Gazzetta di Modena

L’intervista

«Dal turismo all’export: ecco come renderemo il Parmigiano Reggiano un’icona globale»

«Dal turismo all’export: ecco come renderemo il Parmigiano Reggiano un’icona globale»

Il presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano Nicola Bertinelli traccia obiettivi e sfide per il futuro

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«Dobbiamo accendere un’emozione tale che ogni volta che si incontra il prodotto la si riviva. Il Parmigiano Reggiano dovrà diventare anche una destinazione turistica, attraverso le visite nei caseifici e nelle sue zone di produzione». A parlare è Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, che in questa intervista ci ha parlato del tentativo di rendere il “re dei formaggi” sempre di più un “love brand” nel mondo e delle sfide che si trova davanti in Italia e all’estero.

Qual è stato il suo percorso per diventare presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano?

«Ho seguito un percorso formativo legato al lavoro che volevo fare: l’agricoltore. Ho frequentato un istituto tecnico agrario, poi mi sono laureato in Scienze agrarie all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e successivamente in Economia e Commercio all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Durante gli studi ho avuto l’opportunità di seguire un MBA in Canada e per alcuni anni mi sono trasferito lì per completare questo percorso. L’azienda di famiglia produceva latte per il Parmigiano Reggiano conferito a una cooperativa, ma spesso il lavoro per ottenere una materia prima di alta qualità non veniva valorizzato e il mercato attraversava periodi di forte crisi, con prezzi anche sotto i costi di produzione. Per questo motivo, ho voluto che la mia azienda diventasse un modello di filiera integrata gestendo tutti i comparti produttivi, dal campo al prodotto finale. Nel 2016 un gruppo di produttori mi propose di candidarmi alla presidenza del Consorzio con l’idea di portare una nuova visione del Parmigiano Reggiano. Nonostante le probabilità fossero basse, i soci mi hanno dato fiducia: così è iniziato il mio primo mandato, poi il secondo e oggi sto svolgendo il terzo».

Qual è oggi il fatturato legato alla vendita del Parmigiano Reggiano?

«Nel 2024 il fatturato legato alla vendita del Parmigiano Reggiano è stato di 3,2 miliardi di euro, senza contare tutto l’indotto collegato alla filiera». Qual è, secondo lei, il miglior traguardo raggiunto dal Consorzio da quando è diventato presidente? «I risultati raggiunti sono molto rilevanti e sono principalmente due. Il primo è che, da quando ho iniziato il mio primo mandato, produzione, vendite e marginalità per le aziende sono aumentate e l’export oggi rappresenta più del 50%, superando il mercato italiano. Il secondo traguardo è quello valoriale: siamo riusciti a coinvolgere molti giovani nell’agricoltura grazie alle condizioni di redditività e allo status che un marchio importante come il Parmigiano Reggiano può offrire. Oggi più di 50 mila famiglie lavorano direttamente nella filiera. Questo rafforza un forte senso di comunità e di opportunità».

Quali sono gli obiettivi futuri del Consorzio, sia sul piano aziendale sia gestionale?

«Oggi stiamo vivendo un momento di grande cambiamento. In Italia nascono circa 370 mila bambini l’anno e tra 50 anni saremo 45 milioni di italiani. Il nostro Paese non sarà più il luogo dove potremo non solo crescere, ma forse neppure mantenere ciò che stiamo facendo. Per questo diventare un marchio globale è per noi molto importante. Vogliamo che il Parmigiano Reggiano diventi qualcosa che va oltre la semplice funzione d’uso del prodotto e farlo conoscere anche dove oggi non è ancora conosciuto. Come mondo produttivo, dal punto di vista qualitativo dobbiamo fare qualcosa di straordinario che non deluda le aspettative; dal punto di vista quantitativo dobbiamo essere in grado di produrre di più per rispondere alla domanda dei mercati. Per diventare un “love brand” dobbiamo accendere un’emozione tale che ogni volta che si incontra il prodotto la si riviva. Il Parmigiano Reggiano dovrà diventare anche una destinazione turistica, attraverso le visite nei caseifici e nei territori in cui viene prodotto. Quando entri in un caseificio, vedi queste vere e proprie cattedrali di formaggio, parli con chi ci lavora e attraversi questo territorio, capisci l’importanza culturale che ha questo prodotto».

Quali sono i Paesi in cui il Parmigiano Reggiano è esportato di più e dove invece è meno diffuso?

«Come dicevo, oggi più del 50% della produzione viene esportato. I principali mercati sono gli Stati Uniti, che assorbono circa il 22% dell’export, seguiti da Francia (20%), Germania (14%), Regno Unito (11%) e Canada (5%). Se dovessimo spingere ancora di più lo sviluppo, lo faremmo soprattutto nei Paesi dove l’esportazione è già significativa. Allo stesso tempo vediamo un grande potenziale nei Paesi nordici, come Norvegia, Svezia e Finlandia, ma anche in Spagna, dove stiamo crescendo. Nel lungo periodo immaginiamo una crescita anche nel Sud-Est asiatico, in mercati come l’Indonesia. Il Medio Oriente è per noi molto importante, perché rappresenta un hub logistico per entrare nei mercati dell’Est e del Sud del mondo. Qualche settimana fa eravamo a Dubai per un congresso, ma la situazione geopolitica potrebbe avere ripercussioni su quei mercati. Tra i Paesi in cui il Parmigiano Reggiano è meno consumato ci sono Cina e India. In Cina soprattutto per ragioni culturali, perché i latticini non fanno parte della tradizione alimentare. In India invece pesano sia la forte produzione locale di latticini sia motivazioni religiose legate al ruolo sacro della vacca. Considerando che Cina e India rappresentano circa un quarto della popolazione mondiale, si tratta di un limite di mercato non trascurabile».

