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Ai confini del mondo

Guerra in Sudan, la forza del giovane Omer e la mano che impara a scrivere

di Andrea Iacomini*

	Il giovane Omer
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Il giovane Omer

Un pezzo di metallo scambiato per un gioco, ma era un ordigno: così la guerra è riuscita a colpire il ragazzino a chilometri dal fronte

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KHARTOUM (SUDAN). C’è una falsa illusione che accompagna la fuga da una guerra: l’idea che lasciarsi alle spalle la linea del fronte coincida esattamente con il momento in cui si torna a essere al sicuro. Najeh Abdul-Hai questa illusione l’ha vista sgretolarsi nel modo più atroce, dentro la sua casa di Omdurman, a pochissimi chilometri dal centro di Khartoum, in Sudan. Per ventotto lunghi giorni lei e i suoi figli avevano affrontato un cammino estenuante, fatto perlopiù a piedi, fuggendo dagli uomini armati che ad Al Nahud, nel Kordofan occidentale, avevano fatto irruzione nella loro abitazione uccidendo il nonno di Omer davanti agli occhi di quel bambino di soli dieci anni. Ventotto giorni di polvere, fatica e terrore pur di raggiungere un luogo dove le armi avessero finalmente smesso di sparare. Ma la guerra ha una memoria lunga e perversa. Non scompare quando gli eserciti si allontanano, resta ferma a terra, mimetizzata tra le macerie e la vita che prova a ripartire. A Omdurman il piccolo Omer pensava di aver ritrovato il suo diritto all’infanzia. Insieme ai suoi fratelli e ai nuovi compagni di quartiere inventava giochi quotidiani con quello che la strada offriva: pietre, bottiglie vuote, pezzi di plastica. Con la riapertura delle scuole era persino tornato sui banchi, conquistando subito il primo posto della classe per il suo impegno e la sua determinazione. Poi, un pomeriggio come tanti, tra la polvere di un vicolo, Omer ha notato un piccolo pezzo di metallo. Un frammento strano, diverso dai soliti scarti, rimasto lì dopo i vecchi combattimenti. Lo ha raccolto senza immaginarne la natura, lo ha portato a casa e, la sera tardi, spinto da un’innocente curiosità, lo ha preso di nuovo tra le mani mentre il resto della famiglia dormiva. «Il rumore è stato terrificante. Pensavo che la casa fosse stata bombardata». Najeh ricorda così l’impatto dell’esplosione che ha spezzato il silenzio della notte e cancellato in un secondo ogni illusione di pace. Risvegliata di soprassalto, ha trovato suo figlio sommerso dal sangue e con la mano gravemente devastata. «Quando ho raggiunto mio figlio, stava perdendo molto sangue: la sua mano era gravemente ferita». La corsa disperata verso l’ospedale più vicino e i tentativi dei medici di salvare ciò che restava delle dita hanno segnato l’inizio di un secondo calvario. La guerra li aveva raggiunti di nuovo, nascosta nel corpo inerte di un residuo bellico che attendeva soltanto di essere toccato. In Sudan le conseguenze di oltre tre anni di devastante conflitto continuano a colpire i minorenni con una violenza inaudita. Soltanto nei primi sei mesi dell’anno, secondo le notizie, almeno 330 bambini e bambine sono stati uccisi o feriti dalle ostilità. A questa minaccia quotidiana si aggiunge la distruzione sistematica delle infrastrutture civili e dei luoghi dell’infanzia: poco tempo fa, nella località di Shikan, sempre nel Kordofan Settentrionale, gli attacchi condotti con i droni contro due magazzini hanno incenerito oltre 330.000 materiali didattici, tra cui circa 292. 000 libri di testo scolastici e 40. 000 volumi di ripasso pronti per la distribuzione. Un colpo durissimo alla possibilità di garantire l’istruzione a migliaia di giovani che avevano già perso anni di scuola a causa della violenza. Di fronte a un panorama così drammatico, noi dell’Unicef lavoriamo senza sosta sul campo insieme al National Mine Action Centre e ai partner internazionali per garantire protezione e speranza. L’intervento si sviluppa su più fronti: dal supporto psicosociale per aiutare le famiglie a superare il trauma alle cure mediche dirette, passando per la gestione dei casi clinici e l’assistenza continua alle vittime durante la riabilitazione. Risulta decisiva anche l’azione delle squadre dedicate all’educazione sui rischi legati agli ordigni esplosivi, che diffondono capillarmente tra le comunità messaggi di prevenzione in grado di salvare vite umane. Oggi Omer continua il suo percorso di recupero, supportato costantemente dagli operatori sul campo. L’esplosione ha lasciato segni profondi anche nella mente dei suoi familiari, spaventati persino all’idea di varcare la soglia di casa, ma il tenace percorso del bambino rappresenta una spinta per tutti. Senza mai perdersi d’animo, Omer si esercita ogni giorno a studiare e a scrivere con la mano sinistra, chiedendo i compiti ai compagni di classe per non rimanere indietro nel programma scolastico. «Siamo scappati dalla guerra per proteggere i nostri figli. La guerra ci ha seguito fin qui, attraverso questi ordigni pericolosi», riflette Najeh. Eppure Omer guarda avanti con la forza dei suoi anni e con tre desideri chiarissimi in testa: riprendere del tutto le lezioni, tornare a correre dietro a un pallone da calcio con i suoi amici e riuscire a muovere di nuovo la mano destra senza sentire dolore.

*portavoce Unicef Italia

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