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Addio al “Maestrone” Guccini: «Avrebbe meritato il Premio Nobel come Bob Dylan»

di Michele Fuoco

	Un giovane Guccini alla chitarra in cucina
Un giovane Guccini alla chitarra in cucina

Roberto Alperoli, direttore del Poesia Festival e già assessore alla Cultura del Comune di Modena: «Sarebbe stato un giusto riconoscimento alla sua grandezza». L’editore Beppe Cottafavi: «Lo metto sullo stesso piano di Bob Dylan, Fabrizio De André e Paolo Conte»

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MODENA. «Per me Francesco Guccini é stato un mito, una figura leggendaria, immortale. L’ho conosciuto dalle sue canzoni intorno agli inizi degli anni Settanta, quando avevo 14/15 anni, e non l’ho più mollato. In seguito l’ho poi conosciuto anche di persona in diverse occasioni. Nei suoi confronti ho sempre avuto un certo timore reverenziale, era una figura troppo grande, troppo importante. È stato un grandissimo narratore, un pensatore, un intellettuale. Con lui e intorno a lui sono cresciute diverse generazioni di italiani, me compreso. I suoi concerti erano una festa, un boato di felicità. Era ironico, spassoso, divertente, intelligente. Ha scritto canzoni profetiche, aveva le antenne che solo un genio può avere». È quanto mette in luce Roberto Alperoli, direttore di Poesia Festival e già assessore alla cultura del Comune di Modena. Alperoli ritiene che «dopo il Nobel a Dylan, che ha aperto una strada, pensavo che lui potesse vincerlo. Sarebbe stato un giusto riconoscimento alla sua grandezza. Ha tenuto insieme una dimensione interiore, personale, inquieta e malinconica, e una dimensione pubblica, sociale, civile. Mi ha insegnato a guardarmi dentro e a guardare il mondo, a non rassegnarmi alla banalità. La sua vita/opera è stata una forma di resistenza al culto fanatico del presente, alla cattiveria, alla superficialità, ai soprusi. Mi ha insegnato una giusta rabbia verso le ingiustizie. È venuto diverse volte al Poesia Festival, e già quest’anno cercheremo di ricordarlo come si deve. Tra le altre cose, mi rimane la soddisfazione gigantesca di averlo portato a Modena per il suo primo e unico concerto in Piazza Grande, il 30 giugno 2010».

Beppe Cottafavi, editor e semiologo, direttore della casa editrice digitale Il dondolo del Comune di Modena ha conosciuto Francesco Guccini tramite Guido De Maria ai tempi in cui lavoravano a Comics per Franco Cosimo Panini. «Fu Guido a coinvolgerlo nella rivista e, da quel momento, siamo rimasti sempre in contatto. Da quella collaborazione nacque un’amicizia destinata a durare per molti anni. - racconta - Per me se ne va l’ultimo grande maestro. È come se scomparisse un pezzo del Novecento. Guccini è stato uno dei cantautori italiani più colti e intelligenti. Oltre ad aver scritto canzoni entrate nella memoria collettiva di più generazioni, è stato anche un eccellente scrittore. Penso soprattutto ai suoi romanzi autobiografici, a partire da Croniche epafaniche, libri che considero di grande valore e che, per certi aspetti, ritengo persino superiori alle sue canzoni». Con me pubblicò due libri. Il primo raccoglieva i racconti umoristici che aveva scritto per Comics: «La legge del bar e altre comiche», uscito inizialmente per Comix e successivamente ripubblicato da Giunti. Più tardi realizzammo, per Mondadori, “Non so che viso avesse”, una sorta di autobiografia il cui titolo richiama l’incipit della celebre canzone "La locomotiva”. Cottafavi sostiene che «Guccini possedeva una straordinaria vena umoristica, alimentata dalla tradizione goliardica. Era divertente nei libri come sul palco: i suoi racconti tra una canzone e l’altra erano irresistibili. Il suo era un umorismo tosco-emiliano, ironico, tagliente e originale. Lo considero uno degli ultimi grandi della canzone d’autore. Lo metto sullo stesso piano di Bob Dylan, Fabrizio De André e Paolo Conte. Guccini possedeva una qualità narrativa unica: ogni sua canzone era un vero racconto. In questo, pur con uno stile completamente differente, aveva qualcosa in comune con Paolo Conte. Per me è una giornata molto triste. Sapevamo che stava male e che questo momento sarebbe arrivato, ma quando se ne va un amico resta sempre un grande vuoto».

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