«C’era un “sistema Cati”. Se ti ribellavi, pagavi»
La testimonianza dell’ufficiale che denunciò il caso in Accademia
MODENA. «Se qualcuno si ribellava al sistema, il sistema sapeva come rifarsi su di lui». Ha confermato l’inquietante esistenza di un “sistema Cati” il testimone chiave del processo al tenente colonnello Giampaolo Cati, ex responsabile del Centro ippico militare (Cim) dell’Accademia. È accusato di molestie persecutorie, violenza privata e abuso d’autorità. A denunciarlo, 11 militari, tra soldati e soldatesse (non cadetti) , di cui 9 ammessi come parte civile, tramite l’avvocato Massimiliano Strampelli di Roma.
Il legale ieri ha chiamato come primo testimone di parte civile il tenente colonnello Giuseppe Manzi, che dal 29 ottobre 2021 al 21 settembre 2022 ricoprì il ruolo di comandante di corpo in Accademia. Era il superiore di Cati, e fu decisivo nel fare esplodere il caso raccogliendo le testimonianze di ragazze e ragazzi. L’unico che, secondo quanti ricostruito, ebbe il coraggio di “scoperchiare la pentola”.
Il cambiamento
Manzi, che oggi è impegnato nell’International Gaza Support Center per garantire l’arrivo degli aiuti umanitari a Gaza, arrivò a Modena da un incarico Nato in Olanda. «Il mio predecessore mi disse che non c’era bisogno che mi occupassi del Cim – ha detto – perché decideva tutto Cati. Io dovevo solo firmare le licenze e gli altri documenti. Questa cosa anziché tranquillizzarmi, mi preoccupò. Il 28 ottobre andai in visita al Cim: restai ancor più perplesso quando il mio predecessore disse al personale: “È la seconda volta che vi vedo”. Non veniva mai. Io invece ci tornai il 15 novembre: Cati in privato mi disse: “Io qui sono anzianissimo: sarebbe bene che mi avvisassi prima di venire”. Ma quella realtà dipendeva da me: io potevo entrare liberamente. Anzi, dovevo farlo se volevo adempiere ai miei obblighi di controllo e di polizia giudiziaria. Ed è ciò che ho fatto: un comandante non può non occuparsi dei suoi uomini».
Invece di chiuderla, come faceva il suo predecessore, Manzi da subito lasciò aperta la porta del suo ufficio. E questo fece nascere tra i soldati al Cim la speranza che qualcosa potesse cambiare: «Chiese di parlarmi il comandante della squadra palafrenieri, e mi descrisse un quadro di grande sofferenza al Cim, tra mancato rispetto degli orari e delle persone. Gli dissi che come era stato per lui, la porta era aperta anche per gli altri soldati. “Non verranno da lei – mi rispose – perché di noi non si è mai occupato nessuno”».
L’indagine
Manzi decise di fare con loro colloqui di sera: «Venne un soldato che voleva fare il carabiniere. Un ragazzone più grosso di me: rimasi impressionato nel vederlo tremolante. Mi disse che Cati lo derideva quando veniva in visita il comandante provinciale dei carabinieri, e che per due volte aveva fallito il concorso. Quando Cati fu rimosso, lo superò».
«Approfondendo i fatti, venni a sapere della domanda di trasferimento fatta dalla tenente colonnello che era ufficiale veterinario al Cim. La contattai e mi disse: “Ma tu sei proprio sicuro di volerti infilare in questo casino? Domandati perché prima di te non l’ha fatto nessuno”. Le risposi: “Io ho giurato fedeltà alla Repubblica, non agli uomini”».
Manzi sentì tutti, apprendendo anche delle offese sessiste alle ragazze. Fu un’esperienza sofferta anche per lui: «C’era gente in lacrime. Sono stati i 50 giorni peggiori della mia vita professionale (Cati fu trasferito il 21 dicembre, ndr) , che continuo a pagare ancora adesso. Parlai con il capo di Stato maggiore: mi disse che c’erano già state segnalazioni su Cati in passato, ma non ritenute tali da intervenire. Lo salutai dicendogli: “Avrei voluto vedere se ci fosse stata sua figlia tra quelle ragazze”. Successivamente mi parlò in un altro modo. Venni a sapere che già nel 2013-2016 venne fatta da uno psicologo “un’indagine di clima” da cui emerse che il Cim era un ambiente non sano. Ma non fu mai messa agli atti ufficiali in Accademia».
La testimonianza
«Cati non permetteva una vita normale. C’erano ragazze e ragazzi che non facevano colazione per essere al Cim quando voleva lui. Ma un militare non può rifiutarsi di mangiare: è condizione psicofisica necessario per adempiere ai doveri. C’era un ufficiale veterinario che faceva sempre straordinario dalle 6 alle 8, gli chiesi perché così presto. Mi rispose che non poteva farlo al pomeriggio, perché sarebbe andato in crisi a casa. Chi aveva famiglia e voleva restare a Modena, non aveva interesse ad andare contro il sistema».
Dopo aver fatto segnalazione, Manzi ricevette ordine di non andare più al Cim. Nel settembre 2022 concluse la sua esperienza a Modena in anticipo sulla scadenza prevista.
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