Il ritorno a Modena di Francesca Albanese: «Qui vengo sempre accolta con gioia. Mezzetti assente? Non mi interessa»
La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati ospite al Dig Festival
MODENA. Tre appuntamenti più uno a Modena per Francesca Albanese, ospite al Dig festival di quest’anno: la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati ha presentato un graphic novel che raccoglie le testimonianze dei crimini subiti dai palestinesi sulla loro pelle, ha partecipato a un talk con il giornalista d’inchiesta di Report Giorgio Mottola, è passata a farsi “abbracciare” dalla cittadinanza modenese che le ha manifestato solidarietà per il suo operato, è rimasta in sala per la proiezione del documentario “Naza” rispondendo successivamente ad alcune domande del pubblico. All’inizio del primo evento si è toccato il tema dei rapporti tra Albanese e l’amministrazione comunale: «Non ho interesse a manifestazioni come quelle dell’anno scorso, quando erano tutti contenti di toccare il santo in processione. In Emilia-Romagna io mi sento sempre accolta dall'effetto di tanti. È la decima volta che vengo e conosco di persona tanti modenesi, nel senso che cammino per strada e c'è gente che mi abbraccia, che mi saluta; quest’anno anche più dell'anno scorso. Forse qualcuno si aspetta che io parli di un’accoglienza fredda perché non c'è stato il sindaco a stendermi il tappeto rosso, ma no, non mi cambia molto». La relatrice speciale ha poi presentato in anteprima ventitré tavole del libro che uscirà per Round Robin editrice nel 2027. Il volume è stato intitolato “Falasteen”, che significa “Palestina” in arabo. Ideato e curato da Albanese, il progetto prende forma grazie alle illustrazioni di sei fumettisti, alcuni dei quali di origine palestinese, libanese, egiziana: Federica Ferraro, Lina Ghaibeh, Deena Mohamed, Gina Nakhle Koller, Luca Ralli e Mohammad Sabaaneh; la sceneggiatura è invece curata da Emanuele Bissattini, con il contributo di Joe Sacco, pioniere del graphic journalism. «Ho sentimenti ambivalenti – esordisce Albanese – Sono emozionata e triste, perché sono tre anni che lavoriamo per raccontare il genocidio in corso. Ora questo progetto può portare alla luce storie vere di palestinesi». Il graphic novel copre il periodo che va dalla Nakba del 1948 all’occupazione, fino al 7 ottobre 2023 e alla devastazione di Gaza, attraverso un intreccio di testimonianze individuali, ma affidando alla relatrice speciale delle Nazioni Unite il ruolo di voce narrante. «Per me questo è un evento particolare perché esula dalla documentazione diretta e dalla scrittura di libri e inchieste a cui sono abituata – spiega Albanese a proposito della genesi e del processo di elaborazione del volume – L'idea è nata quando ero in Palestina e si è evoluta in una raccolta di punti di vista diretti sulle atrocità perpetrate da Israele nel corso del genocidio». Alle 18 è stata la volta del talk incentrato sulla necropolitica, concetto elaborato da Achille Mbembe, il quale, nel suo saggio sull’argomento, lo definisce come “l’idea che l’espressione ultima della sovranità consista, in larga misura, nel potere e nella capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire”. «Questo genocidio viene da lontano, è di matrice coloniale. Ma oggi si appoggia anche sulla complicità degli enti privati e degli stati. In questi anni ho scoperto che Israele non avrebbe mai potuto mantenere l'occupazione militare in Palestina senza l'intervento e il supporto degli enti privati. Ha utilizzato l'industria militare, oltre a macchine, ruspe, camion; tutto ciò che è servito per distruggere le case dei palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, per portare via le macerie. Ha utilizzato le armi per poter avanzare e le celle per contenere i palestinesi, non farli uscire nelle vie, non farli tornare alle zone dalle quali erano stati scacciati. Quindi servivano cancelli, muri, sistemi di sorveglianza per controllare il popolo più sorvegliato al mondo. Dopo la cacciata sono arrivati i coloni, che hanno iniziato a costruire baracche, poi le case, villaggi, città. Anche questo richiede imprese. Ecco il necrocapitalismo».
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