Ad Alkashafa il pallone da calcio diventa un atto di resistenza
Il centro del Sudan accoglie bambini e ragazzi che per qualche ora si svagano: «Questi giochi sono terapeutici e li aiutano a costruire nuove relazioni»
Ogni mattina, quando i cancelli del centro di Alkashafa si aprono nel White Nile State, in Sudan, i bambini arrivano uno dopo l’altro. I più piccoli vengono accompagnati dai genitori prima che questi vadano a sbrigare le faccende della giornata. I più grandi invece camminano da soli, qualcuno tenendo per mano un fratellino più piccolo. Entro pochi minuti il cortile si riempie di voci, risate, il rumore di un pallone che rimbalza sull’erba. Hamis e Misse hanno tredici anni, vengono ogni giorno. Per loro, questo spazio è qualcosa che fino a poco tempo fa sembrava perduto per sempre, un posto dove essere bambini. Il Sudan vive da oltre tre anni una guerra che ha travolto tutto. Nei soli primi sei mesi del 2026, almeno 330 bambini sono stati uccisi o feriti in tutto il paese. Gli attacchi con droni hanno rappresentato il sessanta per cento delle vittime nello Stato del Kordofan settentrionale, colpendo bambini di età compresa tra due mesi e diciassette anni. Dall’inizio del conflitto, le Nazioni Unite hanno verificato più di 5.700 gravi violazioni contro i bambini in tutto il Sudan, con oltre 4.300 uccisi o mutilati. Sono numeri che stordiscono e che rischiano, proprio per la loro enormità, di farci dimenticare che dietro ognuno c’è un nome, una famiglia, una mattina in cui qualcuno è uscito di casa e non è più tornato. Il White Nile State, dove si trova il campo di Alkashafa, accoglie rifugiati dal Sud Sudan e famiglie sfollate da altre regioni del paese. Comunità diverse, storie diverse, ma tutte accomunate dallo stesso sradicamento dal loro contesto di origine e di vita. Il centro a misura di bambino che l’Unicef ha contribuito ad allestire in quel lungo non è poi così grande. Ma quello che offre è enorme, per chi ha perso quasi tutto. La mattina è interamente dedicata ai giochi all’aperto. C’è un’altalena, uno scivolo, bambini che si spingono a vicenda aspettando il proprio turno in modo composto. In un angolo del campo, Al Mishal, tredici anni, guida la squadra rossa in una partita di calcio. Butros, quattordici, è invece il capitano della squadra blu. Rebecca, operatrice sociale originaria del Sud Sudan e formata dall’Unicef, osserva la partita da bordo campo. Ha distribuito lei le maglie e i palloni, tutto materiale arrivato con il kit ricreativo dell’Unicef. «Il gioco è molto importante qui - dice - Ai bambini piace giocare, ma quello che non capiscono è che questi giochi sono terapeutici e li aiutano a costruire nuove relazioni tra di loro». La parola terapeutico può sembrare tecnica e distante, ma basta guardare Misse dopo una partita di calcio per capire cosa significa concretamente e nei fatti. C’è qualcosa nel suo viso che dice: per un’ora, ho smesso di avere paura. Nel pomeriggio, poi, il centro si trasforma in un’aula. Il programma di apprendimento alternativo, ALP, offre sessioni di recupero scolastico per i bambini che il conflitto ha strappato dalle classi e dalla scuola. Più di centocinquanta bambini frequentano il centro ogni giorno, la maggior parte dei quali non frequenta alcun istituto scolastico o formativo. Al centro in compenso disegnano, colorano, cantano, imparano. E accedono a un supporto psicosociale che non avrebbero altrimenti in alcun altro modo al di fuori di questi spazi comunitari. Il centro fa infatti parte del programma Prospects, finanziato dal governo dei Paesi Bassi e implementato dall’Unicef insieme all’Organizzazione Internazionale del Lavoro e all’Unhcr. Oltre agli spazi a misura di bambino, il programma lavora alla riabilitazione delle scuole, alla formazione degli insegnanti, all’espansione dell’accesso all’istruzione per i bambini rifugiati e sfollati negli Stati di Kassala e del White Nile. Per quelli più grandi, Prospects sostiene anche la formazione tecnica e professionale, gli apprendistati, i programmi di coinvolgimento giovanile, perché il futuro non si costruisce solo con i giochi, ma anche con le competenze e imparare a fare può essere una strada utile nel costruire un futuro solido. I bambini qui non accedono solo a istruzione e svago. Il centro offre anche altri servizi essenziali ma per nulla banali: registrazione anagrafica per i neonati e per chi ha perso i documenti durante la fuga, e supporto per il ricongiungimento delle famiglie separate. Sono servizi che in tempo di pace sembrano ordinari. In tempo di guerra diventano la differenza tra esistere e essere riconosciuti. Catherine Russell, Direttrice generale dell’Unicef, ha detto poche settimane fa qualcosa che continua a tornarmi in mente: «Vent’anni fa, il mondo si è unito nell’indignazione per le sofferenze dei bambini nel Darfur. Oggi, una nuova generazione di bambini sta vivendo violenze orribili, fame e terrore». Il conflitto attuale in Sudan è, per portata e complessità, anche peggiore di quello che aveva indignato il mondo nel 2005. Eppure l’attenzione internazionale è molto più contenuta. I fondi scarseggiano. L’accesso umanitario è ostacolato. E i bambini continuano a pagare il prezzo più alto. Ad Alkashafa, ogni mattina i cancelli si aprono e i bambini arrivano. Hamis e Misse arrivano, si mettono in fila per l’altalena, corrono dietro a un pallone, colorano un foglio bianco. Per qualche ora smettono di essere profughi, sfollati, vittime di una guerra che non hanno scelto. Tornano a essere quello che sono: soltanto e semplicemente dei bambini. È poco, rispetto a quello di cui avrebbero davvero bisogno. È moltissimo, rispetto a quello che avevano ieri.
*portavoce Unicef Italia
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