Se il colera arriva per mare alla fine pagano i bambini
I bimbi delle isole Comore sono tra i più colpiti da una malattia che affligge i deboli. Zakaria ha salvato i suoi tre figli grazie ad una richiesta di aiuto tempestiva
Era la fine di gennaio del 2024 quando a Moroni, capitale dell’Unione delle Comore, cominciarono a girare voci su alcuni passeggeri di una barca arrivata dalla Tanzania. Diarrea, vomito, qualcuno diceva anche peggio. Il Ministero della Salute fece disinfettare l’imbarcazione e avviò le indagini. I test di laboratorio confermarono quello che si temeva: colera. L’epidemia fu dichiarata ufficialmente il 2 febbraio. Sette casi accertati all’inizio, quasi tutti passeggeri della barca o loro contatti stretti. Poi il virus si allargò, come sempre fa il colera quando trova le condizioni giuste: acqua non sicura, servizi igienici insufficienti, comunità dense, informazioni scarse. E cominciò a colpire le famiglie. Zakaria vive a Moroni, sull’isola di Ngazidja. Ha visto tutti e tre i suoi figli ammalarsi uno dopo l’altro, nei primi giorni dell’epidemia. «Il mio figlio più grande, tredici anni, ha cominciato a mostrare i sintomi un venerdì mattina», racconta. «Ho chiamato subito i servizi di protezione civile, che lo hanno portato all’ospedale Samba dove ha ricevuto assistenza medica urgente. Due giorni dopo, sabato e domenica, anche il figlio minore e la figlia hanno mostrato gli stessi sintomi e sono stati ricoverati nel centro di trattamento del colera». Zakaria ha agito in fretta. Sa che non tutti lo fanno. «Ho sentito storie tragiche di genitori che, per paura o ignoranza della malattia, hanno aspettato troppo, e hanno perso i loro cari a casa per una grave disidratazione causata da vomito e diarrea. Non potevo sopportare l’idea di una sorte simile per i miei figli». I suoi tre figli si sono salvati. Sono stati dimessi dal centro di trattamento e sono guariti. Ma la storia di Zakaria racconta qualcosa di più grande di una singola famiglia. Racconta il modo in cui il colera si muove, come si propaga la paura insieme al virus, come la disinformazione può essere letale quanto la malattia stessa. Durante un’epidemia, le voci e la mancanza di conoscenza cambiano i comportamenti delle persone. Alcune famiglie resistono all’ingresso dei team di intervento nelle loro case, rifiutando le forniture essenziali e le misure preventive. Ogni ora persa è un rischio in più. Le Comore non sono un caso isolato. Fanno parte di una crisi molto più ampia. Il colera si sta diffondendo rapidamente in tutta l’Africa, alimentato dalle piogge stagionali, dalle inondazioni, dagli sfollamenti e dai movimenti transfrontalieri della popolazione. Dove colpisce, colpisce soprattutto i bambini: in Camerun l’età mediana dei pazienti è di appena dieci anni. È una malattia che non distingue, ma che sceglie sempre i più vulnerabili. E il quadro continua a peggiorare. In questi giorni il colera si sta diffondendo rapidamente anche nell’Africa occidentale e centrale: sei paesi sono colpiti da focolai in rapida espansione. In Nigeria si contano già oltre 50. 000 casi cumulativi e 338 decessi dall’inizio del 2026. Nella Repubblica Democratica del Congo oltre 30. 400 casi e quasi 700 morti. Nella Repubblica Centrafricana i bambini sotto i dieci anni rappresentano il 44% dei casi segnalati. In Ciad quasi due terzi dei contagi riguardano bambini sotto i quindici anni. «Questa epidemia non è più limitata dai confini», ha dichiarato Gilles Fagninou, Direttore regionale dell’Unicef per l’Africa occidentale e centrale. «Si sta diffondendo lungo i fiumi che scorrono in più paesi, le rotte commerciali e i flussi migratori, mettendo a rischio milioni di bambini. Ogni nuovo caso di infezione ci ricorda che a milioni di bambini viene ancora negato uno dei loro diritti più fondamentali: l’accesso all’acqua potabile. Sappiamo come fermare il colera. Ciò che serve ora è urgenza, investimenti e solidarietà regionale». Alle Comore, per rispondere all’epidemia, il Ministero della Salute ha lavorato in partnership con l’Unicef su due fronti. Il primo è la comunicazione del rischio: informare la popolazione su come ridurre la trasmissione, come proteggersi, quando cercare assistenza medica. Il secondo è l’intervento diretto nelle comunità: squadre dispiegate ogni giorno nelle tre isole principali, Ngazidja, Ndzuani e Mwali, per raggiungere oltre 1.700 famiglie, decontaminare le case, distribuire forniture essenziali. L’Unicef ha fornito materiali medici ai centri di trattamento, consentendo di curare oltre 200 pazienti nella sola Ndzuani. Il colera è una malattia del tutto prevenibile. Acqua potabile sicura, servizi igienici adeguati, igiene delle mani: sono le tre condizioni sufficienti per fermarla. Eppure nel 2026, in decine di paesi del mondo, quelle tre condizioni non esistono ancora. L’Unicef chiede con urgenza 15 milioni di dollari per potenziare gli interventi salvavita contro il colera in tutta l’Africa occidentale e centrale nei prossimi sei mesi. Non per costruire qualcosa di straordinario. Per garantire quello che dovrebbe essere ordinario: acqua pulita, sapone, un sistema sanitario che risponda quando arriva la barca sbagliata dal porto sbagliato. I figli di Zakaria stanno bene. Sono tornati a casa. Ma là fuori, in questo momento, ci sono altri bambini che non hanno avuto un padre che ha chiamato subito i soccorsi. Bambini che aspettano in una casa senza acqua sicura, in un villaggio senza un centro di trattamento raggiungibile, in un paese dove la prossima pioggia potrebbe portare con sé un nuovo focolaio. Il colera si ferma. Ma bisogna scegliere di fermarlo.
*portavoce Unicef Italia
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