Modi a Roma, Shenoy: "Imec, difesa ed energia al centro del rapporto India-Italia"
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(Adnkronos) - Strategia, commercio, difesa, energia e nuove geometrie geopolitiche tra Indo-Pacifico e Mediterraneo. Alla vigilia della visita del primo ministro indiano Narendra Modi in Italia, Vas Shenoy, Chief Representative per l'Italia della Indian Chamber of Commerce, traccia un quadro della crescente convergenza tra Roma e Nuova Delhi in un momento di forte instabilità globale. Nell’intervista, Shenoy spiega perché la relazione tra Giorgia Meloni e Modi oggi passi dall’Imec alla cooperazione industriale nella difesa, fino al concetto di "Indo-Mediterraneo" come nuovo spazio geopolitico integrato. Ampio spazio anche al ruolo dei Brics, alla posizione dell’India rispetto a Cina, Iran e Stati Uniti, e agli effetti economici della guerra in Asia occidentale sull’economia indiana, tra pressione energetica, rischio inflazione e debolezza della rupia. Il 20 maggio ci sarà la prima visita bilaterale del Primo ministro Modi in Italia. Quali sono i punti chiave? La visita va letta come parte dell’arco strategico occidentale dell’India, alla vigilia della firma dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e India, che dovrebbe aumentare in modo significativo il commercio UE-India e Italia-India. La visita di Modi a Roma avviene in un momento di turbolenza globale: crisi energetica, pressione sulle democrazie, volatilità nei rapporti con gli Stati Uniti e ricerca europea di una propria autonomia strategica, un terreno sul quale l’India può essere d’aiuto. India e Italia si incontrano sempre più su questo piano, perché l’India pratica da tempo l’autonomia strategica, mentre l’Europa sta cercando ora di definire la propria versione, e la presidente del Consiglio Meloni è una forza chiave nella leadership europea. Indo-Mediterraneo. India e Italia non sono semplicemente due partner bilaterali che si scambiano visite. Sono due poli di una geografia più ampia che collega Oceano Indiano, Golfo, Mar Rosso, Mediterraneo ed Europa. Questo rende sicurezza marittima, rotte commerciali e resilienza energetica temi centrali della visita, incluso il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, l’Imec. Nonostante la guerra in Asia occidentale, l’Imec resta centrale nell’agenda India-Italia, soprattutto vista la forte relazione comune con gli Emirati Arabi Uniti. Si parla anche di difesa e innovazione? Sono altri due fattori molto importanti, anch’essi parte del Piano d’Azione Strategico Congiunto 2025-2029. Quel piano impegna i due Paesi a una Roadmap Industriale della Difesa, alla co-produzione, al co-sviluppo, alla ricerca nel settore della difesa, alla cooperazione marittima, alla cybersicurezza e al contrasto al cybercrime. La visita a Nuova Delhi del ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, alla fine di aprile, ha creato un forte slancio che dovrebbe essere finalizzato dai due leader. La visita arriva dopo Operation Sindoor (gli attacchi indiani contro gruppi terroristi in Pakistan), dopo il rinnovarsi delle tensioni in Asia occidentale e nel contesto di una dottrina indiana antiterrorismo più netta. Permette quindi a India e Italia di discutere terrorismo, energia, Iran, Hormuz, catene di approvvigionamento della difesa e Indo-Mediterraneo in un’unica conversazione, invece che come dossier separati. Come vede il rapporto Meloni-Modi? La relazione è diventata insolitamente produttiva perché entrambi i leader comprendono il linguaggio della sovranità, della politica industriale, dell’autonomia strategica e della connettività. La parte italiana vede l’India non solo come un mercato, ma come un attore civile e strategico. L’India vede l’Italia come un partner europeo con proiezione mediterranea, capacità nella difesa e serietà politica. Entrambi hanno forti relazioni con il Giappone e con la sua leader Sanae Takaichi e, ancora più importante dopo la visita del presidente Trump in Cina, il ruolo di Italia e India nell’Indo-Pacifico sarà importante