Medici di base, numeri da allarme: ci sono dottori con 1500 assistiti
Analisi della FnP Cisl evidenzia i problemi della rete assistenziale in provincia. Nel Frignano fino a 1.800 pazienti da seguire e la popolazione è sempre più anziana
MODENA. Una rete sanitaria territoriale presente, ma sempre più sotto pressione. È questa la fotografia che emerge dalla ricerca realizzata dalla Fnp Cisl Emilia Centrale sullo stato della medicina di base in provincia di Modena. A preoccupare sono soprattutto l’elevato numero di assistiti per ogni medico di famiglia, l’invecchiamento della categoria e il rischio che i prossimi pensionamenti aprano vuoti difficili da colmare, soprattutto nelle aree montane e più fragili del territorio.
«A Modena la rete c’è, ma il sistema è sotto pressione: troppi assistiti per ogni medico, ricambio da programmare, Case e Ospedali di Comunità che devono diventare luoghi di cura, non punti sulla cartina. Non siamo un’Azienda sanitaria, non siamo un ente gestore: siamo un sindacato. E questo significa che il nostro punto di vista parte dalle persone», afferma Domenico Pacchioni, segretario generale della Fnp Cisl Emilia Centrale, presentando lo studio.
Distretti oltre il limite
In provincia operano attualmente 431 medici di medicina generale. Il rapporto medio è di 1.483 assistiti over 14 per professionista, un dato che sfiora il massimale ordinario di 1.500 pazienti previsto per ciascun medico.
Dietro la media provinciale, però, si nascondono situazioni territoriali particolarmente critiche. A Castelfranco Emilia ogni medico segue mediamente 1.538 assistiti, a Mirandola si sale a 1.594, mentre il primato spetta al distretto di Pavullo con 1.621 pazienti per medico. Numeri che diventano ancora più significativi nell’area dell’Alto Frignano. Nei comuni di Fiumalbo, Pievepelago e Riolunato il rapporto si avvicina a un medico ogni 1.800 assistiti, in un contesto caratterizzato da una forte presenza di anziani: gli over 75 rappresentano infatti tra il 19% e il 21% della popolazione residente. «La presenza medica non può diventare un optional. Nei territori più anziani e dispersi rischiamo telefonate in attesa, visite che slittano, anziani che non sanno a chi rivolgersi e medici travolti da un carico che rende più difficile ascoltare, prevenire e seguire le cronicità», sottolinea Pacchioni.
Tanti in pensione
Secondo il sindacato dei pensionati della Cisl, il nodo più urgente non riguarda tanto l’oggi quanto il futuro prossimo. Dei 431 medici di famiglia presenti in provincia, 212 hanno un’età compresa tra i 26 e i 50 anni, mentre 110 rientrano nella fascia 56-65 anni e altri 83 hanno già superato i 66 anni. In pratica, 193 professionisti, pari a quasi il 45% del totale, hanno almeno 56 anni. Ancora più significativo il dato dei medici over 65, che rappresentano quasi un quinto dell’intera categoria. Una situazione che rischia di pesare soprattutto nelle zone montane, dove la popolazione è mediamente più anziana e dove l’accesso ai servizi sanitari risulta già più complesso. «Eccolo il vero guaio che incombe: chi sostituirà questi professionisti? Con quali tempi? Con quale organizzazione? Se non si programma adesso, ogni pensionamento rischia di diventare un vuoto di cura, pagato da anziani, malati cronici, persone non autosufficienti e dalle famiglie che li assistono», avverte il segretario della Fnp Cisl.
Medicina non integrata
La ricerca evidenzia anche come la medicina associata sia ormai diventata il modello dominante sul territorio. Dei 412 medici considerati nell’analisi organizzativa, il 93% aderisce a una forma associativa. Nel dettaglio, 259 professionisti, pari al 63%, lavorano in associazioni con sede condivisa; 124, il 30%, partecipano invece a reti professionali senza condividere gli stessi spazi fisici, mentre soltanto 29 medici, pari al 7%, operano in modo autonomo. Per la Cisl il dato è positivo, ma non sufficiente. La semplice adesione a una rete non garantisce infatti un’effettiva integrazione dei servizi. Le differenze territoriali sono significative. A Carpi ben 44 medici su 51 lavorano nella stessa sede, mentre a Mirandola solo 14 su 34 condividono fisicamente gli spazi, pur risultando tutti inseriti in forme associative. «La questione non è soltanto quanti medici fanno rete, ma quanto questa rete sia realmente organizzata e capace di garantire una presa in carico continuativa dei pazienti», osserva il sindacato.
Case della Comunità?
Tra gli aspetti più critici evidenziati dall’indagine c’è infine quello dei Punti Unici di Accesso (Pua), strutture previste dalla riforma dell’assistenza territoriale per orientare cittadini e famiglie tra servizi sanitari e sociali.
In provincia, su 20 Case della Comunità, solo due dispongono attualmente di un Pua attivo, nonostante la normativa nazionale preveda almeno un punto di accesso per ogni distretto. Per la Fnp Cisl si tratta di una lacuna che colpisce soprattutto le persone fragili, gli anziani e i non autosufficienti.
«Senza una porta unica di accesso viene meno un luogo dove trovare accoglienza e una prima valutazione dei bisogni sociosanitari. Il cittadino fragile non entra nella presa in carico: entra nel labirinto», conclude Pacchioni. La sfida, secondo il sindacato, è quindi duplice: garantire il ricambio generazionale dei medici di famiglia e trasformare Case e Ospedali di Comunità in strutture realmente operative, capaci di offrire risposte concrete ai bisogni dei cittadini. Una partita che, in una provincia sempre più anziana, potrebbe rivelarsi decisiva per il futuro della sanità territoriale modenese.
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