Stefania e le sue capre custodi della montagna: «Dalla città all’Appennino, la mia è la storia di un “ritorno”»
Da Olina al Monte Penna, Venturelli, classe 1973, ha riabbracciato le radici per costruire il proprio futuro in Appennino
APPENNINO. Stefania in cuor suo lo sapeva che prima o poi sarebbe andata a vivere sull’Appennino. Bisognava attendere soltanto il momento giusto. Senza fretta. Senza forzare. In maniera naturale quel sogno che coltivava fin da bambina si sarebbe realizzato: «Sono da sempre legata a questa terra, è un amore immenso che sfocia nel bisogno, quando penso alla felicità la collego a questi posti».
Una storia di ritorno
Ed eccolo il sogno di Stefania Venturelli che si realizza nel 2015 quando decide di trasferirsi ad Olina, una frazione di Pavullo, dove da piccola veniva a trovare i nonni. Ma questa non è una semplice storia di un “ritorno”. Stefania, classe 1973, la maggior parte della sua vita (anche professionale) l’ha trascorsa “in pianura” tra Modena e Sassuolo, dove ha avuto un figlio ed esercitato la sua professione di Naturopata ma con un approccio sempre legato alla terra. E a quel pensiero, quel sogno che continuava a ronzare nella testa: «Nel 2015 ho finalmente preso la decisione di trasferirmi prima ad Olina, nella casa dei miei nonni, per poi prendere definitivamente una fattoria al Gambarà, un borghetto sul Monte Penna dove siamo sette residenti effettivi».
L’azienda
Con il suo attuale compagno sposa una scelta di vita legata alla parola d’ordine “decrescita” a quasi mille metri dal livello del mare, «ma non siamo gli unici che hanno scelto di tornare a vivere con ritmi diversi – sottolinea – Quando ci confrontiamo con altre persone che hanno fatto una scelta simile alla nostra notiamo che, con i relativi distinguo, in tutti c’è quella voglia di tornare a vivere con ritmi naturali, di abbracciare quello che ho definito una decrescita». Non si tratta, infatti, di una sorta di esilio autoimposto, una forma di allontanamento dal mondo attuale modello monaci tibetani, tutt’altro. Oltre a continuare, così come il compagno, il suo vecchio lavoro ha fondato una piccola azienda agricola “Le capre del Penna” in onore del suo altro grande amore per le capre sbocciato nel 2020: «Tutto è iniziato quando è arrivata la Bianca che ha fatto crescere questa passione per questi animali che in realtà non conoscevo, ma che da subito hanno suscitato in me una grande curiosità». Decide così di “ampliare la famiglia”, il piccolo allevamento allo stato semi-brado sale a 18 capre di razze miste, tra cui una della valle dei Mocheni in ricordo della pastore e attivista etiope Agitu Ideo Gudeta – simbolo di integrazione e sostenibilità - uccisa nel 2020 in Trentino: «Le mie diciotto capre pascolano in un’area agricola di grande valore ambientale, contribuendo a mantenere vivi i prati, la biodiversità e il paesaggio dell’Appennino – spiega - Non è solo un lavoro, è una scelta di vita, un atto d’amore verso la montagna e verso un modo di vivere più sostenibile».
Le pecore... e il lupo
Ma come in tutte le belle storie dal sapore fiabesco ecco che appare il lupo. Nulla a che vedere con quello “cattivo” di Cappuccetto rosso o dei Tre Porcellini, sull’Appennino questo animale è parte della natura, è il suo habitat, ma la sua presenza - prepotentemente ritornata negli ultimi anni - è un reale pericolo per il gregge di Stefania che per difendere il suo sogno (e le sue capre) ha deciso di lanciare una campagna di crowdfunding per costruire un recinto anti-lupo professionale, una barriera sicura che permetta alle sue capre di pascolare e riposare protette: «Questa è anche la casa del lupo, per questo più che di separazione vedo nel recinto un modo per convivere nel rispetto della natura e della sicurezza del gregge». La campagna di crowdfunding “Un recinto per difendere il sogno: le capre del Penna” è stata lanciata sulla piattaforma produzionidalbasso.com con Banca Etica insieme all'Associazione di Promozione Sociale " Croce Arcana ", attiva con diverse iniziative di grande rilievo per la valorizzazione del territorio montano, e al gruppo di volontari " Nebbia all'Alpe " che vede la partecipazione di centinaia di persone ogni anno con iniziative, installazioni ed eventi dedicati alla pastorizia. A pochi giorni dalla chiusura del crowdfunding sono stati già raccolti più di 8 mila euro e dunque l’obiettivo di quota 10 mila per ottenere il finanziamento è stato raggiunto, proprio perché la modalità scelta consente di centrare l’obiettivo arrivando almeno all’ottanta per cento del totale, con la restante parte integrata da Banca Etica : «La parola legata a questo progetto è ‘equilibrio’ – conclude Stefania – Tenere al pascolo le capre è fondamentale per la loro libertà ma è anche una mano tesa verso il territorio, è un beneficio per il benessere del terreno, la salute dei boschi e delle praterie. Quando proteggiamo un pastore e il suo gregge, proteggiamo anche un pezzo di futuro delle nostre montagne».l
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