Scuole aperte e investimenti: «Così l’Emilia Romagna vuole vincere la sfida della genitorialità»
L’assessora regionale Isabella Conti: «Le 14 settimane di interruzione estiva diventano onerose per le famiglie, lo dimostra il risultato straordinario ottenuto dal progetto “La scuola riparte insieme” avviato da oggi in oltre 40 comuni della regione»
MODENA. I vecchi schemi mostrano le loro crepe, segni da cui affiorano fragilità e solitudini: nel costruire una famiglia, nel crescere i figli, nell’accompagnarli un passo dopo l’altro. Da qui nasce la necessità di intervenire nelle realtà scolastiche, nei percorsi educativi, nelle politiche a sostegno della genitorialità e del benessere, perché sappiano rispecchiare i bisogni e le trasformazioni della nostra società. Un cambiamento che l’Emilia Romagna sta cercando di portare avanti con scelte, progetti e impegni che guardano concretamente alle difficoltà quotidiane. A raccontarlo è Isabella Conti, assessora regionale con deleghe a Welfare, Terzo settore, Politiche per l’infanzia e Scuola. Oggi apriranno le scuole primarie in oltre 40 comuni della regione.
I numeri delle richieste di adesione sono una dimostrazione del valore del progetto, ancora prima del suo avvio?
«La risposta delle famiglie è stata straordinaria, ce lo aspettavamo, perché questa misura nasce da una lettura delle dinamiche e dei fenomeni sociali. La genitorialità in questo periodo storico è una sfida complessa: la difficoltà di conciliare la vita affettiva con quella lavorativa, il problema di arrivare a fine mese, l’inflazione».
Perché la sperimentazione si rivolge ad un target tra i 6 agli 11 anni?
«Si tratta di bambini ancora troppo piccoli per stare da soli. Le 14 settimane di interruzione estiva diventano onerose per le famiglie. In molti casi a settembre non ricominciano i centri estivi, è un mese difficile. Una misura volontaria e gratuita ci è sembrata efficace. Non arreca disturbo a nessuno, il lavoro lo svolgiamo con educatori e operatori pagati dalla Regione. I bambini svolgono le attività più svariate, abbiamo visto progetti meravigliosi, è pensato anche come uno strumento di emancipazione per tutti».
Avete intenzione di ampliare il progetto?
«Qualche giorno fa Michele de Pascale ha espresso una visione che condivido: negli ultimi diciotto mesi abbiamo già investito 3 milioni per “Scuole aperte” al pomeriggio, le secondarie di primo grado, in modo da dare a ragazzi e preadolescenti un’alternativa ai tempi morti. Come “La scuola riparte insieme” è un modo per creare momenti di qualità dentro gli istituti scolastici senza fare didattica. A volte la scuola genera ansia da prestazione, preoccupazione. Prendere parte a dinamiche fuori dalla classe e svolgere attività ricreative che puntano sulla relazione è importante».
Far partecipare i propri figli alle attività di inizio settembre è una scelta. Crede sia ancora proponibile modificare il calendario scolastico? In alternativa, i possibili cambiamenti dovranno andare nella direzione di offrire una possibilità alle famiglie, senza imporre un obbligo?
«L’anno scorso l’idea era: “Rivediamo il tempo scuola, dove è possibile”. Mi sono resa conto che mettere mano al calendario scolastico avrebbe significato intervenire a valle di un percorso che necessiterebbe di una riforma a monte: la didattica, le retribuzioni degli insegnanti, la loro formazione e altri aspetti. L’Emilia Romagna ha provato a gettare il cuore oltre l’ostacolo e sta trovando una soluzione su base volontaria».
Manca pochissimo all’apertura delle scuola. Dal 15 settembre si riusciranno a superare le problematiche segnalate dai sindacali sulle difficoltà del personale Ata?
«Non possiamo affrontare questa situazione con la logica dell’emergenza permanente. Il personale Ata è composto da donne e uomini che quotidianamente supportano la comunità scolastica: aprono e rendono sicuri gli edifici, accolgono gli studenti, fanno funzionare le segreterie, garantiscono servizi essenziali. Se riduciamo il personale Ata indeboliamo il diritto all’istruzione. Se si continua a chiedere alle scuole di fare di più con meno, prima o poi il sistema implode».
A dicembre avete in programma di portare in aula una legge su natalità, infanzia e genitorialità. Qual è stato lo stimolo iniziale?
«Uno studio sulla nostra situazione demografica, da cui si rivela sempre più urgente un intervento legislativo. Ci siamo chiesti da quali fattori sia generata la denatalità: una società che chiede il massimo della specializzazione, retribuzioni sempre più basse, una precarietà lavorativa, economica e sentimentale, perché ormai è difficile costruire una relazione profonda e duratura, tanto da pensare a un progetto di vita. L’autonomia slitta avanti negli anni. Abbiamo bisogno di trovare risposte strutturali per i futuri genitori, che si trovano in una solitudine nuova. Fino a qualche anno fa i nonni potevano andare in pensione prima ed essere un supporto. C’era una comunità, una rete di neogenitori e di bambini che crescevano anche insieme».
Aveva parlato di classi composte al 90% da alunni di origine straniera. Molti, infatti, sono i casi in deroga a un tetto del 30%. State ragionando su come intervenire?
