Codice rosso, sempre più violenza domestica: «Bisogna credere alle donne»
L’avvocata Clarice Carassi, consigliera del Coordinamento regionale dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna: «Basta stereotipi che confondono maltrattamenti con conflitto»
MODENA. Otto femminicidi in nemmeno due mesi, l’ultimo due giorni fa, quello di Tania Terrin. Anche sul nostro territorio aumentano le donne che si rivolgono alle forze dell’ordine per denunciare maltrattamenti e violenze. L’ultima una donna violentata davanti ai suoi figlia a Maranello e a Carpi i carabinieri sono intervenuti per salvare una donna minacciata dal marito con un coltello di 27 centimetri. Ma perché, nonostante il Codice rosso, i numeri della violenza non diminuiscono? A fare il punto è l’avvocata Clarice Carassi, consigliera del Coordinamento regionale dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna.
Avvocata, il femminicidio di Tania Terrin ci pone nuovamente davanti al caso di una donna che aveva denunciato più volte, mentre all’uomo era stato dato solo un ammonimento.
«Non entro nel caso concreto, ma mi preme soffermarmi sulla circostanza, resa nota dalla stampa, di una relazione caratterizzata da interruzioni e riprese, determinate soprattutto dalle minacce di lui di togliersi la vita. Come ha chiarito la Corte di Cassazione con alcune recenti pronunce, la rimessione della querela, la ritrattazione e, più in generale, l’ambivalenza dei sentimenti di una donna vittima di violenza, che può portarla ad abbandonare il percorso già intrapreso per uscire dalla relazione abusante, non dimostrano che la violenza non ci sia stata e non rendono la donna meno credibile. Al contrario, possono essere il segnale di un contesto di sopraffazione, minaccia e violenza ancora presente e magari diventato ancora più pressante. Proprio per questo servono misure efficaci di protezione e tutela. L’individuazione di queste misure non può prescindere da una corretta valutazione del rischio a cui è esposta la donna che denuncia».
Come si può raggiungere questo obiettivo?
«La soluzione sta dunque nella formazione di tutti gli operatori e dell’intera rete, affinché siano messi nelle condizioni di valutare correttamente il rischio che la donna possa essere nuovamente vittima di violenza e, di conseguenza, individuare la misura di protezione più adatta, anche di fronte al rischio di una escalation».
Dal suo punto di vista quale è la situazione sul nostro territorio?
«Il nostro territorio vede ormai da anni una rete che riconosce nei Centri antiviolenza un punto di riferimento culturale, politico e formativo su questi temi. Ma anche nella nostra regione è necessaria una formazione periodica, costante e qualificata per tutti i soggetti istituzionali che si rapportano con le donne che hanno subito violenza e chiedono aiuto. Il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna riunisce 15 Centri di matrice e metodologia femminista. Tutti registrano un aumento dei primi accessi di donne che chiedono aiuto, accompagnato da una preoccupante diminuzione dell’età delle vittime e degli autori. È un dato che deve interrogarci e che rende non più rinviabili gli interventi educativi sui temi della sessuo-affettività».
In Italia abbiamo il Codice rosso. Cosa non sta funzionando?
«Quello che non funziona è una risposta giudiziaria e istituzionale che non riconosce la violenza e le sue diverse forme: non solo quella fisica, più evidente, ma anche quella psicologica, economica, sessuale e così via. Una risposta che non tiene conto dei reati “spia”, che non crede alla donna e che non valuta correttamente il rischio di recidiva e di rivittimizzazione a cui è esposta. Il problema è quindi una risposta giudiziaria e istituzionale dietro alla quale non c’è formazione, né conoscenza e comprensione del fenomeno strutturale. Il problema è quella carenza culturale che lascia inapplicata una normativa di per sé efficace, come è appunto il Codice Rosso che considero, soprattutto dopo le modifiche introdotte dalla legge 168/2023, un punto di arrivo importante. Mancano però azioni capaci di superare quella cultura che alimenta e perpetua la violenza contro le donne e che, nelle istituzioni, si traduce anche negli stereotipi giudiziari di genere. Stereotipi che finiscono per influenzare il giudizio sulla credibilità delle donne e che fanno confondere la violenza con il conflitto».
Come dichiarato dai Centri anti violenza molte denunce per maltrattamenti finiscono archiviate. Perché?
«La richiesta di archiviazione, in molti casi, risente dello stereotipo giudiziario secondo cui la mancanza di riscontri esterni al racconto della persona offesa sarebbe un indice della sua scarsa credibilità. Questo nonostante la giurisprudenza, a partire dalla storica sentenza delle Sezioni Unite n. 41461 del 19 luglio 2012, affermi che le dichiarazioni della vittima, quando presentano determinati requisiti, possano essere sufficienti a fondare l’accusa e la responsabilità penale. La mancanza di riscontri è particolarmente frequente nei reati commessi all’interno della famiglia e delle relazioni di coppia, dove, spesso si può contare soltanto sul racconto della vittima e su testimonianze indirette».
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