Il suo ruolo la porta a operare sia sul territorio sia su scala internazionale. Come riesce a conciliare queste due dimensioni?

«La conciliazione di questione di necessità, la nostra strategia è chiara: il Parmigiano Reggiano deve diventare un’icona globale. Questo richiede anche persone adeguate al ruolo, capaci di muoversi in contesti internazionali, con competenze linguistiche e relazionali. Nel corso degli anni ci sono stati molti incontri rilevanti, anche con figure istituzionali di alto livello negli Stati Uniti. Ricordo, ad esempio, l’incontro con Mike Pompeo, ex segretario di Stato e già direttore della CIA. Quando si tratta con interlocutori internazionali bisogna sempre ricordarsi che dall’altra parte c’è qualcuno con un punto di vista diverso dal tuo, ma con le proprie ragioni. In una trattativa commerciale deve esserci sempre un dare e un avere: è l’unico modo per ottenere risultati, come nel lavoro fatto sui dazi negli anni dell’amministrazione Trump. Parte di quel lavoro è stato poi superato da decisioni della Corte Suprema americana, quindi oggi dobbiamo riprendere il confronto in un contesto ancora più complesso».

Quali sono, secondo lei, i principali vantaggi ma anche le maggiori responsabilità nel ricoprire il ruolo di presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano?

«I vantaggi riguardano soprattutto una grande gratificazione personale. Per me è una grande soddisfazione poter fare qualcosa di valore per il mondo di cui faccio parte. Il mio ruolo mi offre anche la possibilità di vivere esperienze nuove e conoscere persone molto influenti. Le responsabilità però sono altrettanto grandi. Ogni volta che apri bocca o esprimi un parere stai rappresentando non solo un settore produttivo, ma un intero territorio. Errori o decisioni sbagliate possono avere ricadute economiche importanti su migliaia di famiglie della filiera. È quindi un ruolo prestigioso, ma anche molto delicato». Quando si parla di tutela della DOP del Parmigiano Reggiano, cosa significa concretamente? «Tutela significa proteggerlo in modo trasversale: non solo in Italia ma in tutto il mondo, non solo nei luoghi fisici ma anche online. In pratica vuol dire monitorare continuamente l’utilizzo corretto del nome, dei loghi e della denominazione. Oggi le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale ci aiutano molto, perché permettono di individuare rapidamente dove compaiono denominazioni simili o imitazioni. Significa anche fare vigilanza sul mercato e stipulare accordi commerciali che tutelino la denominazione. Un esempio riguarda il mondo della ristorazione: spesso nei menu si legge “Parmigiano” o “Parmigiano Reggiano”, ma poi viene servito un prodotto diverso. La vigilanza quindi è un lavoro complesso che riguarda aspetti fisici, digitali e anche strategici, come i trattati di libero scambio».

La settimana scorsa il Consorzio ha partecipato al Foodex Japan. Come può il Parmigiano Reggiano integrarsi nella cucina giapponese?

«Può farlo soprattutto attraverso l’umami, quel sapore intenso tipico del Parmigiano Reggiano che è molto presente anche nella cultura gastronomica giapponese. Nelle loro zuppe e nelle bevande calde c’è spesso questo tipo di gusto. Il Parmigiano Reggiano può essere usato anche per ridurre il consumo di sale: ad esempio si può non salare la pasta e usare il formaggio per dare sapore al piatto».

Che risultati si aspetta dal mercato giapponese?

«In realtà non mi aspetto grandi risultati nel breve periodo. Il Giappone sta attraversando un momento economico difficile: lo yen ha perso molto potere d’acquisto e per comprare un euro oggi servono molti più yen. Questo significa che per le famiglie i prodotti di qualità diventano più costosi. Il Paese sta vivendo anche una fase inflazionistica e una crisi legata al settore automobilistico. È un paradosso: culturalmente il Giappone apprezza molto la qualità e la cultura del prodotto, ma per ragioni economiche non sarà, almeno ora, un mercato capace di fare una grande differenza».

Quale messaggio vuole lasciare alle generazioni future che vogliono lavorare nella filiera del Parmigiano Reggiano?

«Il Parmigiano Reggiano è un vero “gioiello” per l’Italia, per il suo valore economico, sociale e culturale. Sempre più turisti scelgono le proprie destinazioni anche in base ai prodotti tipici e alle tradizioni gastronomiche del territorio. Oggi le visite ai caseifici sono ancora poche rispetto ad altri Paesi europei e questo rappresenta una grande opportunità di sviluppo. Il territorio del Parmigiano Reggiano, vicino a molte città d’arte, può attrarre un turismo più diffuso e sostenibile. Il problema è che sempre meno giovani scelgono di lavorare in questo settore, spesso perché lo considerano poco interessante. Se questa tendenza continuerà, il rischio sarà che le aziende finiscano nelle mani di multinazionali straniere, con la perdita del controllo locale su uno dei prodotti simbolo dell’Italia».

Intervista realizzata dagli studenti dell’istituto Motti Amira Ahfid, Afio Jemelar Aryee, Basiratou Bance, Isabella Bigoni, Sofia Budiachenko, Daniele Camerotto, Gabriele Cucchi, Melissa D’Alessandro, Sara De Bei, Vjosa Demcolli e Sofia Doublali