Attivista modenese 26enne bloccato in Cisgiordania, il padre: «Ore di apprensione»
Fa parte del gruppo International Solidarity Movement, insieme ad altri 13 volontari, tra cui quattro italiani. La Farnesina, che non ha reso nota l’identità degli italiani coinvolti, ha chiesto l’immediata liberazione dei connazionali
C’è anche uno studente 26enne modenese tra i 14 attivisti internazionali dell’associazione International Solidarity Movement solidali con la popolazione palestinese, provenienti da Italia, Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Germania, Irlanda e Svezia, rischiano l’espulsione dopo essere stati fermati dalle forze di occupazione israeliane mentre accompagnavano alcuni agricoltori palestinesi durante la raccolta delle olive ad al-Lubban al-Gharbi, a nord-ovest di Ramallah. Il volontario modenese, insieme agli altri attivisti, è stato fermati all’interno di un’abitazione del villaggio, lontano dagli uliveti, e successivamente trasferiti alla stazione di polizia israeliana presso il checkpoint di Ni’ilin. Sono stati interrogati con l’accusa di aver violato un ordine del comandante militare, entrando in una zona militare chiusa. La Farnesina, che non ha reso nota l’identità degli italiani coinvolti, ha chiesto l’immediata liberazione dei connazionali. Intanto, l’Ambasciata italiana a Tel Aviv e il Consolato Generale a Gerusalemme sono al lavoro per fare luce sulle circostanze del fermo e assicurare loro assistenza consolare. Resta alta la preoccupazione tra i familiari del giovane modenese. I volontari, in una nota, spiegano che oggi – 30 ottobre - dovranno comparire a un’udienza per la revoca del visto, che potrebbe concludersi con la loro espulsione. L’udienza è fissata alle ore 11 negli uffici di Yahalom. «Le forze di occupazione israeliane – si legge nella nota del gruppo di attivisti - hanno fermato anche il sindaco di al-Lubban al-Gharbi, che è stato brutalmente picchiato. Hanno danneggiato le attrezzature e i beni della sua falegnameria e lo hanno minacciato, intimandogli di non tornare sui terreni agricoli e di non portare più attivisti internazionali nel villaggio.
L’attivista modenese
C’è forte preoccupazione da parte del padre, che vive, a Modena, che ha diffuso un messaggio che il figlio gli aveva lasciato, chiedendogli la diffusione si media, nel caso fosse stato arrestato: «Sono qui per esprimere la mia solidarietà al popolo palestinese – afferma l’attivista modenese - e per oppormi al regime sionista genocida, che da decenni uccide, ferisce e costringe persone innocenti ad abbandonare le proprie case. Nessuno dovrebbe mai subire gli indicibili crimini che Israele sta commettendo contro il popolo palestinese. È quindi necessario mobilitarsi contro gli Stati e i governi responsabili di perpetuare questa distruzione, compresi tutti gli alleati di Israele. La liberazione della Palestina è una questione che riguarda tutti noi, nella nostra ricerca di una libertà collettiva. Il sionismo è infatti un’ideologia razzista, il cui impatto si estende a livello globale e va oltre il sistema di apartheid israeliano, poiché esporta armi, tecnologie e metodi di violenza verso altri governi che opprimono i propri popoli. Di fronte a un genocidio che stiamo vedendo svolgersi in diretta, dobbiamo comprendere che la libertà dei palestinesi significa, in ultima analisi, la libertà di ogni essere umano. Dobbiamo quindi agire contro il terrore e l’indifferenza propagandati dagli oppressori».
Il padre del ragazzo
«Per ora sembra che non abbia subito violenze ma nessuno ci può garantire nulla - commenta il padre - vediamo quale sarà l’esito del processo. Con molta probabilità gli attivisti verranno espulsi e fatti tornare in uno stato europeo con cui Israele ha accordi. Quello che continua ad accadere in quelle zone è assurdo come assurdo l’arresto di mio figlio che di male non ha fatto nulla».
Al-Lubban al-Gharbi
«Al-Lubban al-Gharbi si trova in un’area della Cisgiordania occupata in cui l’espansione degli insediamenti, la confisca delle terre e le restrizioni alla libertà di movimento hanno progressivamente ridotto l’accesso dei palestinesi ai terreni agricoli. Tra il 2023 e il 2026 – racconta il gruppo di attivisti -, i coloni dell’avamposto di Avichai Farm, sorto su terreni palestinesi nei pressi del villaggio, hanno recintato e occupato centinaia di acri di terreni agricoli, compresi gli uliveti. Il villaggio è inoltre circondato da insediamenti israeliani e strade riservate ai coloni, mentre il muro dell’apartheid ha interrotto l’accesso a vaste porzioni dei terreni agricoli. Queste restrizioni si inseriscono in un quadro più ampio di espansione degli insediamenti e di espulsione della popolazione palestinese nell’area occidentale di Ramallah. Tra le iniziative previste figura la riapertura della strada 463 come arteria riservata ai coloni, con l’introduzione di ulteriori checkpoint militari per limitare ancora di più gli spostamenti dei palestinesi tra comunità già colpite dalla pulizia etnica legata alle infrastrutture degli insediamenti. Per le comunità agricole palestinesi, queste restrizioni hanno conseguenze gravissime sulla vita quotidiana e sui mezzi di sostentamento. L’espansione degli insediamenti e delle relative infrastrutture limita sempre più l’accesso ai terreni agricoli, mentre gli attacchi dei coloni rendono pericolose le attività di coltivazione e raccolta anche laddove l’accesso rimane, almeno teoricamente, possibile. La situazione è particolarmente critica durante la raccolta delle olive, una fonte di reddito essenziale per circa 80.000-100.000 famiglie palestinesi in tutta la Cisgiordania.
Durante la raccolta delle olive del 2025, l’International Solidarity Movement ha documentato numerosi episodi che hanno coinvolto coloni e soldati israeliani. Tra questi, l’uso di munizioni vere e gas lacrimogeni contro i raccoglitori e i volontari internazionali a Beita, le aggressioni a una donna palestinese e a volontari internazionali a Turmusayya e l’ostruzione delle attività di raccolta delle olive a Yatma. Il fermo e la minaccia di espulsione degli attivisti internazionali solidali ad al-Lubban al-Gharbi avvengono mentre le comunità palestinesi continuano a chiedere una presenza internazionale al loro fianco, per difendere le proprie terre e contrastare gli sfollamenti forzati. Mentre la raccolta delle olive del 2026 volge al termine, le comunità palestinesi ribadiscono che la presenza di attivisti internazionali solidali è urgentemente necessaria durante tutto l’anno», conclude l’associazione.
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