Un padre, una figlia di 8 mesi e una bilancia sul tavolo in Mozambico
Salimo lascia una volta al mese il lavoro nei campi per portare la piccola Nilza ai controlli garantiti dal Pin dell’Unicef
NAMPULA (MOZAMBICO). Salimo Iaquide ha cinquantatré anni, nove figli e un campo di manioca. Ogni mattina lavora la terra. Una volta al mese, smette, prende in braccio Nilza, la più piccola, otto mesi, e cammina fino al punto di raccolta del programma PIN, il pacchetto nutrizionale integrato che l’UNICEF porta ogni mese nel villaggio di Mihiriri, affacciato sull’Oceano Indiano, nella provincia di Nampula, nel nord del Mozambico.
Le difficoltà
Non c’è un ambulatorio a Mihiriri. Non c’è un edificio, non c’è una clinica. Ogni mese, gli operatori sanitari montano un tavolo, alcune sedie, una bilancia e le schede sanitarie dei bambini. Uno per uno, pesano i piccoli, controllano se ci sono vaccini in scadenza, parlano con i genitori di alimentazione, igiene, allattamento. Poi smontano tutto e ripartono. «È importante venire al PIN ogni mese per vedere se la bambina sta bene e ricevere medicine se ha qualche problema», dice Salimo. «PIN ha aiutato a tenerla in salute e forte. Oggi non ha nessuna malattia». Mi fermo su questa frase perché contiene qualcosa che i numeri faticano a trasmettere.
Un padre di cinquantatré anni, con nove figli e un campo da coltivare, che una volta al mese lascia il lavoro per portare la più piccola a una visita di controllo. Non perché qualcuno glielo abbia imposto. Perché ha capito che vale la pena farlo.
La situazione in Mozambico
In Mozambico, il 15% dei bambini soffre di malnutrizione. Il paese porta il peso di crisi sovrapposte: il conflitto armato nel nord, le epidemie di colera, la siccità legata al fenomeno El Niño, i cicloni ricorrenti che ogni anno distruggono infrastrutture, case, strade. Quasi il 77% dei bambini mozambicani, circa 13 milioni, vive in povertà. In questo quadro, raggiungere le comunità più remote con servizi sanitari di base non è un’operazione semplice. È una sfida logistica, economica e umana che richiede soluzioni creative.
L’Unicef in campo
Il programma PIN è una di queste soluzioni. Porta direttamente nelle comunità sette servizi interconnessi: sostegno all’allattamento esclusivo, alimentazione complementare, igiene e servizi igienico-sanitari, integrazione di vitamina A, polveri di micronutrienti, trattamento antiparassitario e monitoraggio della crescita. Arriva dove le strade diventano fangose durante la stagione delle piogge e dove il viaggio verso la città più vicina richiede una giornata intera, spesso in barca. Solo nella comunità di Mihiriri, gli operatori visitano circa cinquanta bambini al mese. I problemi più comuni che incontrano sono diarrea, malaria e, in alcuni casi, malnutrizione.
«Avere il PIN qui è molto positivo per la comunità», dice Salimo. «Molte persone non hanno tempo di passare un’intera giornata a viaggiare verso un ospedale perché devono lavorare nei campi. Se i genitori passano la giornata a viaggiare, perdono anche il tempo per cucinare e nutrire gli altri figli a casa.»
Quella frase contiene tutto il senso di un programma come questo. Non è solo una questione di distanze. È una questione di tempo, di equilibri familiari fragili, di scelte impossibili che i genitori poveri si trovano a dover fare ogni giorno. Se vai all’ospedale con un figlio, chi rimane con gli altri? Chi cucina? Chi raccoglie la manioca? Il PIN elimina questa scelta.
Porta il servizio fino alla porta della comunità. Da quando frequenta le sessioni, Salimo ha imparato a misurare l’altezza e il peso di Nilza, a capire quando introdurre i cibi solidi dopo i sei mesi di allattamento, a riconoscere i segnali che richiedono attenzione medica. «Ho imparato molte cose qui», dice. «Ho imparato le cose importanti da misurare in un bambino, come l’altezza e il peso. Ho anche imparato a dare il cibo giusto, ad assicurarmi che la bambina abbia tutti i suoi vaccini».
Il giorno della sessione, Salimo è uno dei soli due padri presenti. La maggior parte dei caregiver in attesa sono madri. Ma lui non sembra trovarlo strano. Anzi. «Gli altri padri dovrebbero venire qui con i loro figli per capire se un bambino sta bene o no, e per sapere quando dare le medicine, dice. «Entrambi i genitori dovrebbero partecipare alla vita e alla salute dei loro figli. Anche i padri devono sapere queste cose».
I numeri
Da gennaio ad agosto del 2025, l’UNICEF e i suoi partner hanno raggiunto attraverso il programma PIN oltre 521.000 bambini e quasi 175.000 caregiver nelle province colpite da conflitti e cicloni nel nord del paese. Nel corso del 2025, quasi 900.000 bambini sono stati sottoposti a screening per la malnutrizione e oltre 27.000 hanno ricevuto cure salvavita. Sono numeri che raccontano la scala dell’intervento, ma che diventano concreti solo quando si guardano in faccia le persone a cui appartengono.
Salimo aspetta il suo turno con Nilza in braccio. La bambina ha otto mesi, sta bene, e un padre che ogni mese smette di coltivare la manioca per portarla a pesare su una bilancia montata sotto il cielo aperto di Mihiriri. Non è poco. In un contesto dove la malnutrizione infantile è ancora una delle minacce più gravi per la sopravvivenza dei bambini, quella scelta mensile di un padre vale quanto una politica sanitaria. «PIN ha aiutato a tenerla in salute e forte», ripete Salimo. «Per questo veniamo ogni mese».
*portavoce Unicef Italia
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