Gazzetta di Modena

Il processo

Caso Bibbiano, Federica Anghinolfi: «La mia vita è come una città rasa al suolo da un’esplosione»

Serena Arbizzi
Caso Bibbiano, Federica Anghinolfi: «La mia vita è come una città rasa al suolo da un’esplosione»

L’ex dirigente dei servizi sociali della Val d’Enza commenta le motivazioni della sentenza: «Nessun falso, nessun inganno, solo lavoro professionale svolto con la preparazione»

3 MINUTI DI LETTURA





Reggio Emilia «A sette mesi dalla sentenza, le motivazioni rendono visibile, tangibile e palese l’operato del nostro lavoro, rivolto alle corrette informazioni da rivolgere alle autorità giudiziarie». Parola di Federica Anghinolfi, già responsabile dei Servizi sociali della Val d’Enza, all’indomani dell’uscita delle motivazioni della sentenza del processo sugli affidi “Angeli e demoni”, di cui era l’imputata su cui più i riflettori si sono concentrati. «Nessun falso, nessun inganno, solo lavoro professionale svolto con la preparazione e formazione che gli assistenti sociali costantemente aggiornano – continua Anghinolfi –. Le complessità da affrontare in questa materia sono innumerevoli, non esiste un bianco e un nero, esistono situazioni sempre in evoluzione per le quali non si realizzano fermi immagine, ma analisi di evoluzioni in atto. Sul piano personale, pensando a cosa è successo alla mia vita, la metafora è quella di una città colpita da un terremoto, o da un cataclisma, oppure da una esplosione, una bomba. Tutto è stato raso al suolo e senza alcuna pietà, o anche solo il “dubbio” che quelle accuse potessero essere infondate. Ora la sentenza ha reso evidente quanto fosse stato il mio intento professionale, agito nel rispetto delle normative, ma soprattutto delle persone, a partire dai bambini, verso i quali il mandato della nostra professione ha la massima attenzione. La sentenza ha riabilitato il ruolo e la funzione dell’assistente sociale, ma lo schiacciamento violento che ho subito è irreparabile. Tuttavia dal dolore si è aperto un nuovo cammino, con i colori della verità, della coscienza e della compassione», conclude.

Gli avvocati di Federica Anghinolfi, i legali Rossella Ognibene e Oliviero Mazza, invitano a porre attenzione a passaggi precisi delle motivazioni della sentenza; in particolare il Tribunale ha puntualizzato come il «pubblico ministero abbia sostenuto in tutta l’istruttoria come gli imputati, nel loro agire, fossero animati dalla ferma convinzione circa la sussistenza degli abusi. Affermazioni che meritano di essere ponderate alla luce del fatto che, diversamente da quanto prospettato dall’accusa, tali convinzioni non erano affatto aprioristiche, ma ancorate a diversi dati, fattuali, su cui si poggiavano e di cui non è dimostrata l’insussistenza o la falsità. Si tratta di rilievi che inducono a escludere che gli stessi abbiano agito con il dolo specifico cui si riferisce l’articolo 374 del codice penale, ossia con il fine esclusivo di trarre in inganno il giudice o il perito e non invece quello di tutelare i minori e aiutarli e elaborare i propri vissuti».

«A dimostrare la infondatezza del ruolo apicale della dottoressa Anghinolfi come “concorrente” o addirittura “ispiratrice” dei falsi ideologici ha provveduto il Tribunale penale con la sentenza 1118/2025 - continuano i legali -. Si indica infatti la parte della motivazione dove il Collegio scrive: “Non può che constatarsi come gli elementi che si è tentato di spendere per dimostrare il ruolo apicale e di preminenza della dirigente rispetto all’attività degli operatori si sono palesati del tutto inidonei a dimostrare un effettivo contributo, sia materiale che morale, della dottoressa Anghinolfi rispetto alla redazione delle relazioni tacciate di falsità. A riprova dell’assenza di qualsiasi fattivo, o comunque apprezzabile, contributo offerto in tal senso dalla dirigente, basti considerare che nella trattazione dei singoli capi d’imputazione in cui si contesta la falsità ideologica delle relazioni del Servizio e nell’esposizione dei motivi per cui si è ritenuta la loro insussistenza, non verrà quasi mai fatto riferimento alla figura della dottoressa Anghinolfi”».