesi dopo ho scoperto perché l’ordinario militare mi aveva assegnato quell’incarico. Mi disse: “Sai perché ho mandato te? Perché tutti vogliono andare in Accademia per prestigio. Io cercavo l’unico che non ci volesse andare”».
Si pensa che la vita militare e quella religiosa siano in contrasto.
«Io ho vissuto gli anni della leva obbligatoria, l’esercito in cui ero non è come quello di oggi, fatto da soldati di professione. Avevo a che fare con moltissimi giovani che affrontavano la fatica del loro primo anno fuori casa. La figura del cappellano era quella che li seguiva: qualcuno che si affiancava a loro. Il cappellano era quel sacerdote sempre presente: ragazzi lontani da casa e in missione per mesi che, non avendo un riferimento, trovavano in lui un sostegno spirituale e umano. Ascoltavo le loro paure, la nostalgia di casa, e stavo loro vicino nei momenti difficili, per un consiglio o essere rincuorati. Ero come un fratello maggiore. Ricordo che scrivevo persino le lettere d’amore alle loro fidanzate: “Non usare parole troppo difficili”, mi dicevano, “altrimenti capiranno che non l’ho scritta io!” Il mio compito è sempre stato quello: essere portatore dell’amore di Dio e stare vicino alle persone».
Sembra proprio che tutte le grandi tappe della sua vita siano state tappe di un disegno più grande...
«Sono tutte scelte che non ho fatto io. Io adduco tutto alla potenza dello Spirito Santo, che ti guida, ti mette alla prova e ti destina dove c’è più bisogno di te. Finire in questa parrocchia sperduta è stato un dono della Provvidenza. Mi ricordo che quando facevo l’autostrada del Brennero per tornare a casa e leggevo nel cartello “Modena”, pensavo sempre: “Ma guarda il mio collega cappellano in Accademia, ma come farà a stare lì dentro?”. Mi sembrava impensabile, eppure alla fine ci sono finito io».
Che differenza c’è tra l’essere il cappellano dei futuri Ufficiali dell’Esercito ed il Pastore di una piccola comunità?
«Identica è la radice cristiana, ma diverse sono le sfumature del ministero. Aiutare un bambino delle elementari significa introdurlo alla gioia di amare il Signore. Formare un futuro ufficiale dell’Esercito, invece, significa fortificare in lui una struttura morale e spirituale che possa sostenerlo, e che non solo potrà vivere ma anche trasmettere a chi un domani comanderà: quell’allievo un giorno avrà la responsabilità di guidare degli uomini, e la sua fede dovrà essere una bussola da vivere e trasmettere al reparto. La realtà parrocchiale, invece, abbraccia ogni età».
Nel 2008 è diventato parroco di Torre Maina al 100%. Come è riuscito ad attirare così tante persone?
«Prima dedicavo alla parrocchia solo il mio tempo libero, perché il mio impiego principale era in Accademia; ogni giorno facevo avanti e indietro da Modena. Quando quell’incarico è terminato, sono riuscito finalmente a dedicarmi a tempo pieno a questa comunità. Io non mi arrendo mai: dico sempre che dentro di me scorre sangue cristiano, sangue bergamasco e sangue alpino…se metti insieme questi tre pilastri viene fuori un’esplosione! La struttura esterna e i locali li avevamo già sistemati, si trattava di fare la cosa più importante: costruire la comunità. Abbiamo creato sagre con tanti volontari, come quella di San Pietro e Paolo a giugno, la Festa del Borlengo a settembre. Sono momenti di convivialità che affiancano il percorso spirituale. Il bello di questo è che sono arrivate anche persone dall’esterno della nostra comunità, che hanno fatto riferimento alla nostra parrocchia. Le famiglie di fuori scelgono di venire qui perché trovano una comunità accogliente e un prete sempre presente».
C’è un episodio che le ha fatto capire di essere diventato un punto di riferimento amato?
«Sono piccole cose quotidiane. I ciclisti che si fermano alla nostra fontana e mi salutano, la gente che mi riconosce. Un giorno ero al Policlinico di Modena per un esame. La dottoressa legge “Saccella Piergiuseppe” e mi chiede: “Ma lei è don Pierino? Mio papà parla sempre di lei”. Ho visto il suo viso riempirsi di serenità. Sapere di portare gioia è la gratificazione più grande. Quando sono diventato sacerdote ho perso il mio nome di battesimo, persino mia mamma mi chiamava solo “Don”. E i miei soldati, sulla divisa, al posto del cognome mi hanno scritto “don Pierino”. Significa che sono stato vicino a loro. Sono generale, monsignore, ma per tutti sono da sempre don Pierino».
Come fa a trasmettere la parola di Dio ai più giovani senza farli annoiare?
«È un cammino che si fa nel catechismo, dopodiché loro tornano alle loro varie attività culturali, sportive, educative, di vita. Però in quel cammino cerchi di infondere in loro delle basi importanti, solide, affinché un domani possano diventare bravi cristiani e soprattutto brave persone. Cerco di essere brioso, scherzoso, ma senza mai perdere la base solida del Vangelo».
Qual è l’augurio che fa a questa comunità per il futuro?
«Spero di riuscire a continuare a dare una mano il più a lungo possibile e che si riescano a creare dei testimoni capaci di portare avanti il bel lavoro che si è fatto qua. Le cose iniziano e finiscono, l’importante è che finiscano un po’in gloria. Nel frattempo, io non mi fermo, c’è ancora tanto da fare. Mi godo questo spazio invidiabile e continuo a darmi da fare, un passo alla volta. Sono molto orgoglioso di quello che siamo riusciti a costruire. Ogni tanto quando passeggio e mi guardo intorno mi chiedo: don Pierino, come hai fatto?».
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