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Nikola torna in Serbia per votare per la prima volta: «Vi racconta la vittoria degli studenti»

Nikola torna in Serbia per votare per la prima volta: «Vi racconta la vittoria degli studenti»

Dopo due anni di proteste e mobilitazioni, il voto apre per il Paese un futuro diverso: «Una notte di speranza a Belgrado, il domani è nelle mani dei giovani»

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MODENA. Sono venuto a Belgrado per partecipare per la prima volta al voto come cittadino serbo, raggiungendo la città dall’Austria, dove frequento un master in Southeast European Studies. Belgrado rappresenta per me una seconda casa: qui affondano parte delle mie radici italo-serbe e, in questi due anni di proteste e mobilitazione studentesca, ho sentito anch’io il richiamo alla partecipazione, pur facendo parte della diaspora.

Un risultato incerto e il timore di irregolarità

L’esito del voto è stato una sorpresa per molti. Fino alla chiusura dei seggi, alle 20 di domenica, nessuno sapeva con certezza quale sarebbe stato il risultato. La società serba, pur essendosi stretta attorno alla speranza incarnata dagli studenti, culminata nella presentazione della lista Studenti Pobeduju («Gli studenti vincono»), era consapevole che l’apparato di potere di Aleksandar Vucic avrebbe potuto utilizzare tutti gli strumenti a propria disposizione per compromettere la correttezza della competizione elettorale.

I dubbi e le voci erano numerosi. La massiccia presenza delle forze speciali di polizia nei pressi dei principali edifici istituzionali alimentava la tensione e presupponeva al peggio. Parallelamente, si susseguivano segnalazioni di intimidazioni e presunti tentativi di brogli in diverse zone del Paese. La lista studentesca e le reti di informazione indipendenti hanno cercato di rispondere attraverso una mobilitazione capillare, affidandosi ai propri canali e al passaparola per informare i cittadini e segnalare possibili irregolarità.

Le segnalazioni e il clima di sospetto

Tra le segnalazioni circolate durante la giornata elettorale, una riguardava il presunto tentativo, attribuito a sostenitori del Partito progressista serbo (Sns), di contaminare le impronte digitali degli elettori mediante uno spray applicato sulle maniglie delle porte delle abitazioni. I canali studenteschi hanno quindi invitato i cittadini, a titolo precauzionale, a utilizzare la mano sinistra per aprire e chiudere le porte. Si tratta di segnalazioni la cui attendibilità deve essere verificata, ma che restituiscono il clima di sospetto e apprensione nel quale si è svolto il voto.

Il cambiamento comincia dalla famiglia

Quando mi sono recato al mio seggio elettorale, le procedure a cui ho assistito si sono svolte regolarmente. Dopo sono tornato a casa dei miei nonni per pranzare. Mi hanno raccontato di aver ricevuto una telefonata da parte dell’Sns in relazione al voto. Ho parlato con loro della situazione politica, cercando di spiegare perché ritenessi necessario un cambiamento. Mi è sembrato, inizialmente, che fossero ormai abituati all’idea che nulla potesse cambiare. Alla fine, con rammarico, ho accettato la loro posizione.

Quando sono tornati dal seggio, però, mi hanno raccontato di aver deciso di dividersi: un voto per la lista di Vucic e uno per la lista studentesca, contrassegnata dal numero 3. È stato un momento significativo. Al di là del risultato, ho capito che persino all’interno della mia famiglia, dove il cambiamento sembrava inizialmente impossibile, qualcosa si stava muovendo. Ho iniziato a percepire concretamente la possibilità di una trasformazione politica e generazionale.

L’attesa e la speranza di una svolta

Ho quindi atteso la chiusura dei seggi e i primi risultati, attraversato da un misto di tensione, confusione e speranza. Di una cosa ero convinto: se gli studenti avessero vinto, la Serbia sarebbe scesa in strada per festeggiare. Per molti, quella vittoria avrebbe significato la possibilità di immaginare finalmente un futuro diverso nel proprio Paese.

La sconfitta di Vucic e la festa nelle strade

Quando Vucic ha riconosciuto la sconfitta, dal mio balcone ho iniziato a sentire le prime grida di incredulità. Le persone hanno cominciato a radunarsi nelle strade, faticando a credere al risultato. Molti si aspettavano uno scontro durissimo, forse persino una nuova rivoluzione dei bulldozer, come quella che nel 2000 portò alla caduta di Slobodan Miloševic. Questa volta, invece, la mobilitazione pacifica e continuativa degli studenti sembrava aver prodotto i suoi frutti.

Secondo i risultati diffusi nella notte, la lista «Studenti Pobeduju» avrebbe ottenuto il 52,9% dei voti, contro il 38,8% dell’Sns. Se confermato dai dati ufficiali, sarebbe un risultato di portata storica. La festa è esplosa nelle strade della capitale. Si è passati da «Studenti Pobeduju», gli studenti vincono, a «Studenti Pobedili», gli studenti hanno vinto.

Piazza Slavija, simbolo di una nuova speranza

Il principale punto di ritrovo è stata piazza Slavija, uno dei luoghi simbolo delle grandi manifestazioni degli ultimi due anni. Sono scesi in strada tutti: giovani, anziani e, soprattutto, studenti. La commozione era palpabile.

Tra le frasi che ho sentito ripetere più spesso c’erano «Non ci posso credere, siamo liberi» e «Non dobbiamo più scappare, possiamo rimanere in Serbia». Parole che raccontano una dimensione della protesta che va oltre il risultato elettorale: la possibilità, per una generazione cresciuta nell’incertezza e nella sfiducia verso le istituzioni, di immaginare un futuro nel proprio Paese anziché cercarlo altrove.

La festa si è svolta in un clima prevalentemente pacifico. La polizia ha abbassato gli scudi e, almeno per quanto ho potuto osservare, il rapporto tra agenti e manifestanti è apparso diverso da quello a cui la città si era abituata durante i mesi precedenti.

La lezione serba per l’Italia e l’Europa

Per l’Italia e per il resto d’Europa, l’esperienza serba offre una riflessione importante sul ruolo delle nuove generazioni nella vita democratica. La generazione Z, spesso descritta come disinteressata alla politica o incapace di incidere sui processi decisionali, ha dimostrato di poter costruire reti di mobilitazione, organizzare una partecipazione collettiva e riportare al centro del dibattito questioni fondamentali come la responsabilità delle istituzioni e lo Stato di diritto.

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