Gennaro Esposito muore a 50 anni per una malattia rarissima: «Era di una bontà unica»
Lo strazio della compagna: «Pensava sempre agli altri. Un giorno ha iniziato a sentirsi in affanno, poi la diagnosi: era sindrome di Sjögren»
PAVULLO. Ha lottato fino all’ultimo, pensando nonostante tutto di potercela fare. Non è stato così purtroppo, e se n’è andato a soli 50 anni. La comunità di Pavullo, e non solo, è scossa dalla scomparsa di Gennaro Esposito, figura molto conosciuta in paese per gli anni all’Eurospin, dove era diventato vice responsabile. Ora lavorava alla Sada Cavi di Fiorano, dove anche qui si era fatto volere bene e dove aveva progetti per il futuro: a ottobre voleva prendere la Cqc per poter effettuare il trasporto professionale delle merci su camion. Puntavano tanto su di lui.
La morte
Tutto si è interrotto domenica, 20 settembre, quando il suo cuore ha ceduto. Ultimo degli organi segnati dal progressivo avanzare di una malattia rarissima. Folla e tanta commozione martedì all’ultimo saluto nella chiesa di San Bartolomeo. Poi la salma è stata condotta dalle onoranze Verucchi in cremazione. Lascia la compagna Lena Oligo, Oss dell’ospedale di Pavullo, il papà e la mamma straziati con fratelli, sorelle e nipoti. E in tanti il ricordo di «un uomo buono e sempre attento agli altri» come sottolinea Lena nel raccontare il loro calvario. Con una convinzione: «Se gli fosse stata diagnosticata prima la malattia, sarebbe sicuramente ancora tra noi».
Com’è iniziato tutto?
«Circa cinque anni fa. Ha iniziato a sentirsi in affanno, gli si gonfiavano le mani e i piedi. Abbiamo fatto accertamenti e la prima diagnosi è stata un fulmine a ciel sereno: al Policlinico ci hanno detto che era la sindrome di Sjögren, una malattia autoimmune cronica. Lui però non si è abbattuto: era fiducioso di farcela con le nuove terapie. Siamo stati in cura al Policlinico, e la situazione è migliorata, tanto che conduceva una vita normale».
Quando è peggiorato?
«All’inizio di quest’estate. A fine luglio gli hanno fatto una Tac da cui è emerso chiaro un peggioramento del quadro organi. Gli avevano prescritto anche una biopsia al polmone, fissata però al 10 settembre. Se avesse fatto prima quell’esame, avremmo capito tutto intervenendo per tempo».
E invece?
«In attesa di quell’esame, con tutta la voglia di vita che aveva, Gennaro ha continuato a essere positivo, e a fine agosto siamo andati al mare a Cesenatico. Qui la situazione è precipitata: si sentiva malissimo, non aveva forze. Tanto che il 25 agosto siamo andati al Pronto soccorso di Cesena: gli hanno fatto tutti gli esami e ci hanno detto che la situazione era grave, che andava ricoverato. Il 26 agosto siamo andati al Pronto soccorso del Policlinico di Modena, ed è stato un dramma: gli hanno assegnato un codice blu e lo hanno fatto attendere 9 ore, nonostante avesse la pressione minima a 129 e la massima a 200. Mi sono arrabbiata: ho detto che dovevano visitarlo, perché stava male. Sono venuti, lo hanno visitato e ricoverato subito in Nefrologia (ringrazio ancora le dottoresse Facchini e Ascione e tutto lo staff per l’attenzione e l’umanità dimostrate) perché aveva una grave insufficienza renale. Hanno fatto finalmente una biopsia, a un rene, e hanno scoperto che in realtà non soffriva solo della sindrome di Sjögren, ma di una malattia più ampia: la sclerodermia sistemica, rara malattia autoimmune che porta ad atrofizzare uno dopo l’altro gli organi vitali. Di solito colpisce le donne: ci hanno detto che in 40 anni, non avevamo mai visto un uomo colpito. È capitato a lui. Se avessimo fatto prima quella biopsia, sarebbe emerso. E avremmo iniziato per tempo la terapia».
E invece?
«La malattia gli aveva già preso, dopo i polmoni, intestino, stomaco e reni. In tre settimane di ospedale ha perso 22 chili. Non riusciva più a mangiare nulla. Ma continuava a sorridermi. Il 19 settembre era il suo onomastico, San Gennaro. I dottori ci hanno detto che poteva dare qualche leccata a un dolcino. Gliel’ho portato, e lui era felice di poterne sentire lo stesso il gusto così, anche senza poterlo mangiare. È stato attaccato alle cose belle della vita fino all’ultimo. Il giorno dopo, la domenica, anche il suo grande cuore ha ceduto».
Che uomo era?
«Di una bontà infinita, me ne sono accorta subito quando l’ho conosciuto all’Eurospin. Abbiamo fatto amicizia subito, essendo entrambi originari di Napoli. Ci siamo messi insieme: sono stati i sei anni più belli della mia vita. Lui si prendeva cura di mio figlio e mia figlia come se fossero i suoi. Mia figlia sta mettendo su casa: venerdì l’idraulico lo ha chiamato, non sapendo che era in ospedale, e lui con un filo di voce gli ha raccomandato: “Falle un bel lavoro, eh?”. Quando andavamo a fare la spesa al sabato, di solito all’Esselunga di Sassuolo dove aveva lavorato prima, lui prendeva sempre 10 euro da dare in beneficenza: ai mendicanti all’ingresso, per le varie raccolte fondi... Tutti i sabati. Martedì al funerale mi sono vista arrivare diversi extracomunitari in lacrime, ringraziando per quello che aveva fatto per loro. Un collega di lavoro a Fiorano, Luca, mi ha detto che quando arriverà il camion, ci metteranno la sua foto. E tanti altri ex colleghi mi hanno detto che era straordinario. Ma lo sapevo. Un inverno di tre anni fa, mentre saliva col buio sull’Estense, ha visto un ragazzo fermo con l’auto, in crisi. È stato con lui dalle 18 fino alle 2 di notte, finché non sono venuti a prenderlo dei famigliari. Non l’aveva mai visto. Ecco, Gennaro era questo».
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