Anna Marchetti, 60 anni di eleganza tra l’Emilia e il mondo
A tu per tu con la stilista modenese che celebra il traguardo nella moda puntando dritta al futuro
MODENA. Anna Marchetti è un brand che sta per compiere i suoi primi sessant’anni, un record che pochi altri possono vantare di avere raggiunto è interessante conoscere la storia di colei che fortemente l’ha voluto e che ha portato in tutto il mondo. Anna Marchetti è una donna solare, positiva, forte, incisiva e determinata come la terra emiliana che le ha dato le origini e alla quale è orgogliosa di appartenere. La sua è una vita tranquilla, ma creativa, all’insegna di un equilibrio fortemente voluto fra la sua attività e l’amatissima famiglia, da questi elementi ne trae la sua forza.
Quest’anno il suo brand compirà i suoi primi sessant’anni. Come si accinge a festeggiarli e quali sono gli ingredienti di tanta longevità nella moda?
«Mi accingo a festeggiare questo importante traguardo insieme ai miei familiari, ai miei collaboratori, alla mia città e a tutti coloro che vorranno esserci, compresi i giovani studenti delle scuole di moda, arte e non solo. Vorrei lasciare alle nuove generazioni un messaggio di positività per un mestiere, quello della moda, che oggi è un po’bistrattato ma che resta straordinariamente ricco di opportunità. »
Il segreto della longevità professionale?
«Crederci davvero, essere disposti a tanti sacrifici e, naturalmente, avere talento per questo lavoro: vale per ogni attività».
Modena e le sue colline che valore hanno nel suo percorso artistico?
«Mi considero fortunata a essere nata in collina, in una terra come l’Emilia che brulica di eccellenze. Qui si respira la voglia di essere, creare e costruire».
Lei definisce l’abito come “una seconda pelle”, oggi la moda che tipologia di pelle ci fa indossare?
«Si potrebbe dire che oggi la moda ci fa indossare la “pelle dell’invisibilità”. A differenza di decenni come gli anni’80, in cui l’abito era un vero e proprio biglietto da visita oggi il vestire assume spesso una funzione opposta. La moda contemporanea tende infatti a diventare un filtro, una sorta di membrana protettiva che ci permette di mostrare solo ciò che vogliamo e di nascondere tutto il resto. Utilizziamo gli abiti per sfumare i contorni della nostra identità, mantenere un margine di mistero, sottrarci allo sguardo giudicante o eccessivamente curioso degli altri. In un’epoca in cui siamo costantemente esposti — sui social, nei flussi digitali, negli spazi pubblici — l’abito non serve più tanto a dichiarare chi siamo, quanto a proteggere ciò che non desideriamo rivelare. È una seconda pelle che non esibisce, ma vela; non amplifica, ma attenua; non grida, ma sussurra».
Non ha mai nascosto che la famiglia per lei ha un ruolo primario, ci vuole dare una definizione di coloro che ne hanno e che ne fanno parte?
«La spinta al mio lavoro nasce dagli insegnamenti dei miei genitori. Poi è stata fondamentale la collaborazione con mio marito Franco, con mio fratello Carlo e con mia sorella Carla; e, appena ne ha avuto l’età, anche con mia figlia Jessica. La perdita di Franco, un anno e mezzo fa, dopo 57 anni vissuti e lavorati fianco a fianco, è stata dolorosissima: era la mia colonna portante, con un carattere straordinario e un grande rispetto per tutti e per tutto. Oggi io, Jessica e Carlo ci siamo divisi il lavoro che era suo, facendo del nostro meglio affinché Franco, da lassù, sia orgoglioso di noi. Per conciliare famiglia e lavoro è fondamentale non confondere mai i due ambiti: sul lavoro ci siamo sempre comportati e rispettati come soci e colleghi, e l’ingrediente principale è sempre stato il rispetto».
L’importanza di conoscere la materia prima, cioè la sartoria, in tutti i suoi dettagli, basilare, ma non scontato, com’è nato?
«Per me conoscere le tecniche e i materiali è molto importante per donare alle mie creazioni non solo uno stile impeccabile ma un quid in più tra stile, materiali, accessori e lavorazioni sartoriali. Inoltre oggi pongo maggiore attenzione all’utilizzo di tessuti non solo eco sostenibili ma anche wellness come ad esempio il milk o il crabyon».
Come definirebbe il suo sodalizio con l’amato marito Franco e cosa ha comportato la sua scomparsa ?
«Tra me e Franco c’erano un grande amore e un profondo rispetto reciproco. Se c’era una fatica da affrontare, facevamo a gara per sollevarla all’altro e non andavamo mai a dormire arrabbiati. In una parola: rispetto, nella vita e nel lavoro. Mi manca immensamente».
La prima boutique monomarca nell’amata Modena e poi tante altre in tutto il mondo...
«La più significativa, che seguivamo direttamente, è stata la boutique di Parigi, nel cuore del celebre “triangle d’or”. Ci ha proiettati nel mondo e messi in contatto con clienti prestigiosi: un punto vendita strategico e motivo di grande orgoglio, insieme allo showroom di Milano in Corso Monforte 2».
Ad un certo momento non solo abiti, ma anche accessori, foulard, cappelli, profumo, che momento creativo è stato questo?
«Molto importante perché ho potuto offrire alle mie clienti il total look. È stato però molto impegnativo dal punto di vista creativo ma così abbiamo conquistato spazi nelle vetrine di tutto il mondo».
Come definirebbe il suo stile e che importanza hanno i tessuti?
«Il mio stile si rivolge alle donne di tutte le età nei loro momenti speciali, quando desiderano indossare capi di qualità, stile e sartorialità. Il tessuto ha un ruolo fondamentale: è a contatto con la nostra pelle e deve garantire qualità e benessere».
Come definirebbe ogni decennio della sua moda con una frase?
«’60 Le radici di un sogno, ’70 La donna cambia, la moda la segue, ’80 Il successo è uno stile, ’90 L’eleganza della semplicità, 2000 Tra tradizione e innovazione, 2010 La Moda dell’identità e della sostenibilità, 2020 Resilienza, rinascita e identità»
Sua figlia, Jessica Giuliani, le è accanto anche sul lavoro.
«Tra noi c’è grande complicità, profondo rispetto e tanta fiducia. Siamo diverse, ma ci completiamo in modo straordinario. L’affetto che ci lega ci aiuta a superare ogni difficoltà e concludiamo le nostre giornate sempre in pace».
La moda non è il suo unico amore lavorativo, ma si occupa anche di restaurare antiche ville.
«La passione per le case l’ho ereditata da mio padre Paolo, maestro muratore. Il suo esempio mi ha ispirata sia nel costruire case sia nel creare moda: due attività che, in fondo, nascono entrambe dal desiderio di creare bellezza».
Il futuro della griffe Anna Marchetti?
«Continuare la nostra missione con attenzione ai segnali socio-culturali, perché la moda continui a essere lo specchio della società e delle sue evoluzioni. La mia vita è normale e la mia più grande vittoria è aver percorso il mio cammino con onestà, amore e rispetto. Ed è questo il mio più grande orgoglio».
