L’ex magistrato Giuseppe Tibis: «Ho indagato su quei delitti. Il Mostro di Modena non esiste»
L’ex pm sulla riapertura delle indagini: «Ben venga, quei casi sono una ferita aperta. Non fu mai trovato un vero collegamento le modalità sono completamente diverse»
MODENA Tra il 1985 e il 1995 una scia di sangue ha sconvolto Modena: otto donne uccise, un’ombra, nessun colpevole. Oggi che le nuove tecnologie riaprono il fascicolo, viene spontaneo fare il punto sui possibili sviluppi dell’indagine con chi, all’epoca, si trovo ad indagare su quei delitti.
L'ex magistrato Giuseppe Tibis riflette per la Gazzetta di Modena sui fantasmi di quella caccia al killer: c'era davvero un unico "Mostro" o la verità è un'altra?
Dottor Tibis, è notizia di questi giorni che la Procura ha riaperto le indagini sui delitti del cosiddetto "Mostro di Modena" puntando sulle nuove tecnologie per analizzare il DNA dei vecchi reperti. Che attendibilità possono avere questi esami?
«Spero davvero che riescano a trovare qualcosa: questi delitti irrisolti sono una ferita ancora aperta per la città e la Procura. Sull’attendibilità non posso rispondere, non sono un tecnico: le strumentazioni di oggi sono infinitamente più sofisticate di quelle a cui avevamo accesso noi, ma dopo più di trent’anni anche il DNA si può deteriorare, soprattutto se i reperti non sono stati conservati perfettamente. Più che altro mi chiedo se queste nuove analisi possano davvero portare a qualcosa, considerato che manca ancora un reale filo conduttore: all’epoca non trovammo nemmeno le impronte digitali e non abbiamo mai avuto un sospettato guida su cui stringere il cerchio».
Lei si mostrò scettico verso la tesi del serial killer unico. Perché ha sempre rifiutato l'ipotesi del "Mostro”?
«Le modalità degli omicidi erano completamente diverse. Il killer seriale mantiene quasi sempre lo stesso modus operandi o lascia una firma, qui non c'era niente di simile. Solo in due casi, peraltro non seguiti da me, pareva esserci qualche similitudine: prima di parlare di un "Mostro modenese", si sarebbe dovuto fare un confronto tra Modena e le altre province per capire quanti omicidi di quel tipo ci fossero stati in quegli anni, un’analisi comparativa che però all’epoca era molto complessa da realizzare, anche per via dell’assenza di una banca dati digitale condivisa.
Inoltre, noi magistrati ci affidiamo alle competenze dei periti e agli strumenti che la tecnologia mette a disposizione in quel momento. Spesso ci sono magistrati che si innamorano della propria tesi, io ho sempre cercato di basarmi su ciò che di tangibile emergeva dalle indagini».
I casi li ha affrontati uno per uno, eppure fu tra i primi a spingere per unificare i fascicoli e introdurre l'informatica in Procura...
«Li ho affrontati singolarmente perché avvenuti in periodi e con modalità diverse. Si tenne conto delle altre indagini, ma non si trovò mai un collegamento. Ciononostante, durante un passaggio tra due Procuratori dissi ai colleghi: "Perché non unifichiamo i casi e non proviamo a inserire tutto nei computer?". Fui io a portare il primo computer alla Procura di Modena. Certo i dispositivi dell'epoca non erano capaci di fare i collegamenti della moderna intelligenza artificiale e si limitavano a dirci se il nome di un testimone compariva in più procedimenti, ma l'idea di centralizzare le informazioni mi sembrava l'unica strada logica».
C'è mai stato un momento in cui l'inchiesta si è avvicinata a una svolta? Perché fu così difficile raccogliere prove o testimonianze?
«"Avvicinata" è una parola forte. In uno dei casi avevamo dei sospetti su un uomo che aveva dato un passaggio in motorino alla vittima ed era stato l’ultimo ad averla vista. Tuttavia, l'uomo è morto poco dopo in un incidente stradale e le indagini furono chiuse per morte dell'indagato, senza aver ottenuto elementi concreti per poterlo considerare colpevole. Raccogliere prove fu difficilissimo: quasi tutti i corpi vennero ritrovati all'aperto, dove i limitati strumenti dell'epoca rendevano arduo isolare tracce. Inoltre, l'ambiente sociale era complesso: chi di notte frequentava certi contesti non voleva esporsi per non doversi giustificare con familiari o mogli, rendendo difficile trovare testimoni».
Le è mai sembrato che i media dell'epoca o l’opinione pubblica cercassero il "Mostro" a tutti i costi?
«Devo dire di sì, soprattutto sulla scia del Mostro di Firenze. Stampa e TV locali seguirono la vicenda con grande attenzione ma non si arrivò mai ai processi mediatici di oggi, anche perché mancava l'imputato da mettere sotto i riflettori. Lo scalpore nacque giustamente dal numero totale delle vittime, otto accertate. Una cifra importante di giovani vite spezzate che legittimamente destò profonda preoccupazione. Tuttavia, se distribuita dall’85 al ‘95, questa serie di delitti non indicava una scia fuori controllo rispetto all'altissimo tasso di omicidi che caratterizzava quell’epoca».
Si è detto che quegli omicidi fossero connessi anche al boom dell'eroina. Modena era più pericolosa allora?
«No, le indagini sulla droga erano del tutto separate da questi omicidi. Modena non era una città violenta: all'epoca c'erano due o tre zone circoscritte, ad esempio, per lo spaccio e la prostituzione ma il resto della città si viveva tranquillamente».
Cosa si augura ?
«Mi auguro si riesca finalmente a fare luce su questi omicidi e che l'evoluzione tecnologica permetta di chiarire ciò che all'epoca rimase irrisolto. All’epoca abbiamo fatto tutto il possibile e dato il massimo. Oggi l'obiettivo deve rimanere la ricerca della verità basandosi su elementi concreti».
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