Risolto il “mistero di Bismantova”: ecco da dove deriva il nome della Pietra
Si ipotizza che originariamente fosse un “Altare di Giove”, dove si recavano gli aùguri per scrutare il volere divino osservando il volo degli uccelli
Luciano Salsi C’è un modo serio, plausibile e al contempo profittevole di risolvere il "mistero di Bismantova", la "Montagna magica" citata da Dante nel quarto canto del Purgatorio, alla quale è dedicato con questi titoli il documentario di Massimo Dallaglio realizzato l’anno scorso per illustrare il sovrannaturale fascino della rupe. Consiste nell’interpretare il suo nome come "Altare di Giove", immaginandovi il re degli dei assiso in trono a scagliare fulmini dall’alto del pianoro sommitale.
Duemila anni fa i nostri progenitori identificavano la sua dimora non solo nell’Olimpo, ma anche in altri rilievi dalle forme caratteristiche. Lo dimostrano toponimi quali Monte Giove, Montigiovi e simili che si trovano nei pressi di Fano, nelle province di Arezzo e Grosseto, in val Formazza e nel Canton Ticino. La perla del nostro Appennino doveva apparire ancora più adatta ad ospitare la potente divinità. Bismantova, cioè, non sarebbe altro che una "Iovis mantua", una grande ara di Giove. "Bis" deriverebbe per aferesi e betacismo da Iovis, che è il genitivo del latino Iuppiter, il nume equivalente al greco Zeus e all’etrusco Tinia. "Mantova" coincide con il nome della vicina città d’origine etrusca (Mantua), la cui fondazione era attribuita all’indovina Manto.
Cosa hanno in comune la Pietra e Mantova? Il fatto che vi abitava lo stesso popolo i cui sacerdoti, gli àuguri, scrutavano il volere divino osservando il volo degli uccelli (aues) dove se ne potevano avvistare tanti, le alture isolate come la rupe dantesca e le zone lacustri e paludose quali la pianura mantovana. Le une e le altre erano i "templa", i templi in cui si potevano "contemplare" i volatili inviati dagli dei. L’etimologia è una scienza molto probabilistica, nella quale si possono seguire piste diverse arrivando a risultati che non sono mai assolutamente certi. Questa ha, perlomeno, il vantaggio di conferire alla Pietra la dignità che le compete e che potrebbe contribuire ad accrescerne l’attrattività turistica. È costruita sull’ipotesi della continuità anche linguistica fra l’Etruria padana e appenninica e la successiva romanità. I reggiani hanno alle spalle entrambe queste civiltà. Rivenirne una traccia così importante non è solo una supposizione.
È una tesi basata sulla possibile evoluzione fonetica di una denominazione perfettamente compatibile con la suggestione che la montagna doveva suscitare nei nostri antenati. La pratica religiosa etrusca era fatta propria dai romani. Possiamo quindi evocare il rito che con tutta probabilità vi si celebrava fino all’affermazione del cristianesimo. L’àugure si recava con il capo velato sulla cima della Pietra, dove era allestito un altare con le offerte votive. Con il lituo, la verga formata da un bastone ricurvo, delimitava il "templum", l’orizzonte entro il quale sarebbero apparsi i segnali divini rappresentati da stormi di uccelli. Non sarebbe difficile farne materia di una rievocazione storica capace di attirare tanti visitatori.

