I lupi tornano a fare paura vicino ai centri abitati: ecco come vengono monitorati e cosa c’è da sapere
Willy Reggioni (Parco Nazionale dell’Appennino tosco-emiliano) spiega in che modo si sta gestendo l’avvicinamento di questi predatori in pianura
Il lupo è tornato a fare paura. Non tra i boschi dell’Appennino, dove la sua presenza è ormai parte dell’equilibrio naturale, ma tra le campagne della pianura, lungo gli argini dei fiumi e, sempre di più, vicino ai centri abitati. Un ritorno che riaccende timori antichi e che oggi si intreccia con un tema sempre più sentito: la sicurezza delle persone e dei loro animali.
Gli avvistamenti nelle aree antropizzate sono sempre più frequenti e, insieme alle segnalazioni, alimentano interrogativi su come convivere con un predatore che ha riconquistato gran parte del territorio emiliano-romagnolo.
A osservare questa evoluzione da una posizione privilegiata è il Wolf Appennine Center (WAC) del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, centro di riferimento per lo studio e la conservazione del lupo, guidato da Willy Reggioni, che sottolinea come «dietro ogni avvistamento, ogni segnalazione e ogni episodio che alimenta il dibattito pubblico c’è un lavoro quotidiano fatto di ricerca, monitoraggio e collaborazione con le istituzioni».
È su questo fronte che si è consolidato negli anni il rapporto tra il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano e la Regione Emilia-Romagna.
«Offriamo assistenza sul fronte della comunicazione e sensibilizzazione», sottolinea Reggioni. Ma la collaborazione si traduce anche nel supporto alla pianificazione faunistica regionale.
Il Wolf Appennine Center ha, infatti, contribuito alla stesura del capitolo dedicato al lupo all’interno del nuovo Piano Faunistico-Venatorio della Regione Emilia-Romagna, mettendo a disposizione competenze scientifiche e dati raccolti in oltre trent’anni di attività sul campo. Tra le attività condivise rientra inoltre il monitoraggio delle segnalazioni provenienti dal territorio. «Non esiste un lavoro di conta della popolazione. Quello che facciamo è seguire le situazioni che vengono segnalate, in particolare quando emergono casi di lupi che mostrano comportamenti un po' audaci. Nel Bolognese un paio di situazioni hanno destato allarme».
Accanto a questo lavoro quotidiano, il Wolf Appennine Center si avvia a concludere due importanti progetti di ricerca dedicati alla conservazione del lupo: Wolfness e Wolf-IT2000. Il primo, finanziato nell’ambito del programma europeo Biodiversa+ e coordinato dall’Università La Sapienza di Roma, è nato per contrastare l’ibridazione antropogenica tra lupo e cane domestico, considerata una delle principali minacce alla conservazione della specie. Wolf-IT2000 ha invece contribuito ad ampliare le conoscenze sulla popolazione italiana di lupo attraverso attività di monitoraggio e analisi genetiche.
«I progetti stanno arrivando alla conclusione. Sono in corso le elaborazioni dei dati genetici ricavati dai campioni fecali raccolti nell’ultimo anno. Terminata questa fase seguirà l’interpretazione dei risultati», spiega Reggioni.
L’analisi genetica rappresenta oggi uno degli strumenti più preziosi per conoscere la popolazione di lupi presenti sul territorio. Attraverso i campioni biologici raccolti lungo i sentieri è possibile identificare i singoli individui, ricostruire i nuclei familiari e monitorare la diffusione dell’ibridazione.
Prosegue anche il monitoraggio sul campo. «Abbiamo sospeso le attività di cattura, ma continuiamo a lavorare con diverse decine di fototrappole. Rappresentano lo strumento più semplice per osservare le caratteristiche fenotipiche degli animali e avere una percezione immediata di eventuali criticità sul fronte dell’ibridazione».
È proprio l’ibridazione uno dei fenomeni che continua a richiedere maggiore attenzione.
Le analisi condotte negli ultimi anni all’interno del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano hanno evidenziato come circa il 60% dei lupi presenti nell'area protetta mostri tracce di ibridazione con il cane domestico, mentre oltre il 70% dei nuclei familiari presenti nel Parco comprende almeno un individuo con patrimonio genetico misto. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di ibridi di prima generazione, ma di animali nei quali i geni di origine canina si sono ormai diffusi nel corso delle generazioni, rendendo impossibile risalire al momento in cui è avvenuto l'incrocio.
Negli ultimi anni il Wolf Appennine Center ha affrontato il fenomeno attraverso la cosiddetta rimozione riproduttiva: gli esemplari ibridi vengono catturati, sterilizzati e successivamente reimmessi nel proprio branco, così da impedire la trasmissione dei geni canini senza alterare gli equilibri sociali del gruppo.
Un intervento delicato che rappresenta uno dei punti cardine del progetto Wolfness e che punta a preservare l’identità genetica del lupo appenninico.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