«Sì, avevo letto soluzioni come: “Spostiamo gli studenti che fanno superare il limite stabilito in un altro istituto”. Non è una possibilità che faccia sentire le seconde generazioni parte di una comunità. Se la percentuale di stranieri è alta, ci dovrebbero essere più adulti di riferimento, più educatori che li aiutino con la lingua o nella comprensione delle lezioni. Serve prevedere un investimento all’interno di una potenziale riforma del mondo della scuola».
Quali idee porterete in occasione dei prossimi Stati Generali della Scuola, a fine novembre, a Parma?
«Vorremmo mettere sul tavolo del dibattito una riforma della scuola, anche se l’Emilia-Romagna non ha le competenze dirette. Proveremo a tratteggiarne il profilo, con elementi utili in un dibattito nazionale: un sistema che possa motivare gli insegnanti, incuriosire i ragazzi, e tornare ad essere un ascensore sociale, un elemento di inclusione, di opportunità».
Diversi mesi fa si era aperto un dibattito sull’uso dei metal detector. Come trovare un equilibrio tra l’esigenza di prevenire episodi di violenza e il rischio di trasformare le scuole in luoghi sorvegliati?
«Il metal detector assolve e deresponsabilizza gli adulti, è un modo per placare la loro ansia. Servono figure di riferimento, persone responsabili. Noi stiamo investendo molte risorse sull’educazione e sui progetti per gli adolescenti: spazi giovani, luoghi di aggregazione sana, attività. Il progetto “Scuole aperte” va in questa direzione».
Quali opportunità offre l’AI per innovare didattica e apprendimento?
«L’intelligenza artificiale dovrebbe essere pubblica. Ci stiamo lavorando, il Tecnopolo di Bologna è un luogo che si presta a questo scopo. Il mercato non dovrebbe poter entrare nell’AI. Ad esempio, se un ragazzo interroga un chatbot, questo non dovrebbe orientare la sua visione o influenzarlo nella scelta di un acquisto. Un rischio enorme è la pigrizia mentale, ossia smettere di pensare, delegare, abdicare al pensiero critico e al dubbio, perché tanto le risposte le fornisce l’AI. Serve un’educazione sui vantaggi e sui rischi».
Come giudica il patteggiamento di Meta con gli Stati americani per chiudere il processo in cui era accusata di aver progettato Facebook e Instagram per causare dipendenza ai minori?
«Il vero problema sono i vincoli posti sui minori nella gestione della piattaforma. Speravo in un intervento più incisivo. Conosciamo i possibili effetti dei social network, ma anziché vietarli sotto una certa età – come l’alcool – si affida una limitazione nelle mani dei genitori. Non dovrebbe essere così. Tra poco lanceremo con il presidente de Pascale una campagna sui rischi di esposizione precoce al digitale. Queste piattaforme dovrebbero pagare le tasse in tutti i paesi in cui le loro applicazioni vengono scaricate. Rappresentano un costo sanitario enorme: stiamo aprendo nuovi posti letto nelle neuropsichiatrie, accogliendo ragazzini ricoverati per disturbi dell’alimentazione, tentativi di suicidio, atti autolesivi».
Le scuole italiane non sempre si sono dimostrate luoghi adatti ad ospitare gli alunni nei giorni segnati da alte temperature. Come è possibile ripensare gli edifici per garantire condizioni adeguate per l’apprendimento?
«In alcuni ambiti la Regione può intervenire a sostegno dei comuni, penso ai nidi e ad alcuni contesti dell’infanzia. Il cambiamento climatico, però, è un problema per tutto il Paese. Il Pnrr ha fatto molto, ma non è stato sufficiente. È necessario un grande investimento nazionale, regioni e comuni da soli non ce la possono fare. Non intervenire significa avere delle ricadute sulla qualità della didattica».
Cosa pensa della revisione di programmi e priorità educative, indicazioni nazionali proposte dal Ministero?
«Ci sono aspetti che considero profondamente sbagliati: il rischio di una scuola più nozionistica, prescrittiva e meno capace di sviluppare pensiero critico. È urgente aiutare i ragazzi a esercitare il dubbio, a comprendere e a governare la complessità del nostro tempo. Prima di cambiare le Indicazioni, il Governo dovrebbe preoccuparsi di garantire insegnanti, personale Ata, tempo pieno e scuole adeguate, climatizzate, efficienti. L’Emilia Romagna sta facendo investimenti senza precedenti, ma serve lo Stato».
Lei è assessora con delega anche al Welfare. Quale distanza separa l’impostazione nazionale dalle politiche dell’Emilia Romagna?
«Questo Governo cosa ha riformato? La scuola no, il mondo del lavoro e l’economia nemmeno. Non c’è una visione, ma una gestione dell’ordinario, un “Tiriamo a campare”. In questo momento storico è un male imperdonabile per il Paese. Stiamo polarizzando la società sempre di più, c’è chi ne rimane escluso per problemi di salute mentale, di povertà, di dipendenze. Gli inclusi sono sempre meno. Siamo stati in carcere, dove sta cambiando la disperazione che si legge negli occhi. Le carceri sono lo specchio del dolore che c’è fuori. Sono dei luoghi fuori dall’umano, sovraffollati, perché c’è la narrazione del “buttare via la chiave”, ma lì ci sono anche i lavoratori, gli educatori, la polizia penitenziaria».
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