Romano Prodi e gli 80 anni della Repubblica: «Giovani, fatevi sentire. Il vero nemico è l'individualismo»
Accademico, riformatore, europeista convinto, sostenitore del noi piuttosto che dell’io. Oggi è la sua voce a fare il punto.
Dalla provincia reggiana alla cattedra di economia politica dell’Alma Mater. La carriera accademica lascia a Romano Prodi il titolo di “professore” anche quando si lancia in politica. Dall’Università di Bologna arriva a Palazzo Chigi. Prima ministro, poi per due volte presidente del consiglio, dal 1996 al 1998, dal 2006 al 2008. Nel mezzo c’è l’Europa, che diventerà costante. Dal 1999 al 2004 è infatti il "professore" a ricoprire la carica di presidente della commissione europea. Romano Prodi ha attraversato negli anni la storia della Repubblica italiana, vivendo da protagonista le sue stagioni decisive: dallo sviluppo industriale al risanamento economico, dall’ingresso nell’euro alla costruzione del sogno europeo. Accademico, riformatore, europeista convinto, sostenitore del noi piuttosto che dell’io. Oggi è la sua voce a fare il punto su questi ottant’anni di Repubblica.
Professore, qual è il significato profondo dei festeggiamenti del 2 giugno?
«La Repubblica sarà celebrata nel modo più ampio e popolare possibile. Non soltanto nei rapporti, pur necessari, con la classe dirigente, ma soprattutto nella relazione con il popolo. Perché la Repubblica vive nel legame quotidiano che ciascun cittadino ha con le istituzioni. Ottant’anni sono un tempo lungo, che impone un confronto serio con la storia. Dobbiamo esserne orgogliosi. Siamo usciti da una guerra terribile, abbiamo ricostruito il Paese, lo abbiamo riorganizzato, e lo abbiamo fatto collocandoci con coerenza e lealtà dentro il progetto europeo. Tutti i Presidenti della Repubblica hanno sempre ribadito questo punto fondamentale: l’orgoglio di essere italiani non è mai stato in contrasto con l’orgoglio di appartenere a una comunità più ampia, indispensabile per garantire il futuro dei nostri figli. Europa, pace, modernizzazione del Paese: sono state le grandi direttrici della nostra storia repubblicana. La sfida di oggi, il senso di questa celebrazione, è fare in modo che la Repubblica torni a essere, come nella scelta del Presidente Sergio Mattarella, un’occasione per ritrovare il rapporto tra cittadini e istituzioni».
Quali sono i valori repubblicani che oggi meritano di essere maggiormente difesi?
«I valori della Repubblica sono sempre gli stessi e restano essenziali: uguaglianza, diritti, possibilità di sviluppo della persona. Sono le basi della democrazia, e non sono mai stati garantiti come in questi ottant’anni di Repubblica. Questo non significa che non ci siano problemi, scontenti, difficoltà. Ma quei valori sono stati custoditi con estrema cura da tutti i Presidenti della Repubblica, nella consapevolezza che il destino dell’Italia è indissolubilmente legato alla democrazia».
Oggi la distanza tra istituzioni e cittadini sembra incolmabile. L’astensionismo, a ottant’anni dal primo suffragio universale, è un problema. Cosa si cela dietro a questa frattura?
«Il cittadino deve sentirsi uguale non solo nei principi, ma nella vita quotidiana. Le ingiustizie, l’insufficienza dei salari, le difficoltà materiali sono problemi seri, che minano la fiducia e accrescono la distanza che divide i cittadini dalle istituzioni. Trasmettere i valori della Repubblica nella pratica quotidiana è la sfida più importante: ridurre le disuguaglianze, garantire che una famiglia possa vivere dignitosamente, rendere concreti i diritti. Senza questo, i valori restano parole. La celebrazione popolare del 2 giugno, con la partecipazione dei bambini, delle famiglie, delle donne, delle persone comuni, davanti al Quirinale, è un segno importante: indica la necessità di ricostruire quel rapporto. Tutti i Presidenti della Repubblica sono stati proiettati nello sforzo di tenere unita la società italiana. L’astensione elettorale, così preoccupante, ci dice che questo sforzo va rinnovato. Il 2 giugno deve essere un momento di riunificazione: come italiani e come cittadini d’Europa».
Se potesse rivolgere un messaggio ai diciottenni che votano per la prima volta, quale sarebbe?
«Fatevi sentire. Partecipate alla Repubblica. Fate sentire la vostra voce, anche sollevando critiche. Questo è il senso stesso della democrazia: la Repubblica vive solo se si opera insieme. Il suo vero nemico è l’individualismo. La caduta della partecipazione, l’indebolimento dei corpi intermedi e dell’associazionismo sono tra gli ostacoli più gravi che abbiamo davanti. I diritti individuali si difendono solo dentro un valore comune. Questa è l’essenza della Repubblica. Ed è questa, oggi più che mai, la risposta che dobbiamo dare». l© RIPRODUZIONE RISERVATA
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