come fattore di stabilizzazione per il Sud globale e per il resto del mondo. Oltre all’Indo-Pacifico, entrambi i leader credono fortemente nell’Africa e vi investono. L’India ospiterà il quarto vertice India-Africa il 31 maggio, mentre l’Italia ha fatto del Piano Mattei il proprio programma di punta per l’Africa. India, Italia e Kenya hanno lanciato una partnership trilaterale strategica per co-progettare e distribuire soluzioni di intelligenza artificiale scalabili e sovrane in Africa. La visita di Modi in Italia si colloca all’incrocio tra commercio, difesa, energia, sicurezza marittima e ricerca europea di un nuovo vocabolario strategico per l’Indo-Mediterraneo. Per l’India, l’Italia sta diventando una delle porte europee più utili. Per l’Italia, l’India non è più soltanto un’opportunità asiatica. È un partner nella definizione dei corridoi e dell’architettura di sicurezza che plasmeranno il fianco sud dell’Europa. Allargando lo sguardo, com’è andata la riunione dei ministri degli Esteri Brics a Nuova Delhi? La riunione a Nuova Delhi è stata utile, ma ha mostrato anche i limiti del formato Brics allargato. L’India è riuscita a convocare il gruppo in un momento difficile, con Iran ed Emirati Arabi Uniti entrambi nella stessa stanza, mentre la guerra in Asia occidentale incideva direttamente su energia, commercio e sicurezza marittima. Già questo non era irrilevante. Ma la riunione non ha prodotto il tipo di dichiarazione politica unitaria a cui l’India puntava. La frattura principale è stata sull’Asia occidentale. L’Iran voleva che i Brics condannassero Stati Uniti e Israele, mentre la posizione degli Emirati era naturalmente di condanna dell’Iran. Il risultato è stato una dichiarazione della presidenza, elaborata dall’India, invece di un comunicato congiunto pieno. Questo ci dice che i Brics sono ormai abbastanza grandi da essere geopoliticamente rilevanti, ma anche troppo divisi al loro interno per parlare facilmente con una sola voce. La presenza “di basso livello” della Cina che effetto ha avuto? La mancanza di una rappresentanza cinese di alto livello è stata notata. L’assenza di Wang Yi aveva un valore simbolico, perché la Cina resta una delle potenze centrali dei Brics e ha anche una forte influenza sull’Iran. Inoltre, la riunione coincideva con il vertice Trump-Xi a Pechino. In un certo senso, qualsiasi svolta nei Brics avrebbe potuto oscurare il vertice Trump-Xi, nel quale la Cina stava cercando di proiettare la propria immagine di seconda potenza globale, allontanandosi dal formato multilaterale e multipolare che l’India sta cercando di promuovere. Il punto più importante è che l’India ha presieduto la riunione con una certa disciplina. Non ha permesso che i Brics diventassero un teatro anti-occidentale interamente plasmato da Teheran, Mosca o Pechino, e questo era il vero obiettivo indiano. Nuova Delhi vuole che i Brics restino una piattaforma per la riforma della governance globale e la voce del Sud globale, non un blocco anti-occidentale che eredita automaticamente ogni conflitto dei suoi membri. In che modo la guerra in Asia occidentale incide sull’economia indiana? L’esposizione dell’India è immediata, perché l’energia è la cinghia di trasmissione tra l’Asia occidentale e l’economia indiana. Lo Stretto di Hormuz non è un chokepoint astratto per l’India. È legato all’inflazione, alle partite correnti, alla rupia, ai fertilizzanti, alla plastica, ai costi di trasporto, al carburante domestico e alla stabilità politica. Sul piano umano, oltre 9 milioni di cittadini indiani vivono nel Golfo, formando una spina dorsale dell’economia del Golfo e inviando rimesse che restano una fonte importante di valuta estera per il Paese. L’India importa più del 90 per cento del proprio petrolio greggio, con circa la metà proveniente dall’Asia occidentale. Si stima inoltre che ogni aumento di 10 dollari del prezzo del greggio possa aggiungere circa 13-15 miliardi di dollari alla fattura annuale delle importazioni indiane, allargare il deficit delle partite correnti di 36 punti base, aumentare