L’alluvione in Nepal: «Qui non è rimasto niente, ma siamo ancora vivi e insieme»
La tragedia nelle parole di una famiglia di Bhaise: «In alto nuvole di polvere, in basso l’acqua che trascinava via tutto»
Sonika Nagarkoti ha tredici anni. Il 26 agosto stava accudendo i fratelli più piccoli a Bhaise, nel distretto di Nuwakot, in Nepal, mentre i genitori partecipavano ai riti funebri per la scomparsa del figlio maggiore. All’improvviso, qualcuno ha bussato con foga alla porta: un’alluvione stava travolgendo la zona, bisognava fuggire immediatamente. Sua madre le ha messo in braccio Sajan, tre anni, insieme a pochi spiccioli. Sonika ha iniziato a correre lungo il pendio stringendo il fratellino al petto. Quando si è girata per un istante, la sua casa non c’era più. Ha continuato la fuga nella giungla tra le urla disperate della gente che la incitava a salire sempre più in alto. I genitori non si trovavano e il telefono squillava a vuoto.
«Non sapevo dove fossi. Non sapevo dove fossero i miei genitori». Quello che le faceva più paura non era nemmeno la furia del fiume che si inghiottiva ogni cosa, ma l’impossibilità di sentire la voce di sua madre e suo padre dall’altra parte del telefono.
Suo padre, Som Bahadur, cinquant’anni, si trovava in casa quando ha ricevuto la telefonata di avvertimento da suo fratello, impiegato in una centrale idroelettrica a Rasuwa. Avevano pochissimi minuti di margine. «Non erano passati nemmeno cinque minuti da quando avevamo riattaccato che le acque avevano raggiunto il villaggio, rasando al suolo davanti ai nostri occhi». Som è nato a Bhaise, come suo padre e suo nonno prima di lui, sei generazioni radicate sulla stessa terra. Nonostante avesse già visto diverse piene nella sua vita, nulla era paragonabile a quello a cui stava assistendo. «Guardando in alto si vedevano enormi nuvole di polvere, guardando in basso, l’acqua che trascinava via gli edifici». In una manciata di minuti sono scomparsi strade, veicoli e l’intero patrimonio accumulato da sei generazioni. La madre, Bhagawati, era andata a controllare il pollaio quando ha visto la massa d’acqua travolgere tutto. Ha fatto solo pochi passi prima di veder crollare la propria casa. È fuggita a piedi scalzi, urlando i nomi dei figli nel fragore dei crolli. Un’ora dopo si sono ritrovati tutti: il cognato aveva tratto in salvo Sajan e lo ha riconsegnato alla madre. «Me lo ha messo in grembo», racconta Bhagawati. «In un’ora ero di nuovo insieme alla mia famiglia. Piangevo, credo per il sollievo». Ora la famiglia dorme sul pavimento di una scuola situata più in alto, insieme ad altri sfollati. Indossano ancora gli stessi abiti della fuga; Sajan ha qualche graffio sui piedi ed è rimasto senza scarpe. La notte Sonika si sveglia piangendo, convinta che l’acqua stia tornando, mentre il piccolo è ancora in uno stato di shock profondo. Durante la corsa nella giungla i bambini chiedevano continuamente cibo e acqua, ma una volta al sicuro c’erano solo un po’ di riso soffiato e qualche snack a base di lenticchie. Per ore non c’è stata nemmeno acqua potabile. Sonika frequenta la settima classe, ma la scuola, come l’intero distretto di Nuwakot, è devastata. Una delle sue amiche è già partita per Kathmandu. La routine ordinaria di una ragazza di tredici anni fatta di lezioni, amicizie e certezze domestiche è svanita all’improvviso. Le alluvioni del 26 agosto hanno colpito circa 65.000 persone nei distretti di Rasuwa, Nuwakot, Dhading, Gorkha e Tanahun, tra cui 22.100 bambini. Almeno 19 scuole sono state distrutte o danneggiate, 2.600 bambini sotto i cinque anni necessitano di cure urgenti per malnutrizione grave e sei centri sanitari sono fuori uso. I danni a strade e ponti isolano intere comunità. L’Unicef sta collaborando con il governo nepalese per distribuire kit igienici, acqua potabile, supporto nutrizionale, psicologico e scolastico, lanciando un appello urgente per raccogliere 17,2 milioni di dollari necessari alla risposta immediata. Som Bahadur guarda al futuro senza riuscire a decifrarlo: «La proprietà dei miei antenati, tutto quello che avevo costruito: è andato tutto distrutto». Poi si ferma e aggiunge: «Ma la mia famiglia è al sicuro. Di questo, almeno, sono felice». Bhagawati, invece, non sa rispondere alla domanda più urgente: dove andate adesso? «Non possiamo tornare, non è rimasto nulla. Dove andiamo? Cosa facciamo?». È il dilemma che angoscia migliaia di sfollati in Nepal. Sonika, dopo aver messo in salvo il fratellino correndo nella giungla, ora aspetta solo che qualcuno dia una risposta a quella domanda.
* portavoce nazionale dell’Unicef
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