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Dal Cimone scende l’ultimo pastore: «Grazie, qui ho trovato la pace»

di Daniele Montanari
Dal Cimone scende l’ultimo pastore: «Grazie, qui ho trovato la pace»

Con Salvatore Contarino e famiglia rivive l’antico “rito” della transumanza

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SESTOLA. Parlare di pecore, pascolo in montagna, lunghe giornate e notti in solitudine a vigilare sul gregge, nell’epoca della iperconnessione e del web 3.0 può sembrare anacronistico. E invece succede ancora: ci sono ancora famiglie di pastori nel 2026, che portano avanti il mestiere con gli stessi sacrifici di una volta. E che a estate finita salutano con gratitudine il territorio, dando l’arrivederci al prossimo anno.

L’alpeggio

Succede in questi giorni tra Sestola e il Cimone. La famiglia Contarino – formata dal pastore Salvatore, suo fratello Alfredo, la moglie di questi Lucia e le loro due bimbe – arrivata dal Mantovano a fine maggio è scesa dai piedi della montagna con tutti i loro capi riproponendo il “rito” della transumanza. Il loro immenso gregge formato da 530 pecore con l’arrivo dei primi freddi autunnali a poco a poco è venuto giù da Passo del Lupo, dove per quasi quattro mesi è rimasto in alpeggio, per sostare una decina di giorni nei campi tra Roncoscaglia e Poggioraso. Poi le pecore verranno caricate sui camion per il ritorno a casa. Hanno vissuto un’estate magnifica, in cui si sono godute il fresco del Cimone di fronte a temperature altrove decisamente elevate. E mangiando l’erba, hanno significativamente contribuito alla pulizia dei campi in quota. L’esperienza si è chiusa, ma il loro è già un arrivederci al prossimo anno.

Il pastore

«La prossima estate torneremo di sicuro – sottolinea Salvatore Contarino – perché ci siamo trovati molto bene. Grazie al sindaco Fabio Magnani, e alle persone che in questi giorni mentre scendevamo a valle, tra Roncoscaglia e Poggioraso, ci hanno dato i pascoli dicendosi contente di avere le pecore qui. Sono brava gente, abbiamo trovato degli amici. Il prossimo anno saremo ancora qui: il Cimone è un posto bellissimo, e la sua gente non è da meno. La prossima estate vorremmo anche fare assaggiare i nostri formaggi e le ricottine fatte sul momento: secondo noi sono speciali».

Ma cosa spinge a fare ancora pastorizia oggi? «Questo è un mestiere molto duro: ci vuole tanta pazienza, determinazione e consapevolezza – nota Salvatore – ci sono i bei giorni di sole ma anche quelli tra acqua, vento e freddo. E non esistono i festivi. Ma è sempre stato così, dall’alba dei tempi. Noi manteniamo una tradizione che sta scomparendo. E viviamo la pace che solo questo mestiere può dare». 

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