Unicef e l’inclusione scolastica spiegata dal sorriso contagioso di Mihail
Al Ginnasio “Piotr Cazmalî” di Ceadîr-Lunga, nel sud della Moldova, è una pratica che diventa realtà ogni giorno: accolti tutti i bimbi con difficoltà. Mihail ha una disabilità che colpisce la coordinazione e la concentrazione
CEADIR-LUNGA (Moldova). L’ inclusione scolastica è una di quelle espressioni che si usano tanto e si praticano poco. Si trovano nei documenti, nelle leggi, nei discorsi dei ministri. Poi si va in una scuola vera e si capisce quanto lavoro ci voglia per trasformare una parola in una realtà. Al Ginnasio “Piotr Cazmalî” di Ceadîr-Lunga, nel sud della Moldavia, quel lavoro lo fanno ogni giorno.
La storia di Mihail
E Mihail, dodici anni, quinta classe, appassionato di plastilina e del colore rosso, ne è la prova più concreta. I suoi compagni e i suoi insegnanti lo conoscono come un ragazzo creativo e curioso. Ma la prima cosa che tutti citano quando parlano di lui è un’altra: il suo sorriso aperto e contagioso, che dice più di tante parole. Mihail ha una disabilità che colpisce la coordinazione motoria, la capacità di concentrazione, la resistenza fisica. Le attività di routine richiedono più tempo e più energia. All’inizio, la scuola era una sfida. Poi qualcosa è cambiato.
Il racconto della madre
«Le prime settimane sono state difficili, ma gradualmente, con il supporto degli insegnanti e dei compagni, ha cominciato a sentirsi più sicuro», racconta sua madre Tatiana Radulova, che è anche la sua assistente personale. «Oggi vedo progressi bellissimi. Mihail è diventato più sicuro di sé, va a scuola con piacere, mostra interesse per le attività e interagisce meglio con i suoi coetanei». Tatiana Radulova è insieme madre e assistente personale di suo figlio. Non è una scelta banale. Significa che la sua giornata è costruita interamente intorno ai bisogni di Mihail, che il confine tra cura familiare e supporto professionale si assottiglia fino a scomparire. Lo so che questo accade in tante famiglie in tutto il mondo, in contesti molto diversi tra loro: una madre che diventa anche insegnante, anche terapista, anche avvocata dei diritti del proprio figlio. Spesso senza che nessuno lo riconosca davvero. In classe e nel Centro Risorse della scuola, Mihail è affiancato anche da Tatiana Velcova, insegnante di sostegno al suo fianco dai primi anni. Il suo approccio si basa su tre principi: adattarsi al ritmo individuale del bambino, usare metodi visivi e pratici, incoraggiare ogni piccolo passo in avanti.
Le difficioltà
«All’inizio aveva difficoltà di coordinazione, si stancava in fretta e faticava a mantenere l’attenzione», ricorda. «Oggi è attivamente coinvolto in diversi compiti, mantiene la concentrazione più a lungo e porta a termine quello che inizia». Anche la psicologa scolastica, Alina Uzun, lavora con Mihail da anni. «La sua attenzione, la memoria e il pensiero sono migliorati. Il suo livello di ansia è diminuito e Mihail è diventato più socievole e più motivato ad apprendere». E poi aggiunge una frase che vale più di molte statistiche: «Per noi, la cosa più importante è che venga a scuola con piacere e abbia sempre un sorriso sul viso». Penso spesso a cosa significhi davvero l’inclusione scolastica quando viene praticata e non solo proclamata. Perché di proclami ne sentiamo tanti. Si dice che ogni bambino ha diritto all’istruzione, che la diversità è una ricchezza, che nessuno deve essere lasciato indietro. Poi però, nella realtà concreta di un’aula, quelle parole devono trasformarsi in qualcosa: un insegnante di sostegno formato, uno psicologo presente, una preside che sceglie di investire sull’inclusione invece di fare finta che il problema non esista. Al Ginnasio “Piotr Cazmalî” quella scelta è stata fatta. La scuola ha 436 studenti. Tra loro ci sono 41 bambini con disabilità o bisogni educativi speciali, 8 rifugiati ucraini, 4 studenti rom. Non è una scuola perfetta. È una scuola che ha deciso di non escludere. «Una scuola inclusiva è un luogo dove ogni bambino si sente accettato, valorizzato e supportato nell’apprendimento», dice la preside Diana Riabaia. «La diversità è un valore, non un problema».
La situazione in Moldova
Ceadîr-Lunga si trova in Gagauzia, una regione autonoma nel sud della Moldavia, in un paese piccolo che confina con la Romania e l’Ucraina e che negli ultimi anni ha accolto decine di migliaia di rifugiati in fuga dalla guerra. Un contesto complicato, dove le fragilità si sommano. Secondo i dati dell’Unicef, i bambini con disabilità, i bambini rom e i bambini rifugiati sono ancora oggi i gruppi più esposti al rischio di esclusione scolastica in Moldavia. Quella scuola di Ceadîr-Lunga li accoglie tutti. Mihail due volte a settimana fa ginnastica. All’inizio aveva bisogno di supporto continuo per spostarsi. Oggi si muove con maggiore autonomia e sicurezza. «Vedo che si sente più sicuro e più tranquillo», dice sua madre. «Quello che mi rende più felice è che condivide i suoi risultati». Il progetto che sostiene questo percorso si chiama “Empowering children, parents, teachers and communities to promote inclusive education in the Republic of Moldova”, implementato da CCF Moldova in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e con il supporto finanziario del governo del Regno Unito. Ha formato gli insegnanti della scuola per comunicare meglio con i genitori, comprendere i bisogni dei bambini e costruire relazioni basate sulla fiducia. «Abbiamo imparato come dare feedback senza pressione e come supportare i genitori nelle fasi difficili», spiega Tatiana Velcova. «In questo modo il supporto offerto al bambino diventa meglio coordinato ed efficace».
L’inclusione al centro
Inclusione non significa essere fisicamente presenti in classe. Significa partecipare davvero. Mihail partecipa. Si unisce alle attività creative, interagisce con i compagni, condivide i suoi risultati. Il cambiamento è visibile, misurabile, reale. Quando si parla di diritti dei bambini, si rischia spesso di restare nel generico. Il diritto all’istruzione, il diritto alla partecipazione, il diritto a un ambiente sicuro. Mihail ci ricorda che quei diritti hanno un nome, un viso, un sorriso specifico. E che diventano reali solo quando qualcuno, un insegnante, una psicologa, una preside, una madre, sceglie ogni giorno di renderli concreti. Sua madre lo dice con una semplicità disarmante: «Quello che mi rende più felice è che condivide i suoi risultati». Un sorriso aperto e contagioso, che dice più di tante parole. Quello di Mihail.
*portavoce Unicef Italia
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