l’inflazione di 35-40 punti base e ridurre la crescita di 20-25 punti base nell’anno fiscale 2027. Senza contare che l’aumento del costo della vita incide automaticamente sulla politica in una democrazia sensibile ai prezzi. L’economia indiana non è fragile, ma è sensibile all’energia. L’India dispone di riserve, di un sistema bancario più forte e di margini di politica economica, ma una guerra prolungata in Asia occidentale costringerebbe comunque a scelte difficili: assorbire fiscalmente i prezzi dei carburanti, trasferirli sui consumatori, difendere la rupia in modo più aggressivo o rallentare alcune importazioni. Perché Modi ha richiamato all’austerità, era un tentativo di conservare valuta estera? Sì, al fondo il richiamo di Modi all’austerità riguardava la conservazione della valuta estera, anche se è stato formulato nel linguaggio della disciplina nazionale. L’appello di Modi includeva il risparmio di carburante, un maggiore uso del trasporto pubblico e del carpooling, lavoro da casa e riunioni online dove possibile, riduzione dei viaggi esteri non essenziali, rinuncia all’acquisto di oro per un anno, riduzione del consumo di oli alimentari e uso più contenuto dei fertilizzanti. Modi non stava annunciando il panico. Stava cercando di socializzare la sobrietà prima che la pressione macroeconomica diventasse più visibile. La vulnerabilità dell’India in una crisi di questo tipo non riguarda soltanto il greggio. Riguarda anche oro, viaggi all’estero, fertilizzanti, oli alimentari e importazioni legate all’energia. Sono tutti canali di uscita di valuta estera in un contesto in cui l’India potrebbe dover prendere decisioni difficili se il conflitto continuerà. L’appello ha anche una funzione politica interna. Sposta il peso del problema da una questione puramente tecnica a uno sforzo nazionale. È un tratto tipico della governance di Modi: trasformare la prudenza macroeconomica in dovere civico. Se funzionerà economicamente dipenderà dalla scala della risposta. Ma politicamente prepara i cittadini a una fase in cui carburanti, importazioni e pressione valutaria potrebbero richiedere sacrifici. Qual è la sua opinione sulla rupia? È destinata a peggiorare? La rupia si è comportata male perché le pressioni sono reali. È scesa a minimi storici, con il cambio a 95,79 per dollaro, perdendo più del 5 per cento dall’inizio della guerra con l’Iran. Reuters ha inoltre riferito che è stata la valuta asiatica con la peggiore performance dell’anno, sotto pressione per il petrolio, i deflussi di capitale, i rimborsi del debito estero e le coperture degli importatori. La mia opinione è che la rupia possa indebolirsi ulteriormente, ma non in modo disordinato, a meno che il petrolio resti elevato molto più a lungo o i deflussi di portafoglio accelerino. La Reserve Bank of India non vorrà bruciare riserve per difendere indefinitamente un livello simbolico, che è la soglia psicologica di 1 dollaro a 100 rupie, ma vorrà evitare il panico. Questo significa attenuare la volatilità, non fissare il tasso di cambio. Barclays mantiene una previsione di fine anno per il cambio dollaro-rupia a 96,80, mentre DBS ha sostenuto che una ripresa duratura della rupia richiederebbe o un crollo dei prezzi del petrolio o una ripresa dei flussi di portafoglio. Anche gli investitori stranieri stanno uscendo dal mercato indiano, vista la sua vicinanza alla guerra in Asia occidentale e le sue relazioni con Iran e Israele. Questo sta mettendo ulteriore pressione sulla rupia e sulle riserve valutarie. Tuttavia, l’India resta un’economia fondamentalmente solida e la crescita è interna e continuerà. Quindi la risposta è: sì, un ulteriore indebolimento è plausibile. Ma il problema della rupia non è soltanto valutario. È il prezzo visibile della dipendenza energetica dell’India in tempo di guerra. Se il petrolio si stabilizza e i flussi tornano, la rupia può stabilizzarsi. Se Hormuz resta sotto pressione e il greggio rimane alto, la pressione al deprezzamento continuerà. (di Giorgio Rutelli)
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